47. SIMULARE

lestappen

 /Charles/

“Eppure le sue parole scavano in me come un cancro. 
Perché l’ho sempre pensato, ho sempre avuto paura io stesso di questa cosa e non so da quando sono in questo stato. 
È sempre stato così o c’è stato un periodo in cui ero normale?
È da qualche tempo che mi sono reso conto che sono annebbiato, ma pensavo di essere preda della depressione per Jules e mio padre e di essermi semplicemente arroccato dietro questa fitta coltre che mi lasciava perennemente addormentato. 
Perciò facevo di tutto per uscirne, cercavo emozioni, cose che mi facessero vivere e sperimentare sensazioni, botte di vita, qualunque tecnica per svegliarmi. Certo, spesso era traumatico, perché quando mi svegliavo improvvisamente perdevo la testa e ne avevo paura, poi, quando tornavo in me, capivo che avevo esagerato e che avevo fatto qualche cazzata, ma adesso è diverso. 
Adesso il problema è un altro e lo elaboro in me da un po’, anche se non oso approfondirlo. 
Forse quello che ha detto Pierre prima è vero? 
E se non sono in grado di provare emozioni? Se invece le simulo? 
Non sono annebbiato o depresso o in un sogno perenne. 
Non è che sto cercando di reagire ai miei drammi. 
Io semplicemente sto imparando a simulare le emozioni perché non le provo. Non so provarle. 
Tutto qua. 
E se Pierre ha ragione? 
Se la verità è tutta qua? 
All’idea che sia così mi sembra di impazzire.
Sono uno psicopatico? Un anafettivo? Sono un cazzo di robot? 
Eppure non ho forse provato piacere tutte le volte che ho scopato con Pierre?
Non desidero da matti Max quando mi provoca, quando ci avviciniamo in quei modi, tanto da volermelo sbattere contro il muro come un dannato? 
Non è forse autentico il mio bisogno di abbracciarlo tutte le volte che lo incrocio? 
E quando eravamo laggiù, a fine gara, non sono forse stato bene quando mi ha trattato con riguardo e dolcezza? 
Provo qualcosa, no? 
Ma forse sono sensazioni. Sensazioni fisiche, non emozioni. Sono cose diverse. 
Sono mai stato normale? Sono sempre stato così? È vero che simulo? 
Questi dubbi mi tormentano come un cancro in metastasi e mentre viaggio verso Monaco, dopo aver faticosamente lasciato Pierre a dormire, immerso in una notte sia esterna che interna, invece di andare verso casa mia, tiro dritto verso quella di Max. 
Non mi rendo nemmeno conto di esserci andato, solo quando sono davanti al portone del suo palazzo, me ne accorgo e guardo i campanelli assente senza sapere quale suonare, come perso in una trance. 
Perso nel mio mondo anafettivo. Il mondo dove simulo le emozioni. 
Come faccio a sapere dove vive? Non ci sono mai stato prima. Nella mente scavo per sapere questo insignificante dettaglio, prima ancora di capire quale campanello io debba suonare. 
La voce di Daniel mi torna in mente, quando ha saputo che ero di Monaco e che vivevo qui, ci siamo scambiati gli indirizzi; mi disse lui che stava nello stesso palazzo di Max. Questa informazione l’ho archiviata l’anno scorso memorizzando fra me e me il posto dove li avrei potuti trovare un giorno.
Dove LO avrei potuto trovare. 
Fisso come un automa la lunga lista di nomi che stanno in questo palazzo, magari non è nemmeno qua. Sarà già andato in vacanza. 
Beh, siamo appena tornati da Abu Dhabi, non è detto che sia già partito; si prenderà qualche giorno per organizzarsi?  
Bastava telefonargli, scrivergli, ma che diavolo ne sapevo io di dove stavo andando? Pensavo di andare a casa ed invece il suo indirizzo si è formato nella mente e l’ho pronunciato all’autista che mi ha scaricato qua. 
Prendo il telefono e scorro nella rubrica. 
Perché diavolo sono qua?
Beh, se chiedessi a mia madre se da piccolo ero apatico ed anafettivo lei mi direbbe di non dire idiozie, mentre i miei fratelli mi prenderebbero per il culo come Alex e George. 
Max è il solo che mi conosce da quei tempi e che sarebbe sincero, schifosamente sincero. 
Ecco perché.
Lo vedi? C’è sempre una ragione razionale e logica per tutto ciò che faccio. 
Sto per chiamarlo quando mi ricordo, leggendo i molti nomi dei campanelli, qual era quello che si era messo per lui. Sempre grazie a Daniel, ovviamente, a cui piace parlare e raccontare i cazzi di tutti a caso. 
Sto per schiacciare il nome finto corrispondente, ma in questo momento il portone davanti cui sto si apre per far uscire qualcuno, così ne approfitto e sguscio dentro. 
Sono un idiota, che ne so io se lui è a casa? Ma chiamalo, no?
Eh certo e se è dentro e non mi apre perché ne ha le palle piene di me? 
Ha detto che sono bipolare ed ha ragione. Anzi, forse ha sbagliato la diagnosi. 
Non è bipolarismo. 
È psicopatia. 
Adesso glielo dico. 
Mi infilo in ascensore mentre premo il piano corrispondente, il penultimo, sempre con la voce di Daniel che mi spiegava che lui era all’ultimo mentre Max sotto di lui. come si mi fosse mai interessato e gliel’avessi mai chiesto. 
Se avesse saputo che in qualche modo mi sarei messo involontariamente in mezzo a loro due, non penso sarebbe stato così disponibile con me. Pensava io e Max fossimo amici, sapendo che eravamo colleghi nelle categorie inferiori, perciò mi diceva tante cose di lui. Cose che lì per lì non credevo d’aver archiviato nel cervello, ed invece eccomi qua a riesumare tutto al bisogno.  
Mentre ci ripenso ora, l’ascensore sale ed una volta che arriva, le ante in alluminio si aprono facendomi uscire. Vado fuori come un automa, guardo. Ci sono due porte, una all’opposto dell’altra. Guardo un campanello e vado verso l’altro, il nome che mi aveva detto Daniel. 
Certo, se ricordo male adesso sai che figura di merda faccio. 
Vorrei ridere da solo, stemperare la tensione, ma sai cosa? Non sono teso. 
Ho solo questo dannatissimo cancro che devo debellare e solo lui può aiutarmi. 
Suono il campanello sperando che sia dentro. 
Non può rifiutarmi questa risposta. Non può scappare ora, anche se io al suo posto lo farei. Io al suo posto mi avrei già mandato a cagare. 
La porta si apre poco dopo e il viso stupito di Max appare all’uscio. 
Non so che ora sia, solo guardando i suoi boxer comodi e la sua maglietta stropicciata, capisco che potrebbe essere tardi. 
È in tenuta comoda da casa, dormiva? 
- Charles? - quando la sua voce bassa e roca arriva alle mie orecchie sembra stia cercando di capire se stia sognando. 
Mi dispiace, ma non ne posso più; devo trovare questa risposta, perché potrei impazzire altrimenti. Non posso andare avanti senza saperlo sul serio. 
- Come mi ricordi da piccolo? 
La domanda sembra quella di un pazzo e appena Max la mette a fuoco, si aggrotta e non nasconde che è esattamente ciò che pensa. 
Che io sia impazzito. 
- Hai bevuto? - la sua domanda è schietta e non scherza, non è per prendere tempo. Pensa davvero che io abbia bevuto e non mi stupisce. Ma a questo punto io afferro lo stipite laterale e stringo fino a che le nocche diventano bianche. Non ho idea di che faccia io abbia, ma non mi sento di star facendo alcuna espressione. Non sto simulando né forzando emozioni. Sono una pagina vuota, bianca. 
O forse nera. 
Di che colore è la mia pagina, ora? 
Non so nemmeno se sono sveglio o se sto dormendo. 
Non ho mai capito niente di me stesso. 
- Non ho bevuto, ho solo bisogno che ricordi com’ero da ragazzino. Come ti sembravo? - chiedo a denti stretti e prepotente. Sono stufo, sono dannatamente stufo. Adesso sì che provo qualcosa, ma presumo che da fuori non si capisca. 
- Stronzo e pieno di te, un bambino viziato felice e con la puzza sotto il naso! 
Alla sua risposta schietta e sincera inizio a sentirmi meglio, ma un’urgenza mi assale e mi sporgo verso di lui. Siamo ancora in piedi sulla sua porta e nessuno dei due sembra volersi muovere. Lui per lo shock, preso alla sprovvista da ciò che sta succedendo, io perché ho davvero tanto bisogno di saperlo. 
Per la mia sanità mentale. 
- Ma ti sembravo felice davvero? Sembravo veramente felice da fuori oppure uno che faceva finta di esserlo? 
- Ma io che ne so, Charles? Non eravamo amici, ti odiavo e basta! - ribatte irrigidendosi e messo alle strette. Di certo non gli piace questo dialogo. 
Però scusa, ma non mi basta. Senza pensarci, scatto e lo prendo per la maglietta, lo tiro verso di me con rabbia, bisogno, urgenza e forse anche follia. 
- Perché cazzo mi odiavi? 
Ma che cazzo di domanda è? 
Max si aggrotta, mi prende il polso ma non mi respinge, rimane lì piantato alla porta e mi risponde di getto. 
- Perché eri fottutamente felice! Avevi una vita perfetta che invidiavo, un padre meraviglioso e buono, degli amici che ti adoravano, eri fottutamente bravo ed eri fottutamente felice, non avevi un cazzo di problema nella tua vita e la mia invece faceva cagare, con mio padre che mi trattava di merda e nessuno su cui poter contare, tutti che mi guardavano come se fossi uno schizzato disagiato del cazzo! Ti odiavo perché ti invidiavo! Charles che cazzo hai? 
Quando esplode dicendo tutto questo, prima di respirare e riemergere da questa pagina vuota, lo afferro anche con l’altra mano e mi appoggio totalmente a lui; mi regge senza la minima esitazione, anche se resta lì turbato a fissarmi. 
- Davvero? Ti sembravo davvero felice? Lo sembravo o simulavo, secondo te? Max, sei il solo che mi può dare questa risposta sincera, ti prego, dimmelo! 
La mia voce trema, è tesa ed è quella di un pazzo; è come se una parte di me si staccasse e se ne rendesse conto e c’è un’altra dentro nascosta da qualche parte che mi dice un’altra cosa, qualcosa che non sento, che non capisco. 
Piangi, forse? È questo che mi dice? 
Ma non l’ascolto e così resto su di lui. Lui che mi lascia i polsi e mi circonda improvvisamente con le braccia e mi stringe a sé, una mano affonda sulla mia nuca e mi preme il viso contro il suo collo e mentre mi abbraccia in questo modo pieno, caldo e soffocante, sussurra contro il mio orecchio: - Charles, certo che eri felice davvero. Eri un ragazzo normale, allegro, felice e pieno di vita. Ti invidiavo tantissimo, eri la persona che volevo essere io, avevi la vita che volevo io. E capisco se da quando te l’hanno portata via ti manca al punto da essere così perso. Ti capisco. Starei anche io così. 
Quando lo dice, l’aria entra a pieno nei miei polmoni, chiudo gli occhi e mi abbandono a lui, alle sue braccia, alla sua bocca contro il mio orecchio, al suo collo caldo ed invitante e nascondo il viso proprio lì, chiudo gli occhi e mi rilasso. Mi rilasso completamente. Lascio le braccia piegate fra i nostri corpi premuti, non stringo più la maglietta, non tiro più niente. Le mie mani appoggiano sul suo petto e io sto finalmente meglio. 
- È da quella volta... - sussurro fra me e me tornando lentamente a galla, col calore e il conforto del suo copro caldo che mi sorregge e mi stringe. Mi tira dentro e chiude la porta, ma non me ne rendo conto. Mi lascio fare mentre chiudo gli occhi e continuo a parlare da solo. - Prima ero normale. È da quando sono morti loro che sono così. Simulo da quella volta. Prima però ero normale. Forse posso tornare ad esserlo... 
Ma mentre lo dico, Max capisce che sto intendendo. Capisce alla perfezione. E probabilmente quel che dico e penso non gli piace, vista la sua reazione.” 

/Max/

“Di certo Charles a casa mia in piena crisi esistenziale non me lo sarei aspettato in piena notte. Non che dormissi, stavo facendo un po’ di gare online, però ritrovarmelo qua in questo stato è decisamente una di quelle cose che non immaginavo potessero succedere.
Per un momento mi sembra di essere in Giappone, in quel tifone. 
Quando si deciderà a farsi aiutare da qualcuno, invece di implodere e strizzare tutto bene dentro di sé ignorando come se non avesse un cazzo di problema? 
Un problema anche bello serio, direi. 
Certe cose non si risolvono da sole, bisogna lavorarci su.
Appena capisco cosa dice, appena intendo la questione sul simulare, lo scatto che ho io è al pari di quello che ha appena avuto lui. Lo afferro bruscamente per le spalle e cerco di staccarmelo, ma visto che lui rimane ancorato sul mio collo, gli prendo la faccia fra le mani, lo tiro su e lo costringo a guardarmi.
- Cos’è che simuli, tu? - sibilo a denti stretti e sul piede di guerra. 
La rabbia mi monta dentro. Di cosa cazzo è convinto, adesso? 
Che diavolo può mai essere successo da farlo finire in questo stato? 
- Le emozioni. 
- Ma tu sei impazzito? - e dire una cosa simile ad uno che forse ha un esaurimento nervoso non è saggio, ma che ci posso fare? Sono un idiota che non pensa mai, io! 
- Come diavolo ti è venuta su sta cosa, ora? 
I suoi occhi sono così belli nel loro struggente dramma. Sempre carichi di un abisso dove non c’è ancora luce. Sarei in grado io di regalargliene un po’?
Un po’ di serenità, tranquillità e magari anche felicità. 
È aggrottato e cupo e non sembra poterne uscire. 
Charles scuote la testa come a dire che non importa, ma io ora voglio saperlo, cazzo. Come diavolo gli è saltata su sta cosa, ora? 
Non è normale pensare di simulare le emozioni!
È venuto fin da me per chiedermi com’era da piccolo! 
Perché poi da me? Perché non dai suoi fratelli, da sua madre o da Alex e George? 
Mille domande mi vorticano, ma lui non mi darà risposte, perché è sempre lo stesso, non sradicherà mai questo dannato vizio. 
- Se solo parlassi, se solo ti decidessi ad aprirti e sfogarti come le persone normali! - dico a denti stretti, rabbioso ed esasperato continuando a tenere il suo viso fra le mani e guardarlo da vicino. Lui abbandonato a me, i nostri corpi a diretto contatto, caldi, morbidi. Il mio inguine subito pronto a reagire al suo separato dai miei boxer comodi e dai suoi pantaloni larghi e cadenti. 
Le sue mani sul mio petto ora spingono per liberarsi, per non rispondere a niente. 
- Sei venuto solo per chiedere? Nessuna risposta, invece, se sono io a chiedere? - insisto polemico, snervato, col piede di guerra. 
A volte si arrivano a dei limiti, ma non è per me, non è un disagio mio personale sebbene quello c’è. 
È per lui; sta male, sta sempre peggio e non voglio lasciarlo a sé stesso col rischio che poi quello che è successo in Giappone succeda ancora. 
Charles scuote solo la testa e spinge con più forza per sgusciare via, ma a questo punto gli lascio la testa per prenderlo per i fianchi; glieli fermo contro i miei e deciso più di prima, ringhio a denti stretti sul punto di gridare ed esplodere: - Charles, ascoltami bene, qualunque cosa ti sia successo non simuli le emozioni. Non so come ti sia venuto su, ma sei una persona normale. Hai solo paura di mostrarle, forse, ma non pensare di essere pazzo. 
Charles però scuole ancora la testa aggrottato girando il capo di lato per non guardarmi, per cercare di scappare da me senza successo. Beh, se volesse potrebbe liberarsi dalle mie mani, ma penso che in realtà gli piaccia stare qua perché sono caldo, sono reale e forse in qualche modo gli trasmetto qualcosa che lo fa sentire vivo. Per questo ha cercato me. Forse lo faccio sentire vivo. 
- Allora io che non riesco a tenermi una cazzo di emozione dentro, invece? Che devo tirare tutto fuori anche il peggio del peggio e non importa come, non importa se ferisco gli altri? Non va bene nemmeno questo, no? 
- Tu sei meraviglioso, Max! - risponde finalmente sbottando, è esasperato quanto me, ma ovviamente cerca di contenere. 
Contiene, contiene tutto. Ma lascialo andare, liberalo! 
- Io? - faccio derisorio ed incredulo, cerco ancora il suo sguardo ma non vuole proprio concedermelo, tiene bassi gli occhi. Non posso mollarlo, se lo facessi se ne andrebbe. Le sue mani ancora sul mio petto. 
- Sì, tu sei magnifico, Max, in questa tua capacità di esprimere e buttare fuori tutto ciò che provi, a qualsiasi costo. 
- Non è come pensi. Non sono così bravo. Certe cose le tengo per me. 
Charles allora mi guarda finalmente, improvvisamente e cogliendomi di sorpresa. 
- Lo so. - fa di getto. I suoi occhi mi penetrano di nuovo, verdi, cupi, diretti come due lame, lo sguardo torvo. - Le cose migliori le nascondi. Ma comunque esprimi lo stesso la gran parte di ciò che provi, non importa cosa sia. Io simulo, Max. Io simulo le emozioni. Simulo ciò che penso dovrei provare, ciò che credo di provare e provo ad esprimerlo, ma sicuramente lo faccio male ed in molti se ne accorgono. Pensavo di essere in grado almeno con le persone che contano, ma alla fine non è così. Forse simulo meglio con loro, ma la verità è che io non provo niente, mai. Non più. È tutto svanito. Tutto svanito. Tutto. 
Con questo preme la faccia contro il mio collo e scivola giù, le sue ginocchia si piegano e mi ritrovo a sostenerlo di peso. 
È una continua montagna russa e non posso che improvvisare di continuo in base a cosa fa e come sta. 
Charles si abbandona finalmente a me e smette di lottare, è come se gli avessi tagliato i fili, come se non ce la facesse più e non avesse più le forze. 
Il silenzio resta per un po’, mentre lo abbraccio. Lo circondo per la vita, le mani sulla schiena, una sale sulla nuca, fra i suoi capelli. La mia bocca scende, gli bacio la tempia e poi vado giù a trovare il suo orecchio. Bacio anche quello. Lui rabbrividisce. 
- Non è vero che non provi niente. - sussurro piano. Lui sta in silenzio, si lascia fare, non spinge, non tenta di divincolarsi. - Perché sei venuto da me, se non provi niente? 
- Sei l’unico che mi avrebbe risposto sinceramente. Dovevo sapere se da piccolo ero così come ora. - risponde come un automa. Nel sentirlo muovere le labbra contro la mia pelle, rabbrividisco dalla testa ai piedi; stringo gli occhi e cerco di trattenermi dal leccarlo.
- Questo è quello che ti sei detto tu. - dico con delicatezza mutando modalità per le sensazioni deleterie che mi fa provare standomi addosso in questo modo. 
- La verità la sappiamo entrambi. Sei venuto qua perché sono l’unico che ti fa provare qualcosa. Qualcosa di bello. Piacere, desiderio. - continuo sussurrando piano sempre contro il suo orecchio.
Lo sento respirare a fondo e piano come per concentrarsi e rimanere saldo. 
- Lasciati andare, per una volta. Vedrai che in realtà provi, eccome se provi. È solo che trattieni o lo respingi. Perché lo fai? Perché cerchi di controllare tutto?
Le mani ora lo carezzano dalla nuca alla schiena fino alla cinta dei pantaloni, lì non vado oltre, risalgo e continuo a carezzarlo e lui si lascia fare, totalmente appoggiato a me, abbandonato. Ha gli occhi chiusi? Che espressione ha? 
- Non so di cosa parli. - risponde piano, quasi inudibile. Le sue labbra contro il mio collo ancora mi devastano, mi eccito ulteriormente e la mia erezione dura preme contro di lui. Lo desidero da matti. 
Lentamente una mano striscia sotto, oltre la cinta, i suoi pantaloni larghi mi permettono di entrare come quella notte al locale, supero subito anche l’elastico dei suoi boxer. 
Visto che insisti, adesso te lo dimostro. 
Le dita raggiungono la curva soda del suo culo e mi infilo subito nel mezzo, nella fessura che quella sera avevo puntato e che lui mi ha impedito di ottenere con uno scatto felino. Ma questa volta non fa niente, rimane qui fra le mie braccia e mentre un dito trova il suo buco, davanti strofino il mio cazzo contro il suo, ci giro intorno, mi premo, salgo e scendo e gli faccio sentire quanto è grande e duro e quanto lo voglio. Anche lui reagisce allo stesso modo, è come una danza. Una danza carica di desiderio. 
Lo vuole da matti.
Charles sospira contro la mia pelle, il mio dito entra e si muove in sincronia con i movimenti del mio bacino, gli lecco l’orecchio; sento che rabbrividisce di piacere. 
Geme e sospira; non si divincola, non mi ferma, non mi blocca. Le sue mani afferrano la mia maglietta e finalmente pronuncia il mio nome roco inarcando la schiena per chiedere di più e contemporaneamente si strofina contro il mio cazzo, cercandone di più.
È tutto un fremito ed insieme non resistiamo oltre. 
- Oh, Max... - geme ancora. 
- Charles... - rispondo io allo stesso modo, roco, carico. 
Sentendo la mia voce, Charles viene e si bagna nei pantaloni pulsando come un matto, lo sperma caldo raggiunge il mio cazzo che sensibile e pronto spara allo stesso modo nella stoffa leggera e contro il suo.
Tremiamo insieme, godiamo insieme ed è il primo orgasmo che finalmente raggiungiamo insieme e non ognuno chiuso nella propria stanza, aiutato da fantasie proibite. 
Scendo baciandogli l’orecchio, arrivo al viso e poi alla ricerca della sua bocca, ma a questo punto Charles scuote la testa e nasconde il viso di nuovo contro il mio collo per impedirmi di baciarlo. 
Si accoccola lì, le mani tirano di nuovo la maglietta, si stringe a me senza respingermi e cercare di scappare; si appoggia ancora mentre lo sostengo. Le sue gambe non lo reggono più ed io tiro fuori la mano dai suoi pantaloni, lo abbraccio di nuovo a piena forza e lo trascino verso il divano. 
- Le paure ci sono, ma non significa che siano realtà. - mormoro piano spingendolo leggermente fino a farlo sedere. - Non siamo obiettivi con noi stessi. - proseguo poi calmo sedendomi contemporaneamente accanto a lui. - Nessuno lo è. 
- Nemmeno tu con te stesso. - risponde senza staccarsi da dove si è incollato. Nonostante ora siamo seduti sul divano, rimane qua ancorato a me; entrambi col busto rotato uno verso l’altro, io a tenerlo per la vita, lui a tenersi al mio petto, il viso sul mio collo. 
Mi annusa, adesso, come se si stesse rianimando solo ora e lo fa nella disperata ricerca del profumo che adora e che ora sente grazie al gel doccia che ormai metto sempre pensando a lui, Armani. Non sono uno fissato con le marche, ma da quando ho capito che questa accoppiata doccia e profumo gli piaceva, non ho più smesso di usarla.
Nel sentirlo sembra tornare in sé, strofina il volto ed in particolare il naso e mugola mentre apprezza. Sorrido sornione, soddisfatto di come lo sto riportando alla realtà. Praticamente prendendolo per la gola.
- Probabile. - rispondo cercando di rimanere saldo e non afferrargli brutalmente la faccia e infilargli a forza la mia lingua in bocca. 
Non sai la fatica che sto facendo a non sbatterti in orizzontale su questo divano, dannazione. Non lo sai proprio! 
Piano e con una lentezza esasperante riemerge e si stacca dal mio collo, tira su la testa e piano piano ci guardiamo. I nostri occhi da vicino si incontrano trasognati; trasudiamo ancora desiderio, ma siamo entrambi molto più calmi di prima grazie all’orgasmo appena avuto. I sensi nella pace e nessuna frenesia a farci sentire sull’orlo di alcuna follia. 
Stiamo bene, so che anche lui ora è così, glielo leggo negli occhi che non sono più cupi, torvi e tormentati come prima, ma sembra cerchi di capire se baciarmi o no.
E qua, mentre finalmente ci guardiamo da vicino e senza il bisogno di scoppiare o saltarci addosso, con una calma incredibile, glielo chiedo diretto e senza esitare in una sorta di colpo basso, perché ora ha le difese sciolte.
- Hai parlato a Pierre ed è andata male, vero? 
I suoi occhi si spalancano ed è come se tornasse bruscamente sulla Terra dopo una seduta di levitazione paradisiaca. 
Così, anche senza bisogno di un’ammissione diretta, capisco che è così.”


NOTE: Spero si capisca che sono solo i loro punti di vista, non è detto che sia la realtà e che uno o l'altro abbia ragione su ciò che percepisce (soprattutto di sé stesso). Il viaggio in Charles è appena iniziato e avrà lo spazio necessario, saprà Max essere di supporto nel modo giusto, o sarà messo anche lui a dura prova? 
Alla prossima. Baci Akane