Capitolo II: Riflessioni

Da sotto le palpebra abbassate Peter intuiva un debole chiarore illuminare la stanza, l’unico suono che si udisse era il ritmico ticchettio della sveglia, da qualche parte sul comodino. Tutto il resto era immerso nel silenzio. Niente auto e motorini che sfrecciavano nella strada che fiancheggiava il suo palazzo, niente urla, nessun rumore di passi per le scale. Non c’era Ursula che bussava alla sua porta per svegliarlo, né padre di lei che urlava dal suo appartamento. Era tutto così silenziosamente perfetto! Non aveva alcuna voglia di alzarsi, era come se il tempo si fosse generosamente fermato per concedergli un attimo di pausa. Stava così bene lì, era come se si fosse completamente annullato, come se esistesse solo la sua mente assonnata. Peter era ancora sdraiato a letto, la mente ed il corpo intontiti dal dolce tepore delle coperte. Ad occhi chiusi rifletteva sulle sensazioni che gli stavano pulsando nella mente. Era tutto confuso e sfumato, intorpidito dalla birra che aveva bevuto la sera prima e dal sonno. Non era propriamente sicuro di quello che era accaduto, le sensazioni nel dormiveglia di erano dilatate talmente tanto da perdere i propri contorni, diventando sfuggenti ed indistinte.
Aggrottò le sopracciglia nel tentativo di ricordare. Sapeva che aveva cenato a casa di Harry, che quel po’ di birra che aveva bevuto, sommata all’immensa stanchezza che si portava dietro, l’aveva messo fuori gioco. In modo confuso sapeva che Harry lo aveva portato in quella stanza e lo aveva messo a letto. Ma poi cos’era successo? Appena il suo corpo aveva toccato la morbida consistenza del materasso aveva spento tutti i suoi sensi automaticamente, facendo così sprofondare la sua mente nel sonno. Eppure sapeva che c’era dell’altro!


Resta con me…


La sua voce implorante gli risuonò nelle orecchie, facendogli spalancare gli occhi di scatto come se fosse stato colpito in pieno da una secchiata d’acqua gelida.
Aveva davvero chiesto ad Harry di dormire con lui? Si era stupidamente esposto davvero così tanto?
Un’ondata di terrore lo scosse fin dentro le viscere mentre si chiedeva quale reazione avesse potuto avere il suo amico. Visto che lo aveva lasciato dormire nel suo letto, doveva averla presa meglio di quanto avesse sperato…
Ormai completamente sveglio spostò lo sguardo sul display della sveglia che segnava le nove passate: era tardi per i suoi standard, solitamente si svegliava presto per far fronte a tutti gli impegni che lo sommergevano quotidianamente. Sospirando si mise a sedere sulla sponda del letto, le mani strette sul bordo del letto ed i piedi immersi nella lana del tappeto. Sarebbe stato bello se Harry avesse acconsentito a dormire con lui, infondo che male c’era se due amici dividevano lo stesso letto? Solo che gli sarebbe piaciuto essere lucido, non gli sarebbe mai più capitata un’occasione simile!
Una volta in piedi si rese conto che indossava solo la t-shirt, evidentemente Harry lo aveva liberato dei jeans prima di lasciarlo dormire. Una vampa di calore gli inondò violentemente le guance a quel pensiero. Si guardò attorno e vide che la sacca con il suo cambio era poggiata a terra contro il muro, e quel pensiero bastò a distrarlo. Con un gesto secco aprì la cerniera e prese gli abiti puliti, quindi si richiuse nel bagno della stanza. Una doccia era la scelta migliore quando si voleva far luce sul groviglio di pensieri che occupavano completamente la propria mente. Soprattutto quando questi riguardavano tutti il proprio migliore amico.
L’acqua calda scivolava piacevolmente su di lui in rivoli argentei che ridisegnavano i suoi muscoli, sciogliendo la tensione che contraeva i suoi nervi, rilassandolo lentamente. I capelli sciolti dal getto gli ricadevano sul volto disordinatamente, velandogli a tratti gli occhi. Poggiò la fronte contro le piastrelle gelide, puntellandosi con i palmi delle mani ben’aperti. Non sapeva bene cos’avesse fatto di preciso le sera prima, ma doveva essere arrivato proprio al limite! Sollevò appena le palpebre, osservando il piccolo vortice formato attorno ai suoi piedi dall’acqua che scorreva verso lo scarico. Sperò ardentemente di non essersi spinto oltre quelle tre parole, di non aver fatto qualcosa che aveva compromesso definitivamente la loro amicizia. Sapeva che non avrebbe mai potuto avere Harry, non come avrebbe desiderato lui per lo meno, che non sarebbero mai stati nient’altro che amici di vecchia data, che quell’amicizia era tutto quello che gli sarebbe mai stato concesso. Per questo ci si era aggrappato disperatamente, perché era tutto quello che gli era rimasto, perché Harry era diventato il punto fermo della sua vita, una di quelle presenze che rimangono al proprio fianco da qualsiasi parte soffi il vento, e senza le quali non si è nulla.
Chiuse il rubinetto e si scrollò l’acqua di dosso, quindi si legò un telo alla vita, che aderì immediatamente alla pelle fradicia, ed uscì a testa bassa dal box. Gocciolando sul morbido tappeto si avvicinò alla specchiera. La luce dei due faretti ferì per un istante i suoi occhi, prima di mostrargli il suo volto preoccupato, sormontato da due iridi così scurite da sembrare blu. La pelle delle guance era arrossata dal calore dell’acqua, così come le labbra appena schiuse. Istintivamente vi poggiò su due dita, mentre la sua mente rincorreva una vaga sensazione di calore.


Perché non puoi amarmi?


Quella frase, spuntata all’improvviso da chissà dove, gli trapassò la mente con la stessa violenza di un treno in corsa, lasciandolo completamente scioccato. Peter continuava a fissare il proprio riflesso con gli occhi sgranati e le dita ancora premute sulle labbra, totalmente incapace di dire, fare e pensare qualsiasi cosa.
Era davvero la voce di Harry quella che gli era appenda rimbalzata da una sinapsi all’altra? O invece, più semplicemente, era il frutto di uno dei suoi deliri notturni?
Ultimamente le sue notti erano popolate da sogni in cui Harry gli confessava il suo amore…
… ma da qui a credere che una cosa del genere potesse accadere anche nella realtà…
Era impossibile!

Harry allungò distrattamente la mano fino a che non la strinse attorno al manico della tazza, la sollevò e la portò alle labbra; bevve un lungo sorso di caffè senza staccare lo sguardo dai documenti che stava leggendo. Dopo il disastroso investimento sul progetto del dottor Octavio, la Oscorp si stava lentamente riprendendo. Il consiglio di amministrazione della società era diventato fin troppo prudente nel lanciarsi in nuovi progetti, ma lui credeva che bisognava rischiare per poter essere competitivi, arrivare sul mercato con prodotti sempre nuovi ed all’avanguardia, invece di rinchiudersi a riccio su se stessi. Era questo quello in cui credeva e per cui lottava strenuamente con quei vecchi azionisti legati solo al proprio guadagno ed alla propria posizione.
Stancamente depose la tazza sulla scrivania, poggiò la testa sulla spalliera della poltrona e chiuse gli occhi. Qualche anno prima non avrebbe mai creduto che di dover prendere il posto di suo padre così presto. Questo pensiero non portò la solita ondata di rabbia, dolore e sete di vendetta, ma solo una struggente nostalgia ed un forte senso di colpa per non essersi permesso di conoscere suo padre e di farsi conoscere da lui, per tutte quelle cose che aveva perso con le sue ribellioni adolescenziali e che non sarebbero mai tornate. Era riuscito ad accettare la morte di suo padre e tutti gli errori che aveva commesso. Peter si era rifiutato categoricamente di raccontargli com’erano andate davvero le cose, perché era convinto che dovesse portare solo un ricordo pulito di suo padre, non insudiciato da quello che poteva considerarsi solo un errore; ma Harry aveva letto i giornali, egli stesso era stato presente quando Goblin aveva ucciso tutto il vecchio consiglio di amministrazione…
Aveva cercato di difendere l’onore di padre, rifiutandosi di vedere tutti gli omicidi che aveva commesso, addossando la responsabilità al solo Peter, ma alla fine era stato costretto ad aprire gli occhi ed a vedere la realtà. Riaprì gli occhi osservando il soffitto: lo studio che usava suo padre era stato chiuso, lui aveva preferito occupare un’altra stanza di quell’enorme attico. Aveva come sentito la necessità di creare una linea di confine tra lui e suo padre per poter iniziare di nuovo a vivere la sua vita.
Raddrizzò la sua schiena ed una smorfia contrariata gli increspò le labbra vedendo la pila di documenti da firmare che campeggiavano minacciosamente sulla scrivania. Detestava la burocrazia! Spostò appena lo sguardo ed incrociò la cornice che conteneva la foto del diploma che zia May aveva scattato a lui e a Peter, le mantelle ed i cappelli rossi addosso ed i diplomi in bella mostra. I sorrisi entusiasti sul volto svelavano tutta la loro inesperienza ed ingenuità. Non lo aveva mai detto a Peter, ma neppure durante quei folli mesi in cui stava progettando di ucciderlo per vendicare suo padre, era riuscito a buttare quella foto. Era sempre stata sulla scrivania della sua stanza, ignorata ma mai dimenticata, memoria di giorni spensierati che non sarebbero mai più tornati. Quando tutto era tornato al posto giusto tra loro, l’aveva messa nel suo studio: gli piaceva osservarla nei momenti di maggior stanchezza, lo rassicurava che sarebbe andato tutto bene, che non era solo.
Prese la cornice nella mano e la sollevò fino a portarla vicino al volto. La sua attenzione si concentrò sul volto felice di Peter, sul sorriso entusiasta che gli schiudeva le labbra sottili, sullo scintillio che gli illuminava quegli occhi azzurri troppo gentili ed ingenui. Seguì il proprio braccio che stringeva le spalle dell’amico e lo stringeva a sé, si concentrò sulle loro teste vicine e sulla mano di Peter che gli stringeva un fianco.
Con l’indice della mano libera ridisegnò la figura dell’amico da sopra il vetro. Cercò di ricordare com’era iniziata ed un sorriso dolce gli incurvò le labbra quando si lasciò trasportare dai ricordi.
Era stato appena espulso dall’ennesima, prestigiosa scuola privata e suo padre, per punizione, lo aveva iscritto al liceo pubblico ordinandogli che doveva assolutamente prendere il diploma. Quella era l’ultima occasione che gli concedeva. Era entrato nella nuova scuola con l’obbiettivo di farsi amico il secchione di turno, rigiralo fino a convincerlo a fare i compiti al posto suo, ad aiutarlo a farsi promuovere, e poi abbandonarlo al proprio destino. E così aveva conosciuto Peter: tanto geniale quanto ingenuo, timido e pasticcione, sognatore e gentile, che lo fissava con quegli strabilianti occhi azzurri da dietro gli spessi occhiali e gli sorrideva orgoglioso quando riusciva a comprendere una delle sue spiegazioni. Pian piano il suo affetto, la sua approvazione erano diventati più importanti di quelli di suo padre, che pure ricercava incessantemente. Era diventato il primo da cui andava quando riusciva a prendere miracolosamente un buon voto per sentirsi riempire del calore di quel calore che solo Peter riusciva a trasmettergli. Si era scoperto a desiderare quello sguardo e quel sorriso solo per sé, a fantasticare su loro due nell’intimità della propria stanza, a chiedersi se quel sorriso era davvero dolce come appariva. Peter aveva un volto normale, qualunque, eppure per lui era diventato irresistibile; a fatica riusciva a resistere alla tentazione di toccare quella pelle lattea che sembrava così morbida. Nei collegi privati maschili bisognava adattarsi a tutto se ci si voleva divertire un po’, ma non aveva mai provato per nessun altro un’attrazione simile a quella che provava per Peter. Era troppo intensa e violenta, incontrollabile. Era stata la gelosia nei confronti di M J a fargli capire cosa nascondesse davvero quella passione. Era innamorato di Peter senza vie di fuga. Quel sentimento era penetrato dentro di lui silenzioso ed invisibile, ramificandosi in tutto il suo corpo, e quando se n’era reso conto era già troppo tardi per tornare indietro. Ma l’attenzione dell’amico era completamente concentrata su M J, ne era innamorato fin dalle elementari. Era straziante sentirlo parlare di lei, sorridergli cercando di incoraggiarlo a farsi avanti. Per questo aveva sedotto la ragazza, per eliminare ogni possibile concorrente, per evitare che Peter cadesse tra le braccia di qualcun altro che non fosse lui. Ma doveva ammettere che la sua strategia era stata a dir poco fallimentare. Peter aveva continuato ad amare quella sciocca incondizionatamente ed a lui era concesso solo di guardarlo da lontano, fare finta di niente.
Forse anche adesso che era stato lasciato da lei continuava ad amarla…
Peter era stato il primo di cui si fosse innamorato davvero, che non fosse un’avventura o una cotta passeggera, che gli avesse instillato nell’anima quel sentimento violento ed immenso, che sembrava impossibile da contenere tutto dentro di sé, che lo faceva quasi impazzire.
Ed era stato proprio quell’amore a trasformarsi in odio feroce quando aveva scoperto che era lui a nascondersi sotto la maschera di Spiderman. Si era sentito tradito. Perché non gli aveva mai detto nulla? Perché non gli aveva mai svelato il suo segreto? Non si fidava di lui? Come aveva potuto proprio lui uccidere suo padre? Aveva creduto che Peter fosse come tutti gli altri e quell’amore che gli portava si era definitivamente sporcato. Da quel momento si era nutrito di puro odio, fino al punto di trasformarsi in New Goblin e cercare di uccidere il suo migliore amico, l’unico che avesse mai amato, la parte migliore di sé.
I ricordi di quella sera saettarono nella sua mente spegnendo il suo sorriso.
Si erano fatti del male a vicenda, con accuse e menzogne, ma, per fortuna, erano ancora li, l’uno accanto all’altro ad affrontare la vita. La sua mente indugiò su pensieri ingarbugliati, la cui domanda sottintesa era sempre e soltanto una: avrebbero mai potuto dividere qualcosa di più profonda di quell’amicizia?
Nessuna risposta arrivò a confutare i suoi dubbi. Harry sospirò pesantemente, riponendo la cornice al suo posto sulla scrivania e riprendendo in mano i documenti da firmare: se avesse finito prima del solito, forse sarebbe riuscito a strappare ancora qualche momento con Peter.