46. INSICUREZZE E PROMESSE
/Max/
“Charles è totalmente illeggibile.
Mi trascina nella sua stanza nel MotorHome Ferrari ed io lo seguo docile come un cagnolino, poi una volta dentro ce ne stiamo zitti. Io aspetto che si decida a dirmi perché mi ha portato qua, lui aspetta forse che sia io a decidermi a dirgli cosa volevo prima in bagno.
In realtà nessuno dei due sa che diavolo sta facendo, anche se lui sembra saperlo. Sembra avere le idee chiare, perciò aspetto di vedere come la vuole gestire perché tanto anche se facessi io qualcosa di cui lui non è d’accordo, mi respingerebbe e vaffanculo, non mi farò rifiutare di nuovo.
Quando ci proverò davvero sarò sicuro che non mi manderà via.
Fino ad allora mi deve dimostrare qualcosa lui.
Me lo dimostra iniziando a spogliarsi in silenzio, guardandomi, proprio come lo facesse per me.
Il cuore inizia a battermi come prima in bagno, in gola, fortissimo. Il sangue pompa nelle vene, si abbassa la zip e con un’aria assolutamente seducente si sfila la tuta dalle braccia; la lascia pendere e ancora i suoi occhi verde-nocciola mi fissano diretti e sfacciati.
Non respiro, tutto il sangue ed il calore ora è concentrato fra le mie gambe, il mio cazzo preme e pulsa e si gonfia e il cavallo dei pantaloni della tuta già aperta e pendente da prima, ora mi stringe.
Charles in silenzio si siede nella branda e si toglie la parte inferiore: scarpe, pantaloni. Io mi siedo nella sedia senza fare un solo cenno né dire niente. Lascio che faccia.
Ho la sensazione che fra noi, da ora, sarà così per un po’. Io che lo lascio fare per cercare di capirlo. Perché è dannatamente impossibile.
Charles si alza e guardandomi ancora in quella maniera, come se mi risucchiasse in un’altra dimensione, si prende il colletto della maglia aderente che ha sotto e fa per sfilarsela dalla testa, ma è ovvio che non ci riuscirà a toglierla così: è troppo sudato, la deve togliere prima dalle braccia e poi dalla testa.
Come immaginavo rimane bloccato dentro con le braccia alte e si ferma in attesa; non parla, non chiede. Ora vuole cosa, che gli legga pure nel pensiero, oltre che eseguire i suoi ordini?
Oh, fanculo, quanto mi eccita così!
Senza esitare mi alzo dalla sedia e gli prendo la stoffa sudata da sotto e gliela alzo portandogliela via dalle braccia, lo libero in un attimo e l’abbandono giù dimenticandomene subito.
L’eccitazione è fottutamente alle stelle, cosa diavolo mi sta facendo?
È come se fossi ipnotizzato da lui, se mi dicesse di leccarlo ora, lo leccherei anche se è sudato. Non penso d’averlo mai desiderato tanto. Ha una capacità di seduzione che è fuori misura.
Resto in piedi davanti a lui, pochi centimetri a separarci, ci guardiamo da vicino ma non ci tocchiamo ancora.
Non faccio niente, aspetto che faccia lui qualcosa e questa volta glielo chiedo con lo sguardo senza parlare.
‘Beh?’
Non mi dirai nulla? Aspetterai lì davanti a me così?
Ti sei fatto spogliare da me, vuoi che ti tolga anche i boxer? Lo posso fare, chiedimelo e lo farò.
È follia. È assoluta follia.
Me ne rendo conto con una piccola parte di me, ma non riesco a razionalizzare né a comportarmi in modo decente.
Pendo da lui, dalle sue labbra, dai suoi occhi liquidi, illeggibile, sexy. È così bello, in questo momento.
- Pensavo di non interessarti più. - dice infine. Finalmente si degna di parlare ma era meglio evitasse. Mi accendo subito come una dinamite ed immediatamente qualcosa scatta, forse esco dalla trance erotica in cui mi aveva gettato e mi va tutto il sangue al cervello invece che giù sul cazzo.
- Eh? - adesso vorrei dargli una testata per aver detto una cosa simile, come diavolo osa? La fatica che ho fatto a non saltargli addosso e solo per impedire tornasse a fare qualche cazzata se troppo pressato, se avessi esagerato di nuovo. - Che cazzo dici?
Con questo non mi trattengo più e con impeto, totalmente irragionevole, lo prendo per i fianchi con uno scatto. Le dita sul limite dell’elastico dei boxer, potrei infilarle sotto e strisciare dietro proprio lì dove quella sera al locale le ho già messe.
So che ti piacerebbe, forse è questo che vuoi, no?
Se vuoi lo faccio. Guarda come mi fissa la bocca, vuole baciarmi ma preferisce sia io a farlo. Lui provoca sempre per spingermi a fare tutto io, salvo poi pentirsene.
- Non ti sei più fatto avanti, mi hai rispettato un sacco. Credevo non ti interessassi più, non sapevo cosa pensare.
Mi mordo la bocca che desidera tanto. Gliela darei, lo giuro, ma mentre sto per avvicinarmi mi torna in mente quella porta che si spalanca fra Charles ed il tifone e mi fermo, quasi spaventato dalla possibilità che non sia ancora pronto. Rischierei di gettarlo in un’altra situazione simile se esagerassi o se non fosse pronto?
Non voglio che si faccia male per ricordarsi che è vivo o per riprendere il suo dannato fottuto controllo.
Perdonami, ma ancora non lo farò.
Ma cazzo quanto lo vorrei.
- Tu sei bipolare! Sembravi impazzito solo perché io e Pierre ti abbiamo pressato ed ora che ti abbiamo lasciato in pace te le cerchi? - dico infine sperando di farcela a riprendere possesso delle mie facoltà mentali e fisiche.
Gli devo ricordare io del suo cazzo di Pierre? Davvero?
Peccato poi che se lo baciassi davvero e gli afferrassi questo suo meraviglioso culo stretto e sodo, sarebbe lui a scappare pensando a Pierre, che prima deve sistemare con lui.
Charles cambia in un istante, appena lo dico. Come se lo capisse, se lo realizzasse.
Sembrava sapere ciò che faceva, ma forse non era così. Si stava lasciando andare ai suoi istinti più profondi? E cosa sarebbe successo se l’avessi lasciato fare?
Beh, non lo sapremo mai, ma qualcosa mi dice che non è ancora pronto.
- Lo so, scusa. Ma mi mancava il contatto con te. Sei stato molto dolce ad aspettare i miei comodi. Non pensavo l’avresti fatto.
È fottutamente gentile e delicato mentre lo dice, la sua voce sfuma in una gratitudine sincera e cambia drasticamente in un attimo, per l’ennesima volta.
Mi lascia totalmente spiazzato. Cambia di continuo e mi fa girare la testa e le palle, ma come faccio ad essere stronzo e piantarlo in asso? Come cazzo faccio?
Non riesco a lasciarlo andare, non ce la faccio. Il bisogno che ha di qualcuno vicino è assurdo; bisogno di aiuto, forse, qualcosa, non so bene. Non lo sa neanche lui, ma è certo solo che quel qualcosa che cerca non lo trova in Pierre.
Sei incasinato forte, sai?
- Sei proprio bipolare. - mi esce carico di rassegnazione e accettazione e credo che anche la mia faccia come sempre parli da sola.
Non era solo una scopata che volevo? Charles è come se lo capisse da sé, come se pensasse la stessa cosa.
Non dovevamo solo saltarci addosso e toglierci qualche sfizio?
Da quando sei così paziente?
- Scusami. - fa poi delicatamente dopo avermi scrutato a fondo e letto chissà quanti segreti che nemmeno io so di me stesso. Charles, sei proprio un mistero. - Ma comunque grazie per la pazienza a cui non sei tenuto. In queste ultime settimane sei stato davvero... - ci pensa, rotea gli occhi per trovare il termine e poi con successo risponde: - dolce!
A questo avvampo inaspettato. Io dolce? Che cazzo dici, Charles?
Vado nel panico appena mi identifica con questo aggettivo che mai nessuno ha osato affibbiarmi, e non è una delle sue solite provocazioni, lo pensa davvero.
Per un momento devastante mi torna in mente Daniel e quel che mi ha detto. Gli era piaciuto tutto ciò che nascondevo, che da fuori non sembrava avessi. Quell’essere molto più dell’apparenza.
Nascondo, certo che nascondo. Tutte le mie debolezze, le fragilità, le mie patetiche necessità di calore, amore, dolcezza. Mi padre mi ha forgiato per essere forte e il suo senso di forza è cattiveria, potenza, aggressività. C’è anche mia madre, da qualche parte dentro di me. E lei è la persona più dolce e amorevole che io abbia mai conosciuto, ma ho sempre pensato di avere preso solo da mio padre.
E lui in un attimo mi guarda e trova mia madre, dentro di me, anche se io sono sempre stato mio padre per tutti quanti.
Ritiro di scatto le mani e faccio per allontanarmi, ma Charles me le prende di riflesso e me le stringe impedendomi di andare via.
Mi sento un’anima in pena, i brividi mi attraversano, mi sento dannatamente a disagio. È come se fossi io quello nudo, ora, e non mi piace per un cazzo esserlo. Sarà per questo che cerco di non spogliarmi mai in nessun caso, specie davanti ad altri?
Mi vergogno di me stesso, di ogni parte di me, da dentro a fuori. Non mi piace niente di me, perché mio padre mi ha sempre insultato e mi ha cresciuto con l’abitudine di non essere mai soddisfatto per cercare il meglio. Non andavo mai bene ed ora non mi vado bene nemmeno da solo.
Così adesso lui mi vede dolce e mi tiene le mani in questo modo forte e senza paura, con una gratitudine evidente nello sguardo, tanto da farmi desiderare quell’abbraccio e quel bacio che ancora ci dobbiamo dare come si deve.
Le labbra che ti ho sfiorato mentre dormivi ubriaco a Monza non fanno testo, eri lì inerme e non sai cosa ho fatto, ma sono un dolce ricordo.
- Mi prenderò questi mesi di pausa per pensare bene a ciò che voglio e che provo. Perché ci metto tanto a sistemare le cose con Pierre e qual è il tuo ruolo nella mia vita.
Beh, almeno è sincero e diretto, finalmente, visto che altrimenti è illeggibile ed impossibile da capire. Ho sempre pensato di comprenderlo, ma poi ho avuto puntualmente il dubbio di non averlo azzeccato. Adesso mi confonde di continuo, tutto quello che fa mi confonde.
- Fa quello che devi. - dico io annuendo mentre lui scruta la mia dolcezza che adesso è come un nervo scoperto. Impossibile nasconderla una volta che la vede, peccato che non avevo idea di averla.
Mi sento fottutamente a disagio e patetico. Fottuto patetico idiota del cazzo. Come mi riduco quando provo qualcosa?
Non era solo una cazzo di scopata? Merda!
Voglio abbracciarti.
- Non pensavo fossi così paziente... - vuole baciarmi, ma nessuno avrà quello che vuole. Ci limitiamo a stringerci di più le mani, i suoi pollici strofinano i miei dorsi ed io ricambio la stretta; scariche elettriche si trasmettono ad entrambi. Quando avremo entrambi ciò che vorremo sarà fantastico, sicuramente niente di paragonabile ad altro.
Sempre che alla fine scelga me. Perché se non lascia Pierre c’è un motivo, no? Anche lui se ne è accorto.
Per un momento mentre lo guardo penso che potrei aver di nuovo capito male per l’ennesima volta. Il mio ruolo, dice lui. Nessuno dei due ha le idee chiare e se alla fine comunque non sono abbastanza per te, non metterai mai da parte Pierre.
Anche io non so un cazzo di me, ho lasciato Daniel per essere libero di provarci con Charles da cui volevo solo una scopata. Ma è stato mai davvero tutto lì?
Non penso proprio.
Scopata un cazzo. Sapevo già che sarebbe stato altro.
- Nemmeno io... - rispondo spontaneo e con una vena d’ironia per alleggerire la tensione. Lui afferra al volo l’occasione e fa una breve risata per poi lasciare che sfili le mani dalle sue.
Ci guardiamo un istante, mi sento ancora nudo. Ha visto così tante cose di me che se poi non ne vale la pena, se poi queste cose che ha visto contro il mio volere gli faranno schifo, penso che non vorrò nessun altro in vita mia, nemmeno le prove libere.
Non so, mi ha appena devastato. Mi sta distruggendo e di solito lo fanno per ricostruire dopo, ma ho paura che lui distrugga e poi alla fine non ricostruirà. Ed io rimarrò a pezzi lì.
Quando me ne vado, gli lancio un’ultimo sguardo chiedendomi quando lo rivedrò e come saremo; lui è lì fermo, ancora mezzo nudo, così bello, così indimenticabile.
Spero che non mi dimentichi, Charles.”
/Charles/
“Non gli avrei di certo parlato velocemente ad Abu Dhabi o mentre si tornava a casa.
Decidere di volerlo fare è un conto, farlo è un altro, ma in questo caso non perché l’ho già detto tante volte e non l’ho mai fatto.
È che siccome lo voglio fare sul serio, sono consapevole di doverlo fare come si deve.
Per lasciare qualcuno che nemmeno stava veramente con te serve delicatezza, bisogna farlo nel modo giusto, anche perché io non voglio troncare i rapporti con lui, perciò sicuramente reagirà male, starà di merda e mi chiederà tempo per accettare la cosa ed essere pronto a tornare amici, perché è una cosa a cui teniamo entrambi e che vorremo.
So già come andrà e quanto sarà dura, per cui devo farlo in modo da permettergli di piangere e farsi consolare.
Ci vorrà tempo anche dopo, quando inizierà a stare meglio e accettarlo, quando non avremo più quel genere di contatti, quando riuscirà a farne a meno.
Torneremo amici, anche se non sarà mai più come prima, ma non posso di certo poi saltare subito addosso a Max, Pierre mangerebbe la foglia e penserebbe che l’ho lasciato per lui e non voglio che pensi questo.
È a prescindere da lui, anche se mi ha dato una bella spinta, lo ammetto.
Specie oggi, con quello che mi ha mostrato.
Sono ancora sconvolto da quel suo lato dolce ed imbarazzato per il complimento che gli ho fatto. Voglio vedere il resto di ciò che nasconde. Non avevo nemmeno capito che nascondeva qualcosa, ma è perché sono egocentrico e forse anche narcisista.
Non ho mai visto un cazzo di nessun altro, né di quanto Pierre mi amasse, né di come fosse realmente Max. Vedevo solo l’apparenza, ciò che mostravano, quello che era più facile vedere.
Vedevo un Max stronzo, diretto e leggero ed un Pierre affettuoso, allegro ed amichevole e pensavo fosse tutto lì.
Poi è venuto fuori che invece non solo piacevo a Pierre, ma anche che mi amava e non serve me lo dica, ormai, visto che è evidente.
Ed è venuto fuori anche che Max invece è dolce e forse addirittura sensibile, chi lo sa.
Magari è fragile. Magari è chissà quante cose.
Ed io le voglio scoprire.
Ma non posso lasciare Pierre in modo brusco e buttarmi subito su Max.
Pierre ne soffrirebbe troppo e non lo merita, lo perderei e non voglio; e comunque non lo lascio per Max. Appena abbiamo fatto sesso ho subito capito che non era la nostra dimensione, che ero io che cercavo quel genere di calore e di relazione da qualcuno come lui, ma non da lui nello specifico. Da qualcuno di cui fidarmi, con cui potevo stare bene, che mi piacesse e mi facesse perdere la testa.
Un ragazzo come Max. Ma era più facile Pierre, no?
Più positivo e solare in superficie, più sensibile e dolce.
Più alla mia portata.
Con lui è bastato poco ed è andata esattamente come volevo, peccato che poi non lo volevo davvero.
Sono una testa di cazzo stupido ed egoista ed ora è giusto che peno e divento matto ad ottenere ciò che voglio davvero, perché è questo che mi merito.
Si chiama karma, no?
Uno ottiene ciò che merita.
Adesso aspetterò prima di arrivare a Max, aspetterò che Pierre sia pronto per lasciarmi e che stia bene e solo dopo un po’, quando gli sarà passata e fra noi due sarà bella che sepolta, allora andrò da Max. Ci metterò il tempo che servirà, ma non posso fare altrimenti, dopo quello che ho fatto a Pierre per puro egoismo.
Volevo provare con un ragazzo e lui era lì: bravo, bella pensata. Adesso paghi.
Peccato che forse pagheranno anche due che non c’entravano.
Forse dopo tutto il tempo che Max dovrà aspettare, non mi vorrà più. Io non aspetterei tanto, anche perché doveva essere solo un prurito da grattare, un paio di belle scopate e basta.
Anche se... beh, per un paio di belle scopate non si aspetta tanto e non si ha tutta la pazienza e la delicatezza di Max. Delicatezza che non ha mai mostrato a nessuno, solo a Daniel, chiaramente. Ed ecco perché sono stati insieme.
Ma Daniel aveva qualcosa che a Max serviva, la solarità e l’allegria. Daniel è una persona positiva e splendente, io sono cupo, problematico, depresso e bipolare. Che diavolo gli posso offrire?
Non gli serve niente di ciò che ho io.
Forse non siamo fatti per stare insieme in nessun modo. Forse sto sbagliando tutto per l’ennesima volta.
Beh, mi prenderò questo tempo per capire meglio e chiarirmi le idee. Tutto il tempo che mi servirà. Questa volta non posso sbagliare, non posso essere precipitoso e pensare con gli ormoni in subbuglio e la testa spenta.
Questa volta non posso fare cazzate.
Gli occhi di Pierre sono esattamente come li avevo immaginati tutte le volte.
Io gli dico proprio ciò che avevo pensato con tanta cura in questi giorni e lui fa proprio quello che avevo visualizzato.
Piange.
Perché a lui viene così facile farlo?
Forse sono sempre stato attratto da questo, perciò mi sono appiccicato a lui e ho cercato di assorbirlo.
La sua capacità di vivere ed esprimere le emozioni, tanto quelle positive, quanto quelle devastanti.
La gioia, la spensieratezza, quel sorriso veramente splendente e totale, la felicità assoluta, così come la tristezza, le lacrime, la disperazione e poi la rabbia e le grida e la follia.
Lui ha tutto ed io niente. Lo tengo bloccato dentro di me e forse non è che lo blocco, semplicemente non ce l’ho.
Non sono umano.
- Non è facile dirlo ed ora capisci perché l’ho trascinata così a lungo. Non volevo che fosse così, volevo aspettare che cambiasse e diventasse come volevo. Ma non ci sono riuscito. Le cose non sono diventate come speravo, come volevo. Mi dispiace, Pierre. Ma il sentimento che provo per te è diverso da quello che provi tu e che ti meriti e che vorrei fosse. Ti voglio bene, un mondo di bene, ma non ti amo e non riesco ad essere il tuo ragazzo. Vorrei però con tutto il cuore essere tuo amico.
Gliel’ho detto tutto.
- Non voglio perderti. - aggiungo anche.
Ma so che non ha sentito niente se non il senso generico.
Ti sto lasciando, non voglio più essere il tuo ragazzo anche se non ci siamo mai definiti tali ed ho bloccato ogni discorso inerente apposta per questo.
- Lo sapevo. - fa lui improvvisamente, mentre sotto shock ha fissato il vuoto nel sentirmi parlare. La sua voce è trasognata, non sembra nemmeno sveglio.
Io aspetto paziente, attento.
- Era per questo che non ne volevi mai parlare. Ma ti conosco, sapevo che era per questo e che non sapevi come dirmelo. Per questo volevo che ne parlassimo. Perché poi andare avanti era peggio. Ma tu no. Tu non hai voluto parlarne ed ora io devo accettare una cosa che per me è impensabile. E mi dovrebbe stare bene così, no? I tuoi comodi! I tuoi tempi, vero?
Pierre esplode come avevo immaginato, ma lo fa con le lacrime che scendono contemporaneamente dai suoi occhi trasparenti e bellissimi.
È così emotivo. Così splendido.
Perché non sono così vivo e normale?
Perché?
Rimango seduto calmo, composto, paziente. Non faccio niente, non reagisco, non mi difendo perché ha totalmente ragione e non c’è niente che potrei dire per farlo stare meglio. Sarebbe tutto peggio.
- Mi dispiace, Pierre. - sussurro poi chinando il capo, le mani strette insieme fra le cosce, lui in piedi davanti a me cammina per il salotto di casa sua, dove l’ho raggiunto prima di partire ognuno per le proprie vacanze.
Gli ho subito detto ‘a casa parliamo un attimo, prima di andare via e fare qualsiasi cosa’.
Lui sapeva di cosa, perciò non ha detto nulla. Il fatto che ne dovessimo parlare in quel modo, a casa di qualcuno, era un chiaro brutto segno.
Questo non l’ha ovviamente aiutato a prenderla meglio.
Non potrebbe prenderla che così.
- Ti dispiace? - fa Pierre basso e teso voltandosi di scatto verso di me come se fosse un pupazzo a molla. Il suo sguardo è feroce, non mi ha mai guardato così.
È una delle cose peggiori che io abbia mai dovuto fare, ma penso che portare la bara di mio padre e quella di Jules non sia stato tanto meglio.
- Se ti dispiaceva me ne avresti parlato subito, appena ti sono venuti i dubbi! Lo sapevi che c’era qualcosa di stonato, perché non l’hai detto subito? Hai lasciato che io mi prendessi, e sapevi che mi sarei preso! Come hai potuto, Charles? Sei così dannatamente codardo? Oppure è questione di egoismo?
Pierre tuona piegandosi davanti a me, mi guarda gesticolando quasi fosse italiano anche lui. Vive in Italia da così tanto d’aver assorbito i modi tipici?
Mi perdo in dettagli insignificanti, il mio cervello si sconnette anche se sento cosa dice ed ha ragione, è che non so veramente cosa dirgli.
Stringo le labbra dispiaciuto.
- Codardo ed egoista, sicuramente entrambi. Ma finché non ne ero sicuro non volevo ferirti.
- Perciò va bene farlo ora? - chiede poi senza senso. Io lo guardo spaesato.
- Se mi sbagliavo ti avrei fatto del male per niente... - mi giustifico paziente, cercando di essere più dolce che posso. Ma mi sento stonato e forse lo sono davvero. Pierre si ferma e si raddrizza guardandomi aggrottato, shoccato, come se vedesse qualcosa per la prima volta. Qualcosa che normalmente non mi direbbe perché è sensibile e comprensivo, ma adesso è così pieno di dolore che non ragiona e reagisce come gli viene, totalmente spontaneamente.
- Tu simuli le emozioni!
Quando lo dice è come se un pugnale mi lacerasse il petto. Il pugnale me l’ha appena conficcato lui. Ma forse ha trovato strada libera perché non dice niente che già non pensavo da solo.
Però sentirlo dire da lui mi ferisce in un modo che non pensavo.
In un attimo sto talmente di merda che non so nemmeno cosa dire ed anche se un lato razionale di me dice che non devo pesare le sue parole ora perché sta troppo male per essere il mio Pierre, un altro mi dice che comunque è ciò che pensa.
È comunque vero. Forse io simulo, come gli psicopatici perché non sono in grado di provare le emozioni, perciò le simulano. Ma in realtà non provano niente.
Mi stringo le labbra e spalanco gli occhi, inghiotto a vuoto ma rimango gelido piantato nel suo divano. Pierre allora rendendosi conto che mi ha ferito - non so come faccia visto che non credo d’aver forzato alcuna emozione, anzi - scuote la testa ed è come se si riprendesse, come se tornasse in sé reinserendo una spina.
- Scusami. - fa. - Non so cosa dico. - si strofina la faccia e gira su sé stesso cercando di ritrovare lucidità, ma in questo rimane così, di schiena, rigido in piedi, con le mani sulla faccia. Trattiene il fiato finché trema.
Tutto si sospende, tutto si ferma. Il silenzio cala improvviso. Non urla, non fa il pazzo, non dà calci a sedie, tavoli e poltrone.
Sta fermo e non fa un solo rumore finché non singhiozza ed il singhiozzo diventa pianto.
- So che non simuli, non sei un robot psicopatico. So che non sei così. È che io sto così male. Mi hai distrutto, Charles.
Si è ripreso subito, gli è bastato vedermi così... così come? Ero davvero ferito? Ho dimostrato quello che ho provato in quel momento?
Allora sono umano?
Ma sospiro tornando a concentrarmi su di lui, mentre un egoistico sollievo mi coglie nel sapere che non pensa davvero che simulo. Mi alzo e lentamente gli metto le mani sulle spalle. Con dolcezza appoggio le labbra sulla sua nuca lasciandolo voltato. Appena lo tocco e lo bacio, lui si scuote e si scioglie ed il singhiozzo trattenuto esplode e scroscia fuori.
Si volta immediatamente e si aggrappa a me in un abbraccio disperato, nasconde il viso contro il mio collo e piange. Piange a dirotto.
- Io ti amo, Charles. Mi dispiace, non volevo che andasse così. Con tu che mi dici che mi vuoi solo bene come ad un amico ed io invece che faccio il matto patetico innamorato. Volevo che ce lo scambiassimo insieme, questo ti amo, dicendo di portare avanti una relazione vera. Volevo... volevo che tutto fosse diverso... ma sentivo dentro di me che scappavi perché avevi paura. E sapevo di cosa, perché ti conosco, ma non ho voluto vedere perché sono un codardo. Sono io il codardo egoista, non tu. Tu cercavi solo di accontentarmi, ma sei troppo onesto e sincero, mi vuoi troppo bene per prendermi in giro. Sto male, Charlie.
Il resto si perde nel pianto e nella voce spezzata che diventa incomprensibile nel mio collo preda di brividi inevitabili. Brividi perché è una zona dove non ci si deve parlare e piangere.
Lo abbraccio e lo stringo a me senza scostarlo. Lo tengo a me con pazienza e dolcezza, sfodero tutta la comprensione di cui sono capace.
Perché sapevo che sarebbe andata così. Lo sapevo bene.
Lo conduco al divano e lo faccio sedere, mi metto accanto a lui e continuo a stringerlo, me lo tengo addosso mentre appoggio la schiena e lui si adagia su di me piangendo disperato, vivendo al massimo tutte le sue emozione, tutte quante.
Mentre lascio che si sfoghi e che si disperi finché ne ha bisogno, senza riserve, ripenso a quel breve momento.
A quando ha detto che simulavo le emozioni, incarnando le mie paure più recondite e terribili.
Ho il terrore di non essere veramente in grado di provare niente, che fingo e basta e spesso fingo male.
Ho questo tremendo terrore.
Di essere anafettivo o psicopatico o che cazzo ne so.
In quel momento, quando lui, la persona che al mondo mi conosce meglio, ha detto che simulavo, ho provato un tale dolore da sentirmi squarciato. Ripenso a quel dolore ed alla voglia di piangere che mi ha assalito e che ho ingoiato.
Pierre è tornato in sé vedendo il mio dolore, perciò non solo l’ho provato davvero e non l’ho immaginato, ma si è anche visto.
Per una volta in vita mia sono stato normale.
È stato breve ma netto ed intenso.
Non che io voglia stare così di merda per provare a me steso di essere umano, ma sapere di esserlo, o meglio, FORSE, di esserlo, mi ha dato quasi sollievo.
È contraddittorio, me ne rendo conto, ma forse ho speranza.
Pierre comunque piange non so quanto e quando penso si sia addormentato perché respira in modo regolare, gli carezzo la nuca e cerco di capire se dorma. Ma è qua che sussurra piano e roco, con una voce d’oltretomba.
- Promettimi che adesso sarai tu ad aspettare me. - fa senza stupirmi né shoccarmi. Mi aspettavo anche questo.
Annuisco.
- Lo prometto.
- Che per tutto il tempo che hai aspettato a parlarmi, ora tu aspetterai me che io lo accetti e mi riprenda e che ce la faccia ad esserti ancora solo amico.
Annuisco ancora.
- Lo prometto.
- E che non ci allontaneremo mai in nessun caso, non importa cosa ci succederà, con chi staremo e come saremo. Saremo comunque sempre amici. Non ci allontaneremo mai. Lo prometti, Charles?
Annuisco di nuovo, consapevole che sarebbero state le sue richieste. Richieste su cui in parte sono sollevato ed in parte mi rendo conto che gli faranno solo più male, ma che tanto così andrà comunque, perché non potrei mai staccarmi da lui se non è lui a volerlo.
- Lo prometto, Pierre.
E qua, finalmente, fa il primo sospiro non più di dolore o rabbia. È quasi sollievo e speranza. Ma rimane qua su di me ancora ed io, naturalmente, non me lo stacco di dosso.
Tutto il tempo che ti servirà, Pierre. Te lo giuro. Perché è il minimo che possa fare per te, dopo ciò che ti ho fatto. Perché scopandoti quella notte sapevo che sarebbe finita così, ma l’ho fatto lo stesso perché ne avevo un disperato bisogno ed ero troppo codardo per andare da chi volevo realmente nel mio profondo. Troppo vigliacco. Ed ora la pago così.”
NOTE: ho un’idea di Charles particolare, ormai si è capito. È molto complesso e difficile da capire, ma ha una sua coerenza (o almeno io ho cercato di dargliela). È uno che progetta tutto, un gran pensatore. Pianifica ogni cosa, ma poi non è detto che le cose vadano come lui decide, anzi. Spesso va tutto diversamente, specie se ci sono di mezzo voglie e sentimenti.
Max invece ha un tale mondo enorme, dentro di sé, che inizia solo appena a vedersi qualcosa. Questa sua insicurezza e dolcezza di cui si vergogna perché ha un’idea distorta della forza, è solo l’inizio.
Questo capitolo è doloroso ed amaro sotto molti aspetti, ma finalmente è arrivato. Ormai il dado è tratto e non ci si tira più indietro.
Il modo di lasciarsi di Charles e Pierre è molto comune, in realtà. Questo promettere di rimanere amici e costringere a farsi aiutare è purtroppo sbagliatissimo, ma comunissimo.
Alla prossima. Baci Akane