45. FA QUALCOSA

lestappen

/Max/

“Ho vissuto tutta la settimana di gara chiedendomi come un coglione e con ossessione cosa dovessi fare con lui, pressarlo o lasciarlo ancora stare? 
In conferenza giovedì eravamo miracolosamente insieme ed ho pensato fosse un segno divino, come qualcuno dall’alto, che non credo esista, che mi spianava la strada. Eravamo pure seduti vicini ed ho potuto fare il pagliaccio cercando di farlo ridere, come se fosse la mia missione solenne. Stimolare il suo sorriso per vedere se una volta arriva anche agli occhi, se riescono ad animarsi di gioia e divertimento sinceri cancellando quell’ombra triste. 
Ho fatto il pagliaccio come non mai cogliendo ogni occasione, anche la più insignificante, ed esagerando cose che forse erano un po’ divertenti ma non poi così tanto. Mi sono trovato disperatamente a cercare battute nella speranza che fossero divertenti e le ho fatte sempre rivolte esclusivamente a lui, come se l’altro pilota con noi non esistesse. Era Kevin, forse? E per cosa ho fatto l’idiota? Non aveva importanza, perché alla fine Charles ha riso e ha scambiato qualche battuta con me ed io mi sono sentito al settimo cielo. Come un idiota patetico. 
Peccato che i suoi occhi rimanevano sempre con quella luce un po’ spenta lì dietro il suo bel sorriso e la sua risata. Peccato sul serio. 
Ma ridevo io per lui. O forse sorridevo. Credo che la mia faccia abbia avuto ad un certo punto una piega così soffice e tenera da rendermi conto da solo di essere fottutamente patetico. Ed anche fottuto proprio. 
Lui era lì vicino a me e rideva alle mie battute senza riuscire ad essere felice davvero, ma si vedeva che stava bene con me, che non era a disagio e che non cercava di scappare. Non l’ho stressato come avrei voluto fare, come altre volte ho fatto per ricordargli che ci sono e che lo voglio scopare. Ho seguito il consiglio di mia madre ed ho avuto pazienza, ma qua ad Abu Dhabi, l’ultima gara dell’anno, non sapevo più come comportarmi.
Ero come un matto e lui, come per magia, mi ha dato un piccolo segno. Si è allungato sulla sedia ed il suo piede sinistro ha toccato il mio destro, solo la punta. Quel piccolo contatto apparentemente casuale mi ha rimandato alla mente Monza, quando ha ballato per me lasciando che i nostri piedi e le nostre gambe si toccassero, e pure poi in camera, quando nudo davanti a me ha voluto sapere cosa era successo da quando si era ubriacato. Ogni singolo ricordo è vivido in me. 
Sono rimasto ebete con il suo piede contro il mio, così discreto, così nascosto, quasi. Una cosa apparentemente insignificante per chiunque, ma così importante per noi che abbiamo una dinamica tanto strana e contorta. Cose che possono avere un significato solo per noi.
Voleva facessi qualcosa o solo ringraziarmi per essere stato paziente e non avergli rotto le palle come mio solito?
Devo forzare la mano, appartarci insieme da qualche parte e fare qualcosa?
Me lo sono chiesto come un coglione tutto il tempo ed alla fine ho lasciato che tutto finisse così, senza fare nulla. Senza nemmeno costruirmi la mia occasione.
Come un dannato idiota che si mangia le mani.
Perché non ho fatto nulla dopo quella conferenza? 
Perché cazzo sono così patetico ed idiota? 
Mi sono mangiato le mani tutto il weekend giurando che se avessi avuto ancora un’occasione perfetta, l’avrei colta. Per fare cosa, poi, non lo so. Ma voglio coglierla. 
Tutto il weekend così. 
Faccio o non faccio? Ma sì che faccio, se si presenta il momento faccio. Cosa? Non ha importanza, faccio. È l’ultima gara dell’anno, devo fare qualcosa. Non posso farlo andare via così. E se poi si dimentica di me? 
Un weekend infernale da un certo punto di vista. Non so dove ho tirato fuori tutta quella pazienza, ma per fortuna alla fine sono stato premiato visto che inaspettatamente adesso siamo sul podio insieme, io secondo e lui terzo. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe finita così?
Di nuovo il destino o chissà cosa che mi spiana la strada come giovedì. 
‘Giovedì sei stato un coglione, vedi di darti da fare, adesso!’ 
Mi immagino la voce di qualcuno che tira i fili che mi dà le indicazioni dall’alto. 
‘Non credere che ti dia ancora così tante occasioni, se non ne cogli nemmeno una.’
Il premio è proprio inaspettato ed arriva con un mezzo abbraccio fra di noi appena scesi dalle macchine; beh, me lo cerco, lo ammetto, ma lui non scappa. Appena giù e tolti i caschi, entrambi abbiamo chiara l’intenzione di complimentarci a vicenda. Un po’ è la prassi, ma questa volta è diversa dalle altre. Ci siamo sempre e solo stretti la mano in modo formale, quasi costretti a volte, altre più spontaneamente e sentitamente. Ma adesso ci andiamo incontro in perfetta sincronia e non è una stretta di mano, che cerchiamo. Oh, no. È un abbraccio, quello che vogliamo. 
Peccato esca qualcosa che è una via di mezzo perché credo ci sia l’imbarazzo o chissà cosa, ma i nostri sguardi si incrociano per un momento breve, mentre ci cerchiamo e ci veniamo incontro. Lo abbasso subito appena mi avvicino troppo perché sono patetico ed il cuore è troppo veloce in questo momento; ho troppa adrenalina per via della corsa e mi conosco, se lo guardo troppo da così vicino finisco per fare una cazzata delle mie, ma non è il tipo di occasione che posso sfruttare visto che siamo in mezzo a miliardi di persone, molte delle quali ci riprendono e ci fotografano.
Così è la mia mano che ha vita propria: lo afferro per la spalla scivolando subito dietro verso il suo collo, come a cercare d’attirarlo di più a me. Per sentirlo meglio. 
Con più vigore. 
I brividi mi partono potenti su tutto il corpo, merito anche della sua che stringe la mia spalla. Ci avviciniamo entrambi e le nostre spalle si toccano; non è un abbraccio totale, non di quelli che ci siamo scambiati in privato, ma è molto più di quel che abbiamo mai fatto in pubblico ed è sconvolgente e ubriacante farlo così, ora, davanti a tutti. Fregandoci di ciò che abbiamo sempre fatto, ciò che dovremmo fare, ciò che sarebbe meglio evitare. Tutte cose che non so e non ho mai saputo, ma che Charles ha evidentemente sempre saputo. 
Mi starà guardando? Non so cosa fanno i suoi occhi, io tengo i mei ben fissi a terra, alla punta delle sue scarpe che questa volta non toccano le mie. 
Imbarazzo e voglia scavano in me. Come stai, Charles? In che condizioni sei? Cosa provi? Cosa vorresti in questo momento se non fossimo in mezzo a tutti questo dannati scocciatori? Ma la sua mano sulla mia spalla stringe ancora e appena le sue dita mi danno questa scossa, i brividi mi rendono stupidamente euforico e fottutamente eccitato. 
Ancora carichi di imbarazzo, sicuramente lo stesso per entrambi, ci sciogliamo senza concederci troppo ed entrambi andiamo subito a sistemarci dopo la gara, in vista delle interviste in pista e poi della premiazione con il vincitore. 
Ma è poi quando siamo entrambi in piedi sul palco per le premiazioni ufficiali, che me ne rendo conto. 
È qua, mentre parliamo e ridiamo insieme in modo spontaneo e sereni, che capisco qual è la mia risposta alle mie dannatissime domande insistenti. 
Non posso lasciar perdere, non ne sono in grado, ma non sono pronto a rischiarlo ancora pressandolo troppo; non voglio che scappi, ma nemmeno che si allontani perché mollo troppo la presa. 
C’è un confine sottilissimo fra noi, su ciò che è giusto fare; un confine così delicato del tipo che bisogna essere dei piloti dannatamente bravi per non uscire di pista. Un po’ come nel circuito di Monaco che se fai un minimo errore sei fuori senza possibilità di recupero. Mi sento su questa pista, ora, in questo momento del nostro rapporto ed è curioso il paragone, visto che è la pista a cui Charles tiene notoriamente di più visto che è il suo GP di casa.  
Ma mentre siamo qua sul podio a bagnarci con lo champagne e a ridere insieme, vedo il suo viso che ride e gli occhi sempre adombrati, anche se non di tanto, ma c’è quell’opacità ed io voglio solo cancellarla. Dovrebbe essere felice, ha fatto podio ed è arrivato quarto nel suo primo anno in Ferrari. Ha fatto un ottimo risultato nel suo secondo mondiale in F1. 
Sorride, sembra felice, esulta come tutti e butta lo champagne, ma non arriva mai agli occhi. Niente di tutto quello che illumina il suo bel viso, arriva agli occhi che restano con quel fondo malinconico. 
Lì dove le lacrime vorrebbero straripare, ma che non riescono ad uscire. Di cosa hai paura? Anche se piangessi non sarebbe la fine del mondo. 
Ma lo dico io che non ho mai pianto in vita mia. Non sono il più indicato per queste patetiche prediche. 
Però mi prodigo per farlo ridere lo stesso, nella speranza, un giorno, di vederlo ridere davvero. Che anche i suoi occhi si illuminino come le sue labbra e che sia veramente divertito e felice, quando lo farà. 
Chissà quanto potrebbe essere bello vederlo ridere sul serio e con tutto il suo viso? Chissà cosa proverò nel sapere che l’avrà fatto per merito mio?
Mentre lo penso, una piccola parte di me, quella che forse ho ereditato da mia madre, mi rende noto che questa cosa va molto oltre il voler portarmi a letto qualcuno.
Che solo per un orgasmo con qualcuno non si arriva a questi livelli. Poi in sala stampa ho ancor più chiara questa sensazione. 
Sono infastidito che Lewis ci separa e non posso attirare la sua attenzione e farlo ridere con qualche stronzata, né parlargli piano di qualcosa che può sentire solo lui ottenendo così un momento fra di noi. 
Lewis mi piace, mi è sempre piaciuto in più di un senso, non mi ha mai dato fastidio, ma oggi volevo solo che sparisse e so che non è normale. Lo so bene. 
Così come so che dannazione, se ora mi alzo e me ne vado da questo posto senza fare nulla, me ne pentirò per tutta la vita. Lo so bene. Su questo ne sono consapevole. Perciò Max tu ora ti alzerai appena la press finirà e troverai un cazzo di modo per avere un momento con lui. Non importa cosa, solo un cazzo di momento prima di andarcene in vacanza e non vederci più per chissà quanto. 
Fa qualcosa, dannazione!  
Poi non importa quanto ci metterai a lasciare Pierre e buttarti su di me, aspetterò quel che serve senza metterti a rischio, senza spingerti a fare stronzate per riprendere il tuo tanto prezioso controllo.
Un giorno spero capirai che ne varrò la pena, che anche se lo perdi, quel controllo, il mondo non cadrà.
Quel giorno sarò qua ad aspettarti, ti accoglierò, ti bacerò a lungo e ti stringerò e poi ti spoglierò e ti stenderò sul mio letto e da lì non ti lascerò mai più andare. Ti farò mio in ogni modo e non te ne pentirai. Ti prometto che quando ti farò mio, finalmente, non te ne pentirai. 
I miei occhi non si staccano da lui anche se in mezzo abbiamo Lewis che parla e risponde alle domande; sono tutti concentrati su di lui, nessuno noterà che fisso Charles come un ossesso malato di mente. 
Sono così patetico? Sono così andato?
Davvero, Max?
Che diavolo ti ha fatto? Come sei passato dal volertelo solo scopare al stare qua a fissarlo in questo modo? 
Assurdo. 
Assolutamente assurdo. 
Riprenditi o qua farai una figura di merda.
Forse dopotutto ha ragione lui quando sostiene che se noi due trombassimo, sarebbe lui l’attivo. 
Porca troia, sono così dipendente dalle sue paturnie che mi faccio proprio schifo. Forse dovrei darmi una scossa e buttarmi almeno momentaneamente su qualcun altro, una compagnia da una botta e via. O tante. O una ragazza con cui scopare e da esibire quando mi pare, per mascherare questa cosa allucinante che mi sta uscendo.
O magari un altro ragazzo che me lo tira: uno ci sarà, no? 
Sì, ma chi? Chi, cazzo? 
Oh, vaffanculo, come diavolo ti riduci quando ti piace davvero qualcuno?
Fai tanto la parte dello stronzo senza cuore che si vuole divertire, prove libere di qua e di là e poi saresti il primo ad accasarti se volessi, se avessi fra le mani la persona giusta. 
Ma sai che queste cose non succedono, specie se Pierre non si leva dal cazzo. 
Ma ora qualcosa me la deve dare, non dico il suo cazzo o la sua lingua, ma qualcosa me la deve concedere. 
Ho il cuore in gola come un adolescente e la consapevolezza che appena usciremo da qua tutto passerà e lo perderò di vista, che ogni occasione andrà nel cesso, così appena ci alziamo la mia testa è solo piena di ‘dai Max, fa qualcosa, non importa cosa, fai qualcosa!’
Come sempre quando dovrei pensare non ci riesco e puntuale come un orologio mi butto, consapevole che non ho realmente un piano in testa. Perché io i piani non me li faccio mai. Vado sempre ad istinto.
È solo che devo fare qualcosa. Qualcosa con lui.
Così appena varchiamo la soglia uscendo dalla sala conferenze insieme a Lewis e a chi l’ha condotta, afferro il polso di Charles e veloce me lo tiro via verso i bagni che sono appena qua fuori. 
Charles, preso totalmente alla sprovvista, non ha scelta che seguirmi e presto si ritrova chiuso con me in questo posto. 
C’è un momento, mentre ci guardiamo ad una vicinanza non eccessiva ma nemmeno siderale. La mia mano sul suo polso sta lentamente scivolando sul suo palmo alla ricerca delle sue dita ed il mio cervello è vuoto, mentre cerca qualcosa da dire. 
L’hai tirato qua per cosa, Max?
Che diavolo pensi di fare, ora che siete qua soli?
Ora che gli stai per prendere la mano come un patetico innamorato del cazzo? 
Il cuore va fortissimo tanto che mi sembra mi spacchi la gola in due, so che il cuore non batte in gola, ma mi sembra così ora e cazzo non so cosa dire, non so proprio cosa dire.
Oh, al diavolo! 
Faccio un passo verso di lui ed è proprio qua che la porta si apre e prima di vedere chi è, con riflessi eccezionali da parte di entrambi, ci separiamo, ci giriamo e lui va al lavandino a lavarsi le mani, io a fare la pipì. 
Non vedo nemmeno chi è, non mi interessa, uno inopportuno sicuramente.
Quando la porta si apre lasciando uscire Charles, mi volto con uno scatto stizzito e vedo un Lewis perplesso che si avvicina ad uno degli orinatoi a muro dove sono io e mi fissa circospetto ed imbarazzato. 
Per un momento sembra non sapere se dire qualcosa o meno, poi, quando pare lasci perdere per concentrarsi sulla pipì, parla con la sua tipica educazione e gentilezza. 
- Scusa, non volevo interrompere. 
Spalanco gli occhi mentre rimetto tutto a posto per la mia non necessaria pipì e lo fisso arrossendo come un idiota. 
- Non hai interrotto nulla... - brontolo realizzando che in effetti è così. Stava per succedere, ma non è successo. Fanculo.
Lewis stringe le labbra e non mi guarda, non dice comunque altro lasciandomi l’illusione di averlo convinto. Che diavolo può aver visto? Perché sembravamo in procinto di fare qualcosa? Che cosa?
Ma preferisco non approfondire e fare come Charles, eludere e scappare. 
Appena esco, passo il resto del tempo qua ad Abu Dhabi ad inseguirlo di nuovo e trovare un’altra occasione. 
Un’altra. Non importa che non ho la più pallida idea di che cazzo dirgli o fare, ma io non posso lasciarlo andare così. 
Inseguimi anche tu, Charles. Cercami. 
È l’ultima gara della stagione, non sarò mica l’unico a non volermi separare così da te? 
Non c’è stato qualcosa, negli ultimi mesi? Qualcosa di intenso che ha drasticamente cambiato il nostro rapporto?
Dannazione, siamo passati dall’odiarci apertamente al volerci scopare, qualcosa è successo e non puoi voler chiudere l’anno facendo finta di niente. 
Ma è proprio all’ennesima ricerca di lui come un ossesso, mentre scappo dai saluti finali e la foto conclusiva di chiusura anno, oltre che di podio raggiunto, mentre lo cerco senza trovarlo, che mi rendo conto che è un’impresa disperata.
 Magari gli scriverò...
Prendo in mano il telefono mentre passo davanti al suo box per controllarlo ma a questo punto mi arrendo. 
- Max, dannazione, è un sacco che ti cerco! Ho appena fatto finta di aver cercato Alex per salutarlo anche se non era vero! 
La voce stizzita da principino di Charles mi raggiunge alle spalle facendomi saltare e quasi cadere di mano il telefono. 
Lo guardo suppongo bordeaux in viso. 
Sono patetico. 
PATETICO. 
- Dove diavolo eri tu, cazzo! Ti cerco da... 
Ma mentre lo dico mi rendo conto di quanto entrambi effettivamente siamo patetici.
Ci siamo cercati a vicenda. 
Un momento, Charles ha cercato me? Lui il re delle fughe? Aveva servito su un piatto d’argento la grande scappatoia e invece mi ha cercato? 
- Andiamo in un posto un po’ più tranquillo? 
Quando lo dice, vedo il suo imbarazzo e la sua tensione e non so come faccio a dirlo, ma sono sicuro che non mi vuole dire niente di bello, niente di ciò che spero. Ma sta anche il fatto che fino a poco fa non sapevo cosa fare io stesso. 
Mi getta in un tale caos, questo ragazzo, che forse farei bene a me stesso a lasciarlo perdere. 
Perché diavolo devo perdere me stesso e la mia testa così?
Annuisco docile e lo seguo come un cagnolino. 
Sei patetico, patetico, Max. 
Ora cosa farai? Ti metterai a saltellargli dietro? Magari scodinzoli pure? 
Non so nemmeno dove mi sta portando. 
Perché non sono mai stato razionale? Perché non ho mai avuto un po’ di cervello? Perché mi sono sempre buttato a capofitto senza pensare ad un cazzo mai? 
E se adesso mi scarica che faccio? 
Beh, per scaricarmi dovremmo essere una coppia e si dà il caso che non siamo un cazzo, perciò che diavolo deve dirmi?”

/Charles/

“Non sapevo bene cosa fare, ma quando mi ha tirato in bagno prendendomi per il polso, ho capito che volevo qualcosa da lui prima di andarmene. Non sapevo bene cosa, ma sicuramente non volevo andarmene così senza nemmeno salutarlo. 
Ma questo l’avevo già realizzato durante la press di giovedì quando gli ho toccato il piede sotto il tavolo, quasi gli chiedessi ‘ehi, ma ti interesso ancora?’
Ha passato tutta la press cercando di farmi ridere, come se fosse importantissimo, ed io so che non ho un gran bel sorriso, ma ci ho provato lo stesso solo perché si è impegnato tanto. 
È stato straordinariamente dolce, tanto che toccandogli il piede ho cercato di dirgli di continuare e non mollare. Una piccola provocazione delle mie per stimolare una sua reazione. 
Delusione, non ha fatto nulla. Che diavolo ha, ora, che mi rispetta troppo? Forse si è stufato di me e delle mie paturnie; sarebbe comprensibile, sarebbe giusto. Ma per fortuna prima mi ha tirato in bagno inaspettatamente, quando avevo abbandonato le speranze. Ero di nuovo contento, sono stato investito da un’ondata di gioia ed eccitazione assurda, mentre la sua mano sul mio polso strisciava per prendere la mia. 
Non so cosa volesse fare, stava per succedere però quel famoso qualcosa che tanto volevo ed ero così entusiasta, dentro di me, che mi sono detto non mi sarei tirato indietro. 
C’era una sorta di certezza, in quel momento. 
Ma poi Lewis è entrato ed ha posto fine a tutto, sono andato in confusione e sono scappato. Come se dall’alto qualcuno volesse dirmi non è destino, non devo, non è ora, ha ancora una cosa importante da fare. 
Pierre. 
Sono scappato istintivamente, vecchie abitudini, ma quando ero fuori ad eseguire come sempre i miei doveri, ero stizzito e contrariato. 
No cazzo. Non volevo andarmene senza salutarlo come si deve. Almeno quello, no? 
Vabbè, ok che se era solo per salutarlo non serviva portarlo nella mia stanza privata. 
Lo conduco nella mia nel Motorhome Ferrari, dove ci sono i miei vestiti e le mie cose con cui intendo cambiarmi prima di andarmene. 
Più privato di così si muore, qua nessuno ci disturberà.
Bene, ed ora che sono qua da solo con lui al sicuro?
Beh, era lui prima ad avermi preso per dirmi qualcosa. Ora può farlo. 
È da un sacco che non fa più niente di particolare nei miei confronti. Non ci prova più, non mi provoca, non mi pressa. 
E dire che io invece me l’aspettavo. Me l’aspettavo al punto che non ho fatto l’evasivo come mio solito scappando in anticipo. 
Ero sempre lì nei dintorni, lo salutavo, gli parlavo se capitava l’occasione e lui è sempre stato lì tutte le volte, ma con una tale delicatezza e gentilezza da non sembrare lui.
Non ci ha più provato, non mi ha più stressato né ‘lanciato sassi’. 
Niente. 
È come se avesse cambiato totalmente direzione, al punto che questa settimana, in quest’ultima gara dell’anno, mi sono chiesto se per caso avesse cambiato idea su di noi.
Sono troppo complicato, dopotutto. Perché dovrebbe aspettarmi e continuare a stuzzicarmi per tenermi ‘caldo’? Per avere cosa? 
Sono così psicopatico che appena uno tira troppo la corda io scappo e cerco uno scossone potente per non perdere il controllo o per ritrovarlo. 
Come potrebbe volermi?
La verità è che ho avuto paura. Ho avuto paura che si fosse stufato, così non sapevo che fare, perché da un lato pensavo che fosse meglio così, dall’altro ero deluso e ferito e non volevo. Non volevo, dannazione. 
Così quando prima mi ha inaspettatamente afferrato e tirato in bagno, mi sono rianimato come è successo giovedì in press, quando gli ho toccato la punta del piede col mio perché tutto il tempo era stato così carino a cercare di farmi ridere e coinvolgermi a tutti i costi. Così tanto carino. 
Quando mi sono ritrovato in bagno con lui, con le mani che si stavano per prendere, mi sono sentito vivo e felice. Esattamente come speravo di essere. Allora gli interesso ancora? In che modo? Cosa vuole da me? Cosa si aspetta? 
Per avere quella risposta sono diventato matto. Dovevo trovare io l’occasione per stare soli e non era facile con tutte le cose da fare con le nostre squadre. L’ho cercato come un idiota senza trovarlo, per fortuna alla fine ce l’ho fatta.  
È che non potevo lasciar correre. Non potevo proprio lasciarlo andare così, non questa volta. 
Chiudo la porta della mia camera in cui prevale il colore rosso. In giro c’è un po’ di caos perché è pieno di cose mie, i miei vestiti che devo indossare, uno zaino con qualcosa che mi serve per prepararmi, altre cose per quando sono qua durante la gara. 
Guardando i miei vestiti pronti da indossare, realizzo che ho ancora la tuta di gara e che dovrei cambiarmi, adesso che sono qua sarebbe l’ideale.
Ora che sono qua con lui.
I miei vestiti sono qua, io sono qua. Quando dovrei cambiarmi? Ho finito tutte le incombenze varie, ho il via libero per togliere le tende. 
Stiamo zitti da quando ci siamo incontrati prima giù davanti al mio garage, lui aspetta che sia io a dire qualcosa, del resto sono io che l’ho trascinato qua. 
Io aspetto sia lui a farlo visto che prima mi ha tirato in bagno. 
Il risultato sono io che mi abbasso la zip della tuta e me la apro facendola scivolare giù dalle spalle e dalle braccia e appena sollevo gli occhi su Max, dal suo viso capisco che sono io quello più provocatore fra noi due. Provocatore e stronzo. E forse provocante, da come mi guarda. 
Max è sorpreso ed interessato. Dove voglio arrivare? È questo che si sta chiedendo ed io adoro la sua espressività. Con lui sai sempre cosa pensa, non hai mai il dubbio che invece pensi altro, come con me. 
Così lo accontento e gli do la risposta. Non so dove voglio arrivare, ma intanto devo comunque cambiarmi, perciò lo faccio. 
Non ti ho tirato qua per questo, ma mi pare che ti piaccia vedermi mentre mi spoglio e sei stato così rispettoso nei miei confronti, in queste settimane, da preoccuparmi. Forse non ti interesso più? Dovrei saperlo con certezza, prima di proseguire nella mia vita, no? Ho in ballo molte cose, devo sapere bene con cosa ho a che fare. 
Il suo sguardo è totalmente incuriosito ed io, dopo aver abbassato la parte superiore della tuta, proseguo spingendola giù oltre i fianchi fino a sfilarla dai piedi; per toglierla del tutto devo sedermi nella branda incasinata, mi tolgo con calma le scarpe e lui si siede nella sedia dopo che sposta lo zaino che c’era sopra. Accavalla le gambe ed incrocia le braccia al petto con evidente interesse. 
Non è il fatto che mi cambio dopo la gara, è che lo faccio davanti a lui senza dire niente. 
È lì con la curiosità di vedere che diavolo faccio. Come se io lo sapessi, no?
È questo che sembro?
Sembro sapere che sto facendo? 
Dopo essermi liberato dalla tuta, mi alzo di nuovo e faccio mezzo passo verso di lui, la stanza è piccola e stiamo poco a ritrovarci uno davanti all’altro. Vicini. Quasi a toccarci. 
Lo guardo in piedi e lui è seduto con solo gli occhi sollevati su di me. Mi prendo infine il colletto alto ed aderente della maglia di sotto a maniche lunghe e me la tiro oltre la testa; prima di sparire gli lancio un ultimo sguardo penetrante. Sarebbe un invito, penso, da come mi sento. 
Un invito a non rimanere lì fermo senza fare nulla. 
Cerco di togliermi la maglia dalla testa, ma sono così tanto sudato che non si sfila e rimango incastrato dentro. Sapevo che sarebbe successo, questo tipo di maglia se sono sudato non la tolgo mai così, la prendo dalla vita, me la alzo e sfilo prima le braccia e poi la testa. 
Rimango volontariamente incastrato dentro, mi mordo il labbro. Quanto ci metti a fare qualcosa, brutto idiota? 
Te lo devo ordinare esplicitamente? 
Finalmente, però, il signorino si sveglia e sento le sue mano afferrare la mia dannatissima maglia sudata, la prende da sotto e la tira su fino a sfilarla dalla testa e dalle braccia alzate. 
Quando riemergo le ho alte e lui ha la mia maglia in mano che lascia cadere a terra distrattamente. Mi è in piedi davanti ed ora siamo vicini a pochi centimetri e qui rimaniamo. Io con solo i boxer aderenti addosso ed il bisogno di farmi una doccia. 
Lo guardo, lui ha ancora la tuta, ma la sua era già aperta ed abbassata alla vita. Si deve ancora cambiare e lavare. Per un istante contemplo malizioso l’idea di proporgli la doccia insieme, ma dovrei prestargli i vestiti. A questo pensiero assurdo mi ricordo che alla fine non gli ho più restituito i suoi che mi ha prestato in Giappone. 
Non ho intenzione di ridarglieli. 
Mi sono spogliato senza pensarci troppo, ma mi pare che sia una cosa a cui siamo abituati, questa. Io che mi spoglio per lui.
Penso ai boxer, l’unica cosa che mi resta, ma non sembra interessato né al mio corpo né a quel che ancora è coperto, visto che mi fissa da così vicino il viso. Gli occhi. 
Max è totalmente incantato dai miei, come se l’avessi ipnotizzato. Ha malizia ed una luce d’eccitazione meravigliosa, mi desidera ancora, come sempre non mi delude. Mi fa sempre capire cosa prova e pensa, per fortuna ha chiarito il mio dubbio. Non gli è passata l’attrazione che ha per me. 
Con stupido sollievo rimaniamo ad osservarci famelici, come se ci fossimo appena accesi dopo essere stati spenti tutto il tempo. Sono le tipiche scintille che facciamo quando ci incrociamo troppo. 
Se ci avviciniamo succede questo ed avevo paura che fosse tutto finito, ma con sollievo realizzo che è sempre così. È ancora tutto così. Bello, acceso, caldo. Una delle poche cose che mi fanno capire che sono ancora vivo.
Ci guardiamo in silenzio, maliziosi, in attesa di un sacco di cose e poi inarca le sopracciglia come in una muta domanda. 
‘Beh?’ mi chiede. Ed io qua mi rendo conto che aspetta qualcosa da me e che forse, effettivamente, qualcosa tocca a me davvero. 
- Pensavo non ti interessassi più. 
- Eh? - fa Max spontaneo a cui accompagna un ancor più chiaro: - Che cazzo dici? 
Max riemerge dalla trance erotica in cui l’avevo gettato e lo fa nel modo che mi piace tanto, torna ad essere quello precipitoso, diretto e provocante che piace a me.
Chiaramente stizzito ed imbronciato mi afferra per i fianchi, proprio lì dove l’elastico dei miei boxer finisce ed inizia la mia pelle calda e ancora sudaticcia. A lui non sembra importare che non sono pulito. Questo contatto mi ricopre di elettricità ed eccitazione che si vedrà subito anche lì nell’inguine così poco coperto. 
Inarco le sopracciglia provocatorio, con finta innocenza, come se non capissi per cosa se la prende. Come se lo invitassi a prendere il sopravvento ed uscire dalle righe dentro cui è stato fin troppo. 
Forse era questo che volevo tanto dirgli.
Grazie per avermi rispettato, ma non serve farlo sempre. Ogni tanto puoi anche uscire da quelle dannate righe dietro cui ti ho relegato. L’ho fatto consapevole che non ci saresti rimasto e penso mi andasse bene così. 
Mi strofino le labbra guardando sfacciatamente le sue. Non so cosa voglio realmente, ma so che voglio non smetta di provarci con me. 
Ecco tutto.
Sono il solito egoista. 
- Non ti sei più fatto avanti, mi hai rispettato un sacco. Credevo non ti interessassi più, non sapevo cosa pensare. - mormoro sfacciatamente, sempre con finta innocenza e senza distogliere lo sguardo dal suo. Non lo tocco, le mie mani restano lungo i fianchi mentre le sue sono proprio lì dove mi brucia. 
Max si morde il labbro che gli sto fissando e che sto desiderando e lo fa perché sicuramente se ne accorge, ma è comunque sconcertato, non crede a ciò che sto dicendo e scuote la testa. 
- Tu sei bipolare! Sembravi impazzito solo perché io e Pierre ti abbiamo pressato ed ora che ti abbiamo lasciato in pace, te le cerchi? 
Ormai sono duro ed eccitato, completamente alla sua mercede dopo averlo provocato apposta. 
Mi piace, mi piace da matti essere desiderato da lui, perché desidera con una tale intensità da farmi ubriacare. 
Mi fa sentire così bene. 
- Lo so, scusa. Ma mi mancava il contatto con te. Sei stato molto dolce ad aspettare i miei comodi. Non pensavo l’avresti fatto. 
Questo però suona come un grazie. Un grazie delicato e sincero, ed il tono con cui glielo dico è ben diverso da quello usato finora, in totale contrasto con quanto ho appena fatto. Sì, forse ha ragione, sono bipolare. 
Quel grazie che non immaginavo fosse proprio ciò che volevo dirgli. 
Max stava forse per baciarmi prepotentemente e stufo dei miei tira e molla, dei miei giochi e delle mie incertezze, ma alla fine si blocca sul più bello ed un po’ mi maledico, ma capisco che invece non è ancora ora.
Perché sto ancora con Pierre e non vorrei tradirlo, anche se non siamo una vera coppia perché voglio lasciarlo da quando ci siamo messi insieme. 
Appena lo dico è come se gli staccassi una spina. Max mi guarda frastornato senza capire che sia successo, quando siamo passati da una modalità all’altra. Che gioco sto facendo? Il suo viso, sempre molto espressivo, sembra chiedere questo e lo capisco. Ha ragione. Nemmeno io so cosa mi prende. 
- Sei proprio bipolare. - ripete poi di nuovo arrendevole, ma non è più arrabbiato. È di nuovo calmo, quasi rassegnato. Il suo sguardo mi carezza lievemente divertito ed io gli sorrido brevemente con aria di scuse, capendo che chiunque al suo posto mi manderebbe a cagare, lui invece alla fine aspetta e non so perché lo faccia. Se è solo per una scopata, è troppo questa pazienza specie perché lui è famoso per non averne. 
In questo istante, guardandolo negli occhi da così vicino, mi rendo conto che questo suo comportamento non è per niente normale per i suoi standard e che sarebbe lecito presumere che non si tratta solo di sesso. Ma forse sono solo il solito presuntuoso. 
- Scusami. - faccio quindi consapevole che ha ragione. - Ma comunque grazie per la pazienza a cui non sei tenuto. In queste ultime settimane sei stato davvero... - mentre penso alla parola giusta sollevo gli occhi per poi tornare a posarli sui suoi. - dolce. - concludo delicato. 
Max che ancora mi tiene fra le mani, i nostri corpi che si sfiorano ancora caldi e carichi d’eccitazione, mi guarda imbarazzato e sorpreso. A disagio. 
Lui dolce? Che vado dicendo? Mai tale aggettivo si sarebbe potuto associare a lui. Sembra pensi questo e fino a poco fa sarei stato d’accordo, ma ora è veramente quello il termine giusto. 
Dolce. 
Max avvampa con tenerezza e fa per ritirare le mani dai miei fianchi, ma a questo punto sono io che gliele prendo e lo trattengo. Non gliele rimetto lì, ma gliele tengo fra le mie facendo quello che prima in bagno stava per fare.
Sorrido lieve, ancora grato, poi aggiungo. 
- Mi prenderò questi mesi di pausa per pensare bene a ciò che voglio e che provo. Perché ci metto tanto a sistemare le cose con Pierre e qual è il tuo ruolo nella mia vita. 
Max, colpito dalla mia chiarezza e sincerità, annuisce ancora imbarazzato e a disagio, ma al tempo stesso sciolto come un ghiacciolo al sole. 
Se riceve tenerezze è così docile e carino? 
Non l’avrei mai detto. Questo lato di sé che nasconde bene è meraviglioso ed improvvisamente, colto alla sprovvista da ciò che non immaginavo potesse avere, lo adoro e mi intossica. 
Cos’altro c’è in te che nascondi tanto bene?
Lo voglio sapere. Lo voglio proprio sapere. 
Me lo farai mai vedere? 
Beh, forse se mi dedicassi completamente a te, magari prenderesti quel rischio e me lo mostreresti. Forse, chissà... 
All’idea che possa accadere, sento la spinta che cercavo, che mi serviva. Quella spinta. 
- Fa quello che devi. - mormora roco, un po’ deluso ma assurdamente comprensivo stringendo di più le mani nelle mie. 
- Non pensavo fossi così paziente... - sussurro io, per un momento penso di baciarlo, ma so bene che mi fermerei sul più bello e sarebbe peggio. Perché Pierre è ancora nella mia vita e non in qualità di mio migliore amico. 
Così strofino i pollici sui suoi dorsi, mentre lui ricambia la stretta a sua volta. Elettricità a calore mi attraversano e sto così bene, ora, che vorrei stare così altre volte. 
Ne ho proprio il desiderio. 
- Nemmeno io. - risponde lui sempre piano. A questo ridiamo insieme, anche se non in modo troppo acceso. È più un alleggerire la tensione per trovare la forza di lasciarci e salutarci. 
È ora di andare. È ora di fare ciò che va fatto. Ma anche questo, come tutto ciò che ho fatto in vita mia, lo voglio fare bene e senza far soffrire Pierre. 
Perdonami, ma devi avere ancora un po’ di pazienza.”


Note: Certi capitoli sono più lenti di altri perché a volte succedono cose succose altre meno, questo è una via di mezzo, ma ritengo che le parti riflessive e di, diciamo, preparazione, siano altrettanto importanti altrimenti sarebbe una long fic piena di sequenze shock e ad alta tensione che perderebbero d'importanza poiché troppe nel complesso. Oltretutto una delle cose che si verificano nel corso dell'intera storia è la crescita lenta ma costante dei due protagonisti, oltre che l'evoluzione del loro rapporto. Sono tutte cose lenti ma costanti. Grazie per continuare a leggere. Nel prossimo capitolo c'è la stessa scena finale dal POV di Max perché ci tenevo a mostrarla anche come l'ha vissuta lui. Alla prossima. Baci Akane