44. STRATEGIE RISCHIOSE

lestappen

/Charles/

“È come una serie di implosioni continue, una dietro l’altra.
Mi sembra di essere schizofrenico, da un lato voglio lasciarmi andare ed essere più me stesso, controllare di meno, dall’altro non riesco. 
Non riesco a lasciarmi andare come vorrei. C’è sempre qualcosa che mi frena dal fare ciò che vorrei. Saltare addosso a Max, per esempio. Lasciare Pierre. Correre in modo egoista e da padrone della pista. 
Non l’ho mai voluto fare perché mi è stato inculcato il principio cardine che un bravo pilota è quello che riesce ad essere il migliore insieme agli altri piloti intorno, senza rovinare la gara di nessuno. Solo così puoi essere veramente bravo. 
Ma a me sta sul culo dover tenere in considerazione gli altri, specie quando magari gli altri non tengono in considerazione me. 
In altre parole vorrei essere come Max e fottermene totalmente degli altri, ma dopo che ho passato la mia vita a disprezzarlo per questa sua inettitudine di pista, perché era più veloce degli altri solo se li investiva o li spingeva a lasciare il pedale per non scontrarsi con lui, non è che posso fare lo stesso. 
Lo so, nella mia testa so benissimo che se non fossi un pilota corretto e pulito non mi piacerebbe vincere. 
Però c’è un lato di me egoista e competitivo che vorrebbe solo cancellare gli altri.
Io non sono secondo a nessuno, dannazione. Solo perché sono il più giovane e sono arrivato dopo, non sono secondo. Perché dovrei correre come un secondo se ho tutte le qualità per essere primo? E non me ne fotte nemmeno un cazzo di essere primo o secondo. 
Fatemi solo fare la mia dannata gara! 
Ma sono così schiacciato dai doveri che mi auto impongo come un idiota, che questa volta in pista con Seb non ce la faccio e non sono quello corretto e pulito che cerco sempre di essere.
Ma forse lo sono ed è lui quello che non lo è.
Forse chissà cosa succede, magari gli sto così tanto sulle palle, ora, che ha guidato di merda anche lui e proprio perché era contro di me, in pista, in quel momento in cui finiamo a contatto.
Qualunque sia la verità, alla fine la nostra gara finisce qua, in Brasile, ed è una cosa che mi sta fottutamente sul culo. 
Fatico enormemente a riprendere il controllo, so che devo farlo prima di aprire bocca e scendere dalla macchina, ma fatico tantissimo. 
Finora la pista e la macchina erano state il mio rifugio. Le cose erano funzionate solo lì. Invece adesso non ce la faccio, non mi sembra di starci riuscendo. 
Mentre ce ne andiamo abbandonando la gara che era quasi finita, nessuno dei due parla né si toglie il casco. Stiamo totalmente in silenzio, probabilmente preda degli stessi istinti.
Anche lui come me vorrebbe gridare e dire di tutto, l’ho visto come perde la testa in certi momenti, ma mi chiedo come diavolo faccia a trattenersi per la maggior parte del tempo. Sono sicuro che è da Monza che vuole insultarmi, ma a parte quella frase che mi è rimasta impressa della cena, non ha poi detto e fatto niente.
Davanti alle telecamere è divertente e scherza con me come se non ci fossero problemi, poi appena quelle si spengono o non ci sono obblighi di video girati con gli sponsor e cose simili, mi ignora con un tale gelo che lo ammiro.
È così che voglio diventare, è quello il tipo di controllo che voglio ottenere. 
Anche se odio profondamente qualcuno, non devo dire o fare assolutamente nulla che lo faccia capire. 
Ma si può vivere una vita intera così? Quanto si può andare avanti in questo modo?
Ho sempre ammirato Seb, così come Lewis, Kimi, Fernando... tutti grandi piloti. Seb l’ho vissuto più degli altri visto che è stato mio compagno quest’anno e prima di Monza era accogliente, solare e molto protettivo. Ho visto il suo stile di lavoro, la sua enorme professionalità. Cura ogni dettaglio, non si limita a fare il suo in quanto pilota. Guarda e studia ogni altra cosa. È estremamente completo, partecipa a tutto, anche alle questioni dei meccanici, stabilisce le tattiche, si sacrifica in gara per provare strategie rischiose che sa possono andare contro di lui, ma che comunque potrebbero aiutare a conoscere e migliorare la macchina.
Da un punto di vista professionale è pazzesco. Io non capisco come faccia a sacrificare le sue gare, consapevole che potrebbe andare male facendo quella determinata cosa. Anche se forse poi quello può aiutare a comprendere meglio la macchina, alla fine è una gara che al novanta percento andrà in merda, chi se ne frega se quella dopo andrà bene? Lui è il pilota, gli ingegneri dovrebbero fare il loro lavoro e fornire una macchina vincente, non dovrebbe essere lui a costruirsela. 
Ma lui no, lo fa per il bene non solo suo, ma anche mio e di tutto il gruppo. Se la macchina migliora, ne giovo anche io.
Però in pista non riesce più a vedermi come un suo compagno, come faceva prima di Monza. 
Si è convinto di questa mia doppia faccia e non gli ho mai fatto capire che non è una doppia faccia, è solo che implodo e soffoco. Soffoco ciò che ritengo un errore da parte mia, un difetto, qualcosa che non va bene. Lo nascondo perché mi rendo conto che non va bene, che non è buono. 
Purtroppo però quando corro, a volte, non riesco a controllarmi perché mi lascio totalmente andare. Lì in pista sono il vero Charles al cento percento e non guardo in faccia niente e nessuno, corro e basta. Non penso agli altri intorno se non per evitare di entrare in collisione con loro; non penso alle strategie, agli ordini, al bene della squadra. Penso solo a come fare per vincere o fare la gara migliore possibile. 
Sono egoista, quando tiro giù il casco. Ed è il Charles che solo Max conosce, perché è colui che mi ha ‘assaggiato’ per più tempo. 
‘Il tuo vero carattere. Non dovresti continuare a nasconderlo per regalare sempre agli altri quello che pensi dovresti essere. Ognuno è fatto come è fatto, non lo puoi decidere. Se ti trattieni sempre finisci poi per perdere il controllo e di solito capita sempre nel peggiore dei modi e te ne penti, ma a quel punto il danno è fatto ed è difficile rimediare. Cerca piuttosto di lasciarti andare, essere te stesso. Non provare a seguire le regole di qualcun altro. Fatti le tue regole.’
La voce di Seb risuona nella mente come se mi avesse detto queste cose ora. Ogni tanto ci ripenso e mi viene sempre da dire ‘senti da che pulpito!’
Seb è il primo che trattiene per poi esplodere male, ma forse proprio per questo è l’unico che mi può fare questo tipo di predica. 
Sii te stesso, fai le tue regole. È stato un consiglio quasi da padre e mi ha fatto sentire strano, quella sera a Monza; peccato che poi tutte le volte successive mi ha ignorato. Quando abbiamo avuto interviste od occasioni da condividere con Lewis sembrava più suo compagno di squadra che mio, io non esistevo, c’era solo lui.
Mi chiedo se ora mi dirà di tutto, quando ci toglieremo i caschi e saremo al cospetto di Mattia. Non dirà niente per tutto il tempo? 
Finirà così fra noi?
Se fossi Max ora gli starei gridando di tutto come un matto e poi magari starei meglio, ma non sono Max. La mia bocca rimane chiusa mentre penso solo che vorrei tutto fosse diverso.
Diverso come? 
Ma che ne so. Diverso. Non così. Ed invece non posso dire e fare niente. Devo solo tenere la bocca chiusa, la testa china e non dare cenni di arroganza o prepotenza. Perché è così che si deve essere. Queste sono le regole stabilite da qualcun altro.
Sii te stesso, mi ha detto Seb quella sera. 
Facile a dirsi. Ma se io fossi me stesso, che diavolo ne so di cosa sarei? 
Forse il problema è che non mi conosco veramente, non so com’è l’autentico Charles. Tutto qua. Ed ho paura di quell’ignoto che mi si apre davanti. 
Io, lo specchio, non lo voglio guardare nemmeno con la coda dell’occhio. Penso che non mi piacerebbe ciò che vedrei, proprio per niente. 

Alla fine non succede niente, Mattia non affronta la situazione, come sempre, e forse è proprio questa sua mancanza di carattere a far crollare poco a poco questo posto a cui tutti teniamo. Non molleremo, ma è qua, mentre lo guardiamo con la stessa perplessità mentre dice solo di stare più attenti e non mandare più a puttane una gara, che lo realizziamo e non serve ci fissiamo e ne parliamo.
Sappiamo perfettamente cosa pensiamo ed è la stessa cosa. 
Siamo soli e forse proprio per questo dovremmo unirci invece che distanziarci come se fossimo ai poli opposti. 
In questo momento capisco Seb, ci tiene così tanto a questo posto da fare ciò che gli altri, Mattia in primis, non è in grado di fare. Sacrifica le sue gare e la sua stessa posizione di primo pilota, perché adesso tutti dicono che sono io il futuro e che lui è fritto, ma non hanno idea di come stanno realmente le cose e Lewis è l’unico a difenderlo pubblicamente, dicendo che io faccio risultati con la macchina che Seb sta migliorando. 
Non mi stupisce che lo dica, sapendo che stanno insieme. Un po’ mi fa sorridere e li invidio allo stesso tempo. 
Seb per quanto stia passando un periodo che penso sia orribile, insultato e criticato da tutti, ha lui. Ha Lewis. 
Io? Io ho Pierre, certo; mi sostiene sempre un sacco e sono contento che ci sia, ma guardo sempre Max da lontano con gola, come ad un dolce che desidero da matti ma che mi proibisco da solo perché sono un coglione. 
Quel dolce non mi farà male se lo mangerò, ma sono convinto di non poterlo assaggiare. Così ripiego su un altro cibo che mi fa meno male, o che per lo meno penso di poter mangiare senza sentirmi in colpa. 
Sono proprio un idiota, è questa la sola conclusione. 
Guardo Seb mentre va oltre preparandosi alle interviste post gara, come di rito. 
Mi aspettavo mi dicesse qualcosa, un rimprovero, uno sguardo, ma invece ha fatto come se non esistessi.
Quanto ancora andrà avanti questa guerra fredda? Perché diavolo devo sopportarla se non mi piace?
- Qual è il problema, si può sapere? - sento la mia stessa voce parlare in sua direzione, non sono seccato come mi sento dentro. Ancora una volta non riesco ad essere onesto con me stesso. Vorrei gridare, ma non lo faccio. 
Seb si gira sgranando gli occhi sorpreso quanto me. Decisamente non si aspettava una reazione simile da me. 
Il cuore va velocissimo ed è un momento di improvvisa ondata inattesa. 
- Perché? - fa lui calmo e senza tradire emozioni.
I suoi occhi blu di una sfumatura diversa da quella intensa di Max, mi fissano con finto candore. 
Il nervoso sale, ma io invece rimango educato come devo essere. 
- Sarà sempre così fra noi due? 
- Così come? - insiste Seb, mani nelle tasche e atteggiamento apparentemente menefreghista. Non sembra infuriato, né che stia trattenendo un insulto perché è in mezzo a troppa gente, metà dei quali del nostro team. Forse mi provoca, vuole vedere se tiro fuori qualcosa. 
- Come se fossimo estranei! 
- E cosa siamo, scusa? - continua come se realmente non capisse. Ma so che capisce. So che sa. 
Nervoso. Nervoso a livelli cosmici. Cosa diavolo vuole ottenere? Perché mi tratta così? Cosa diavolo vuole da me realmente? Cosa ho sbagliato con lui? 
- Compagni di squadra! - la mia bocca parla da sola consapevole che è una risposta in qualche modo sbagliata. Siamo compagni di squadra solo formalmente e sono il primo a pensarlo. 
Ma forse, in realtà, è questo che non mi sta realmente bene. Rivoglio il Seb dei primi mesi.
Sono una contraddizione vivente.
Seb si illumina come cadesse dalle nuvole. 
Stringo i pugni infilati prontamente nelle tasche per impedire che si veda quanto sono incazzato. La mia faccia è ancora sotto controllo. 
- Oh, adesso siamo compagni di squadra? Pensavo fossimo solo due piloti come altri in pista! - polemico. Questa volta lo è. Vorrei coprirlo di insulti, che diavolo vuole da me? Perché fa così?
- Non eri così prima, perché sei cambiato improvvisamente? - ed è la prima volta in vita mia che affronto qualcuno a viso aperto, seppure cercando di contenermi al massimo. 
Sono shoccato da cosa sto facendo. Sono davvero shoccato sia dal fatto che parlo, che dal fatto che sto cercando di risolvere qualcosa di cui sono responsabile. 
Vorrei farlo diversamente. Vorrei gridare, scompormi, insultarlo e fare il matto, invece sono qua, dritto, composto, mani nascoste nelle tasche. 
Perché non ci riesco? 
- Mi sono solo adeguato, Charles. Sei tu che hai voluto fosse così. 
Con questo si gira e fa per andarsene, sempre freddo e tranquillo. Ma non mi sta bene, non mi sta proprio bene per un cazzo. Questa volta non ce la faccio a resistere anche se un lato di me, attraverso la voce immaginaria di mio padre, mi ammonisce dicendomi di non essere sconveniente e portare rispetto; l’altra, una voce più simile a quella roca di Max, mi dice di gridare e farmi valere, non permettergli di voltarti le spalle. 
- Io non ho voluto proprio niente! - sibilo a denti stretti quasi fra me e me e gelido. Seb si ferma improvviso, inaspettatamente. Si gira, mi guarda sinceramente stupito e mi scruta con interesse, quasi a vedere se è uscito qualcosa che cercava di tirarmi fuori.
Non so che diavolo sta facendo con me, ma non si deve azzardare. Nessuno qua dentro è mio padre. Nessuno può dirmi od indirizzarmi verso ciò che dovrei essere. 
Sono io qua da solo e lo sono da anni e non ho nessuno che mi aiuta e mi dà lezioni e consigli, né mi dà le regole. 
‘Fatti le tue regole.’
La voce di Seb di quella sera a Monza rimbomba di nuovo nella mia testa, mentre i suoi occhi mi fissano, mi scrutano, mi penetrano lasciandomi a disagio. Mi sfida in silenzio a tirare fuori il vero me, a lasciarmi andare, a fare e dire ciò che vorrei davvero, ma io non sono ancora pronto. Non lo sono nemmeno con lui. 
Perché lo sta facendo? 
Mentre mi giro e me ne vado per primo, scappando da questo confronto che avevo cercato per primo con impulso senza essere realmente pronto, mi rendo conto in un momento chiarificatore della portata di un fulmine a ciel sereno. 
Sta cercando di aiutarmi, in qualche modo, alla sua maniera stramba, ma non ho idea perché e soprattutto che diavolo cerchi di ottenere. 
Vuole aiutarmi a sbloccarmi e tirare fuori il vero me, ma che diavolo gli interessa, a lui? 
Forse lo stesso che gli interessa quando sacrifica le sue gare per strategie rischiose che mettono a repentaglio i suoi risultati solo per la Ferrari, per la squadra intera, per i dirigenti, il presidente, me. 
Perché, forse, semplicemente gli importa degli altri. Gli importa in modo a dir poco shoccante. 
Io non so se ne sarei in grado. Il suo contratto scade alla fine del prossimo anno, se non avrà risultati non lo rinnoveranno, si vocifera che sia a rischio e vedendo l’ambiente è probabile, ma lui va avanti per la sua strada rischiosa, come in una direzione ostinata e contraria, contro tutto e tutti, convinto di fare il bene del gruppo. Un gruppo che son sicuro non ci penserebbe due volte a pugnalarlo alle spalle. 
Perché lo fa?
Forse è per lo stesso motivo che ha fatto perdere totalmente la testa a Lewis per lui, perché da come lo guarda e come lo difende sia davanti alle telecamere che dietro, si capisce quanto lo ami. Specie se lo sai, te ne rendi conto, lo noti, lo vedi.
Perché ha cuore anche per chi non ce l’ha. 
Per me, per esempio. 
Mentre vado verso i giornalisti che mi aspettano, seguendo la mia responsabile stampa, mi chiedo se sappia che non ne vale la pena, non per me.
Caro Seb, questa è solo l’ennesima strategia rischiosa che precede una sonora sconfitta. Con me temo non ci sia speranza.”

/Max/

“Pensavo mi avrebbe ignorato e sarebbe scappato facendo il ghiacciolo come ha sempre fatto dopo tutte le volte che capitava qualcosa fra noi.
Invece devo dire con stupore che non mi ha tolto la parola e non solo, ma mi sta tenendo a sé come se ne avesse bisogno. 
Dopo quella volta non ho più fatto proposte né preteso altre cose sconce, un po’ era per metterlo alla prova, un po’ dovevo capire io stesso come muovermi. 
Ogni tanto quando lo trovo da solo in un angolo a cercare di concentrarsi su qualcosa, mi viene voglia di raggiungerlo e rompergli le palle, disturbarlo, turbarlo, ma poi mi torna in mente quel discorso serio che abbiamo fatto in Giappone. Quando ha aperto la porta col tifone fuori pronto a prenderlo e farlo volare via. 
Se non ci fosse stato il contraccolpo a farlo volare indietro, l’avemmo perso. L’ho afferrato al volo impedendogli di cadere indietro e farsi male e tutto è andato bene, ma anche se lui dice che non aveva tentato di suicidarsi, comunque ha cercato di farsi male.
Ne ho parlato con mia madre quando poi sono andato a trovarla proprio dopo quella gara in Asia. 
Ho pensato a lungo a quel fatto perché mi ha toccato profondamente in un modo che non avrei mai pensato. 
Fino a quel momento Charles era solo quello che volevo scoparmi, il primo dopo Daniel che desideravo realmente, perché le fantasie che ogni tanto ho avuto su Lewis sono state parentesi come potrei averle su qualsiasi altro che rientra nei miei gusti. Charles è stato il primo e pensavo di volerlo trombare e basta, ma dopo quella volta è successo qualcosa in me; anche se poi con Lando ho riso, facendo mille piani di battaglia volti al non mollare e spingerlo a lasciare Pierre per buttarsi su di me. 
Il dialogo che ho avuto con lei me lo ricordo come se fosse ora. 

**

- Perché la gente si fa fisicamente del male? È solo masochismo? Cioè godi nel farti male? O magari sono istinti suicidi?
La metto semplice, ma so che non lo è. Lei mi guarda meravigliata e subito le leggo la preoccupazione negli occhi, mi scruta mentre mi rigiro la tazza di thé che mi ha preparato. 
- Non penso sia così semplice. - fa lei riprendendo subito il controllo con la sua tipica dolcezza. Potevo prendere da lei, invece ho preso da mio padre. Anche questo ogni tanto mi frena dal desiderare di sistemarmi seriamente con qualcuno. Gli farei del male come lui l’ha fatto a lei. Noi non siamo fatti per stare con qualcuno in modo serio. 
- No, non lo credo nemmeno io... - dico ipnotizzato dal liquido scuro e caldo che c’è nella tazza di ceramica. È sempre la mia, me la conserva e me la fa usare quando vengo a trovarla. 
Per me questa è sempre quella che identifico come casa mia, anche se me ne sono andato da piccolo. Ma perché è lei, che per me è casa. Nonostante ho sempre vissuto con mio padre. 
Mi dà pace; quando sono alienato e di solito capita per colpa di quell’uomo, mi basta sentire la sua voce. 
- Non credo siano istinti suicidi, però potrebbe essere un metodo per riprendere una specie di controllo perso? 
Devo sapere se quella sera a Charles ho detto una stronzata o se può essere vero, perciò lo chiedo a lei che ne sa sicuramente più di me, visiti i suoi studi nel sociale.
Quando quella sera ho detto questo a Charles, lui mi ha abbracciato d’istinto sentendosi capito, ma io resto turbato da quel suo gesto, non riesco a cancellarlo e non so se avevo ragione. 
È così fragile. 
Lo siamo entrambi. 
Se stessimo insieme le nostre fragilità potrebbero diventare forza? 
- Dipende da cosa si intende con perdere il controllo... - fa lei paziente e delicata senza farmi domande dirette. Io mi appoggio all’indietro mettendo la tazza non più bollente sullo stomaco, la felpa col cappuccio a proteggermi dalla sensazione di caldo. Con la nuca all’indietro lascio che gli occhi vaghino per il soffitto senza vederlo davvero e ripenso a quella nostra conversazione. 
- Quando... quando non vuoi lasciarti mai andare, credo. Quando non riesci veramente ad essere te stesso perché sei bloccato ad un trauma adolescenziale. Cerchi di crescere tutto d’un colpo senza mai riuscirci davvero. Ti costringi a mantenere sempre il controllo, per poi perderlo quando tutto diventa troppo grande ed ingestibile. E poi cerchi di riprenderlo facendoti male. In questo caso potrebbe essere un metodo per riprendere il controllo di te stesso? O forse è istinto suicida e basta?
In questo siamo molto diversi; io avevo mio padre che mi dava giù, non avevo bisogno di farmi male. Io dal dolore sono sempre scappato fino a non sentirlo più perché ormai insensibile. Il dolore fisico mi inseguiva, perciò tanto valeva rafforzarmi per non soffrirne. 
Ci sono riuscito? Sono diventato insensibile al dolore fisico? E quello emotivo? Quello come lo vivo? Forse non lo vivo, forse sono diventato insensibile a tutto. 
Pensandoci, quello che ho patito lasciando Daniel mi risponde senza volerlo. 
Che diavolo dici, coglione? 
Hai sofferto eccome se hai sofferto. 
- La gente a volte si fa del male fisico per ricordarsi di essere viva. - dice lei a questo punto con candore. 
Appena lo dice sento come un campanello nella testa; la guardo colpito perché sento che ha appena capito Charles al volo molto meglio di me. 
Poi torno a ciò che mi infastidisce maggiormente di lui.
- Ma che male c’è nel perdere il controllo di sé stessi? - io vivo sempre senza freno, il freno non lo tiro mai. Lo faccio da quando sono piccolo per scappare da mio padre e ho riversato in pista questo mio modo di essere, diventando un pilota parecchio odiato proprio per questo mio non schiacciare mai il freno. Lo faccio schiacciare sempre agli altri. 
- C’è la paura di cosa potrebbe succedere se lo si perdesse. Ci sono persone che devono avere tutto sotto controllo sempre, ogni aspetto. Persone che seguono tutte le regole e ci tengono a fare ogni cosa con precisione e per bene. Estremizzato, è la paura dell’ignoto. Ma ci sono mille casi diversi, non posso darti una risposta giusta senza sapere i dettagli.
Lei è ferrata in materia, è stata un assistente sociale, ma anche se così non fosse credo le parlerei comunque di queste cose perché mi sento di farlo. 
- In questo caso come posso aiutarlo? - senza volerlo parlo al maschile indicando che è un ragazzo. 
Lei non se ne turba e non fa una piega, con calma risponde stringendosi nelle spalle e sorridendo dolcemente: - Facendogli capire con molta calma e delicatezza che anche se si perde il controllo, non succede niente di brutto.
- Dovrei spingerlo, pressarlo? 
Lei scuote subito la testa decisa. 
- Con questo genere di persone è peggio. Devi essere più paziente e dolce. Piano piano lo capirà. 
Ripenso così a quando gli ho detto che non ha fretta, che non deve sbrigarsi a tutti i costi a risolvere con Pierre, che può farlo quando vuole. Quando gliel’ho detto abbracciandolo, si è calmato e lentamente è tornato in sé. 
Dolcezza, dunque? 
Proprio io? 
Non ho ricevuto troppa brutalità per capire come si è dolci? Mia madre mi sorride teneramente e si alza chiedendomi se voglio dei biscotti prima che il thé si raffreddi del tutto ed io annuisco sorridendole di rimando. 
Forse qualcosa del suo DNA è comunque passato nel mio. Chissà... 
Lo spero tanto. 

**

Quindi sono stato dolce e paziente e non l’ho pressato come un pazzo maniaco testa di cazzo, come avevo deciso di fare parlando con Lando. 
Però devo dire che in effetti ha dato i suoi frutti perché Charles non mi ha evitato e mi sorride come un tenero cucciolo. 
Oggi è l’ultima gara dell’anno, l’ultima occasione che potrei avere con lui prima di un bel po’ di mesi ed è da giorni che mi chiedo se devo continuare con la linea della pazienza, o se devo mandare tutto a puttane e provarci di nuovo; magari non spudoratamente, senza mettermi nella condizione di essere di nuovo rifiutato, ma qualcosina che gli ricordi che mi desidera. 
Se mi desidera. 
A questo punto forse non è così. Non è che voleva scopare con me perché mi desiderava, ma perché gli piacciono i miei modi fuori dagli schemi. È un po’ quel che ha detto Daniel, gli sono piaciuto perché ero totalmente diverso da come apparivo e l’ho incuriosito. Credo che suscito curiosità negli altri, appena si prendono la briga di andare un po’ oltre.
Ma ormai siamo agli sgoccioli per quest’anno e vorrei davvero capire che cosa fare. 
Se lascio che le cose vadano così senza tirargli nemmeno un sassolino, forse lui si adagia troppo. Adesso sembra stare bene, ma probabilmente è perché nessuno lo pressa più. 
Credo che abbia parlato con Pierre, quella notte, e gli abbia fatto capire che non è pronto per parlarne. Pierre è dolce e paziente e lo ama, perciò gli avrà ancora dato tempo e se tutti gli danno sempre tempo e non gli rompono più le palle, lui sta bene. 
È quando tutti gli cagano il cazzo che poi sta male e diventa allucinato e va fuori di testa, solo che non l’avevo mai visto tentare di farsi del male. 
Credevo che saltasse addosso alla gente, magari diventasse irascibile. Invece ora è arrivato ad un punto che mi turba ed ora ho paura a spingerlo, lo ammetto. 
L’ultima volta non è per niente andata bene, anche se insomma... alla fine ho la foto del suo cazzo nel mio telefono. Proprio così male non mi è andata.
Ma come posso dimenticare quella porta aperta davanti al tifone e lui che veniva spinto indietro? 
Cazzo, odio pensare. È tutta colpa tua, Charles Leclerc. Con te ogni cosa è una dannata strategia rischiosa, di quelle che se funzionano vinci la gara, ma se sono sbagliate la perdi molto male. 
Ecco cosa sei. Una fottuta strategia rischiosa. Ed io non è che voglio rischiarti, perché non si tratta solo di non scopare con te se va male, potrebbe significare vederti di nuovo farti del male e non è una cosa che potrei sopportare.”


NOTE: il ruolo di Seb nella vita di Charles (nella mia fic) è importante perché mi serviva una figura al di là di Max e Pierre o dei suoi amici. Una figura in grado di aiutare Charles senza interessi dietro. 
Il loro rapporto è stato realmente molto particolare, perché all’inizio Seb lo coccolava tanto, poi dopo il Belgio c’è stato un repentino allontanamento fra i due. Ricordo che tutte le loro interazioni erano molto fredde e che se c’erano momenti in cui loro erano con Lewis o qualcun altro, Seb era molto più socievole con il terzo elemento ed ignorava totalmente Charles. Per fortuna è stato solo un periodo. Ad un certo punto i due erano di nuovo in sintonia e per la fine della carriera di Seb, i due erano legati. Le volte che si rivedono ora è chiaro che il rapporto è proseguito e che è genuino, perciò ho pensato che Seb fosse perfetto per quel ruolo. 
Non ha una rilevanza eccessiva, nel senso che c’è e lo inserisco ogni tanto ‘usando’ Seb per far capire degli aspetti importanti di Charles. 
Oltre a tutto questo, come ho già detto da subito, Seb è uno dei miei esseri umani preferiti e dovevo per forza inserirlo in qualche modo. 
Ricordo comunque che quella gara dove Seb e Charles si sono scontrati in gara finendo con un DNF, c’è stato tanto clamore e tutti erano convinti Mattia avrebbe usato la frusta, ma in realtà pare effettivamente che non disse e non fece niente.
Per Max invece so che sua madre era assistente sociale (su internet è scritto così) e so che hanno sempre avuto un bel rapporto, la descrive come una persona dolce e comprensiva e penso che potrebbe parlare con lei di certi argomenti. Mi serviva qualcuno che gli desse un punto di vista più preciso su Charles. In questo periodo ci concentriamo su di lui, ma arriveranno le parti Maxcentriche (e saranno parecchio sconvolgenti anche quelle).
Basta, adesso chiudo le note infinite. Grazie dell’attenzione. Alla prossima. Baci Akane