48. LA GIUSTA RAGIONE
/Charles/
“Ho tenuto gli occhi chiusi quasi tutto il tempo in un totale abbandono senza precedenti.
Se dovessi ricordare l’ultima volta che sono stato così bene non lo ricordo, non so dirlo. E non so dire nemmeno quando mi sono mai lasciato andare in questo modo.
C’era sempre una parte di me che cercava di evitare, trattenere, gestire, ma ad un certo punto, quando la sua mano è finita sotto i miei pantaloni ed il suo cazzo si è strofinato contro il mio attraverso i vestiti, per me è stato come disinserire una spina. Non ne potevo più di combattere, non ce la facevo e comunque non volevo.
- È diverso provare sensazioni fisiche e piacere. Quelle le provo, con Pierre ho scopato ed è sempre stato bello, non posso certo dire il contrario. Io parlo di emozioni.
Ho appena cancellato del tutto ogni cosa successa e detta dopo il mio ‘io simulo le emozioni’ ed il suo ‘non è vero, provi il piacere ed il desiderio.’
Faccio come se non avesse detto niente. Per me parlare del mio problema con le emozioni è più facile che parlare di Pierre.
Perché ogni volta che in qualche modo si arriva a lui, con chiunque io sia ed in qualsiasi contesto, finisco sempre per evitare, deviare, eludere.
Gli occhi di Max si spalancano sorpresi di questa mia reazione, da un lato gli interessa ciò che dico, dall’altro sa che non è questo che mi aveva chiesto, non è la risposta che dovevo dare.
- Appena ho nominato Pierre, i tuoi occhi si sono sinceramente shoccati, non stavi simulando. - risponde subito deciso puntando senza paura i riflettori su ciò di cui vuole parlare.
Non mi puoi costringere a farlo.
Sfilo le mani dal suo petto per la prima volta da quando sono entrato e lui me le prende al volo, come per impedirmi di alzarmi.
Cerco di sfilarle di nuovo, ma lui le stringe con forza e mi arrendo.
In realtà è bello, come prima quando queste sue stesse dita erano dentro di me in quel modo prepotente e bello. Dio, così bello.
Giro la testa per eludere lo sguardo e lui si sposta per guardarmi. Perché sei così insistente? Sei un mastino, quando punti la preda non la lasci. Le tue zanne non mollano proprio la presa. Ma proprio mai.
Non so perché ti cerco di continuo, forse è vero che sei l’unico che mi fa provare qualcosa e cerco te per questo. Sono convinto che solo tu mi fai sentire vivo.
E Pierre allora? Non è forse vero che è sempre stato bello scopare con lui?
- Cosa ti ha detto Pierre? - insiste come non avessi detto nulla.
Sospiro e alla fine realizzando che non solo non mi lascerebbe andare, ma non mollerebbe nemmeno con le domande, lo accontento.
- Quello che immaginavo. - che non è una vera risposta. Lui inarca le sopracciglia impaziente, incitandomi ad approfondire ed io li vedo con la coda dell’occhio.
Gli dirò giusto qualcosa per tenerlo buono.
- Ha reagito male, con rabbia; è esploso, mi ha detto che sono un codardo egoista che simulo le emozioni e poi si è scusato ed ha detto che non lo pensa davvero, è lui quello codardo egoista perché aveva capito che c’era qualcosa che non andava in me e ne aveva paura. E mi ama, ormai. Si è preso troppo e sta troppo male. Mi ha chiesto di rimanere con lui finché non lo accetta e non sta meglio. E di essere amici. Di fare in modo di rimanere amici a qualunque costo. Che tutto il tempo che ho impiegato io a gettare la maschera, adesso dovrò aspettarlo e sostenerlo.
- Se lo sogna! - sbotta lui prima di farmi rendere conto di quanto io abbia in realtà parlato nonostante pensavo non volessi nemmeno farlo. Quattro cose messe in croce, mi son detto. Gli dirò poco e niente, giusto per farlo stare buono. Invece ogni dettaglio. A momenti pure i dialoghi precisi. Sto di nuovo perdendo il controllo ed è colpa di Max.
- Gliel’ho promesso. - rispondo io secco senza guardarlo ancora, gli occhi sul suo salotto che non focalizzo realmente. Non so nemmeno com’è casa sua anche se ci sono dentro.
- Cosa hai fatto? - chiede teso, incredulo.
- Gliel’ho promesso. Voglio anche io che rimaniamo amici, non lo voglio perdere! - rispondo guardandolo di nuovo facendomi forza. E ce ne vuole molta per guardarlo ora dopo quello che gli ho detto.
- Perché? Ti ha detto che simuli le emozioni! Sono certo che sappia quanto ti ferisce questa cosa, quanto tu ne abbia paura! Sa tutto di te! Sa anche cosa dirti per ferirti! Tu cosa gli devi? Perché dovresti voler essergli amico comunque? Ha detto che simuli le emozioni, Charles! È grave!
Max si infiamma ed ora le mani che mi stringe mi fanno male ed è una specie di dinamite che scoppia a ripetizione; io sono qua davanti a lui a guardarlo ebete, assorbito, colpito, quasi innamorato del modo in cui butta tutto fuori, qualunque cosa pensi, qualsiasi cosa provi, non importa cos’è. Non ne ha paura. La tira fuori ed è così bello, in un certo modo.
Così bello.
Ed io lo invidio, vorrei essere così. Avere la forza di esserlo.
Lo sarò mai?
Forse se stessi tanto con lui alla fine lo sarei, ma non sarebbe la ragione giusta per stare con lui, così come il fatto che mi fa provare sensazioni che mi fanno sentire vivo. Non è il modo giusto per superare questo mio problema e non è comunque corretto per lui. Non è la giusta ragione per stare con qualcuno.
Alla fine ricambio la stretta delle sue mani cercando di calmarlo, questo sembra funzionare. Abbassa lo sguardo furioso e le guarda come se le notasse solo ora.
Sospira e smette di sbottare.
A questo punto, di nuovo in controllo di me stesso e pronto ad affrontare il nuovo tornante di questa pista travagliata, lucido e orientato, lo guardo attendendo che ricambi. Quando Max con fatica, ma sempre corrucciato ed espressivo, si decide, mi fa sorridere quasi di sollievo, in qualche modo. Mi fa stare bene in una maniera che non capisco e nemmeno lui se ne rende realmente conto.
- Pierre è importante, per me. A prescindere da cosa siamo, non voglio chiudere con lui. Ma sono convinto che la nostra dimensione sia l’amicizia. Non mollerò con lui. - chiarisco calmo e pacato.
Max fa il broncio contrariato, penso sia geloso e mi fa piacere.
- Devo anche capire meglio me stesso. Provo sensazioni, ovviamente. Se mi tocchi come hai fatto prima vengo e vorrei scopare con te perché mi attrai e il mio corpo ti reclama, ma sono confuso su me stesso, capisci? A volte mi sembra di non essere vivo, di non essere in me e cerco... non so, una botta di vita che mi svegli. Solo che la cerco nel modo sbagliato.
- Questo non c’entra con l’essere incapace di provare e dimostrare emozioni. - precisa lui seccato, cercando di non farsi abbindolare dal mio sguardo comprensivo e calmo e dalle mie mani che ancora lo stringono.
- No. - faccio indulgente. - Ma è una cosa importante di me che volevo tu sapessi. Mi hai visto in certe situazioni e comunque stasera ti sono capitato qua come un matto. - dico arrossendo imbarazzato.
Odio perdere il controllo in quel modo, vedendo che ho fatto mi rendo conto che sono stato assurdo, non è da me un comportamento simile. Ma forse sono io che non so cos’è da me realmente.
- Non simuli le emozioni, Charles. - risponde lui premendo su quel punto, sapendo che è quello che mi ha fatto uscire di testa, che conta davvero tanto.
- Non lo so, Max. Ma lo capirò in questi mesi. Mi prenderò tutto il tempo per capirlo. Prima di tutto mi concentrerò sull’aiutare Pierre perché glielo devo, poi mi isolerò e farò un viaggio in me stesso per capire realmente chi sono e come uscire dal casino in cui sono.
Glielo dico chiaramente in modo che capisca che a prescindere dalla questione Pierre, io mi dileguerò per un po’ e non mi farò vivo.
- Perciò non ti vedrò e non ti sentirò? - fa senza peli sulla lingua, decisamente in disaccordo con questo. Sorrido alla sua schiettezza e a come dimostra come sempre ciò che pensa; annuisco stringendo ancora le mani fra le mie.
- Per un po’. Devo capirmi bene. Ne ho bisogno. Non posso rischiare di fare un altro casino come ho fatto con Pierre. Io non voglio.
È chiaro in che senso. Se mi buttassi su Max perché me lo tira e poi finirebbe che magari lui si prende ed io no, capirei tardi e a sue spese che sono io il problema e non gli altri. Che sono io che non so amare né provare niente. Non posso rischiare di far soffrire anche lui.
- Non devi espiare niente per Pierre. - brontola lui ancora trattenendomi fra le sue dite agganciate alle mie.
Sorrido dolcemente, ma non so se lo sono davvero o se penso di doverlo essere perché lo reputo dolce. E non so se sono anche solo lontanamente davvero dolce. Come appaio?
- Non è questo. È che se poi faccio a te ciò che ho fatto a lui, non me lo perdonerei, capisci? Ho bisogno di un po’. Non ti chiedo niente, non aspettarmi, vivi la tua vita, fa ciò che senti. Però ti volevo spiegare quello che farò.
Perché non è una proposta od una richiesta. È esattamente così che andrà e che farò.
Non voglio rischiare di mandare a puttane questa cosa fra noi, qualunque sarà. Se sarà solo sesso oppure una vera relazione, dovrò esserne sicuro quando inizierà. Non voglio cambiare idea in corso e che lui ne soffra. Non voglio farla iniziare col piede sbagliato. Non voglio che una cosa bella diventi un incubo.
Deve essere tutto perfetto e giusto.
Che carattere di merda che ho. Più perfezionista e preciso non potevo proprio esserlo, no?
Max capisce a fondo ciò che intendo anche con le parole che non dico, ma sono stato sufficientemente chiaro e non può recriminare mancanza di onestà.
Alla fine sospira e annuisce chinando il capo senza più riuscire a reggere i miei occhi. Forse gli bruciano i suoi. Forse si vergogna di mostrare che ci sta male, che sperava in un altro risultato. Ma si arrende e penso sia la prima volta che lo fa.
Spero solo che non lo faccia in assoluto fra noi. Non voglio si arrenda del tutto, solo che mi lasci andare per un po’.
Il solito egoista. Ma chi mai vorrebbe poi stare con me una volta che scopre come sono realmente?
Perché dovrebbe?
Gli bacio la fronte mentre spero sinceramente che sia solo un discorso rimandato, fra noi, e non troncato sul nascere.
Non lo possiamo sapere, anche se da come si abbandona alle mie labbra su di sé, spera la stessa cosa, ma non possiamo altro che affidarci all’incertezza di questo futuro che si apre davanti a noi. Un nuovo tornante, un’altra curva, un pezzo di pista sconosciuto si prospetta. Sapremo affrontarlo?
- Vuoi dormire qua? - chiede sommesso mentre le mie labbra sono ancora sulla sua fronte e non so se è più lui a scaldarsi da questo contatto o io stesso.
Scuoto la testa lentamente, con fatica.
- È meglio di no. - dico piegando in un lieve malinconico sorriso, senza staccarmi dalla sua fronte.
- Ti rubo il bagno e poi me ne torno a casa. - aggiungo rimanendo fermo così come sono. Le nostre mani ancora allacciate, la mia bocca ancora su di lui. Max annuisce senza aggiungere nulla.
È una situazione così strana, sono io quello che gestisce e guida in questo momento, ma ero convinto che sarebbe stato lui, che avrebbe fatto di tutto per guidare lui. Il fatto che si abbandoni a me mi coglie impreparato.
Quando vado al bagno, passo davanti alla sua camera e il mio sguardo lo sorvola velocemente senza farci caso, entro e mentre faccio ciò che devo, il mio cervello registra un dettaglio che ho visto di sfuggita.
Qualcosa che in qualche modo conosco e mi riguarda.
Cos’era?
La mia mente si è attivata, un ricordo è pronto a sbloccarsi.
Mi rinfresco il viso e annuso di nuovo il suo profumo che ho comunque anche a casa mia intatto. Ogni tanto lo annuso, ma non lo metto su.
Quando esco mi soffermo di proposito davanti alla sua camera, dall’esterno probabilmente sembra che io stia solo curiosando in una versione pseudo normale di un ragazzo di 22 anni.
Gli occhi sorvolano con più cura ogni dettaglio della sua camera incasinata quasi come la mia. In questo siamo uguali. Sorrido divertito mentre realizzo che sembra un piacevole e familiare campo di battaglia. Se un giorno vivessimo insieme moriremo sotto il nostro casino.
È difficile notare qualcosa di particolare, non so cosa prima il mio cervello abbia creduto di vedere, ma sto per muovermi quando lo sguardo lo nota, finalmente.
Una lattina di birra bianca con la scritta rossa di Stella Artois. La birra belga che abbiamo non propriamente bevuto in Belgio quest’anno.
Senza rifletterci e in una versione estremamente impicciona ed invadente, entro e come ipnotizzato, con i ricordi che mi investono come un treno in piena corsa, la prendo fra le dita e la scuoto.
È vuota ed aperta ed è esattamente quella. Non so come faccio a dirlo, ma ne sono certo.
Quella che ho preso mentre ero in uno dei miei momenti di psicopatia. Quando abbiamo avuto forse il primo vero avvicinamento fra noi.
I flash di noi due in terrazza di notte mi assalgono, la nostra conversazione seria, delicata in un certo senso. Non è stato invadente, non mi sono confidato sul serio, ma è stata la prima volta fra noi in cui non ci siamo solo tollerati, ma anche scoperti, credo.
Non so bene, ma se dovessi dire quando è cambiato tutto fra noi, direi quella notte.
Avvicino la lattina, la guardo bene qua nel buio della sua camera dentro cui sono entrato senza nemmeno permesso.
Ho appoggiato la mia bocca qua dopo che lui aveva bevuto e l’ho fatto come un matto in uno di quei momenti. Avevo bisogno di baciarlo ma non ne avevo il coraggio. Avevo il bisogno di abbracciarlo, ma non ce l’ho fatta. Avevo bisogno del suo calore, ma poi sono scappato e mi sono rifugiato da Pierre continuando a costruire il mio castello di errori. Un castello che adesso sarà doloroso buttare giù, ma che mi tocca.
Poso di nuovo giù la lattina e sospiro malinconicamente, mentre un sorriso affiora sulle mie labbra con sorpresa e calore.
Ha tenuto questa lattina, non l’ha buttata alla fine.
Anche per lui è cambiato tutto quella notte. Anche per lui tutto questo significa qualcosa.
Max deve essere molto romantico, oltre che estremamente sensibile. E forse anche fragile.
Questa consapevolezza mi arriva mente mi giro e lo vedo fermo sulla soglia della sua camera, io dentro ancora immerso nella penombra, lui la luce alle spalle non mi permette di vedere che espressione abbia, ma da come sta assolutamente zitto e fermo ad osservarmi, mi fa capire che è esattamente così come ho appena pensato.
Fragile.
Meravigliosamente fragile.
Mi avvicino a lui lentamente, Max non si muove, rimane lì come a bloccarmi la strada per tenermi qua con lui. Per un momento contemplo l’idea di rimanerci ma sappiamo entrambi che se lo facessi non sarebbe una cosa da poco. Non dormiremmo e basta. Ed ho troppo da sistemare, prima di farlo.
Gli prendo il mento fra due dita e sorrido con aria di scuse.
Hai paura a farti vedere per ciò che sei davvero e lo capisco ed io potrei non avere abbastanza cuore per non ferirti. Perciò prima è proprio meglio che mi guardi per bene e che sistemi la mia merda.
- Grazie per stasera. E per le altre volte.
Non gli dico altro, non chiedo di aspettarmi, né faccio promesse. Ci siamo già detti tutto, ho già parlato.
Lui non risponde, sfilo con fatica la mano e gli passo accanto andandomene da casa sua.
Sono così terribilmente difettato.”
/Max/
“A pezzi, è così che mi sento appena se ne va.
Scaricato e rifiutato per l’ennesima volta.
Non so perché diavolo gli ho aperto questa cazzo di porta; ma poi come diavolo è arrivato fin là davanti?
Come faceva a sapere dove abitavo e pure il nome della mia porta?
Quando ho visto dallo spioncino la sua faccia ho creduto di essermi addormentato, il cuore si è fermato dopo che è salito improvvisamente in gola ed il mio cervello si è totalmente spento.
Quando ci siamo lasciati ad Abu Dhabi ho pensato basta, avrei visto di me stesso senza aspettarmi niente. Non avrei più insistito od inseguito, se un giorno si sarebbe deciso ed io sarei stato ancora dell’idea bene, altrimenti tanti saluti.
Ma poi l’ho rivisto subito qua ed ecco qua che crollo come un pero. Certo, è lui che mi ha cercato ed era davanti casa mia, la mia porta, cosa dovevo fare? Non aprirgli? Lo rivedo alle gare il prossimo anno, cazzo.
Però è quello che è successo dopo, il problema; come mi son gettato fra le sue braccia, come gli ho aperto le mie, come l’ho consolato e cercato di aiutarlo.
Come l’ho fatto venire, come sono venuto io nei boxer, come ho cercato di nuovo di baciarlo.
Sono patetico, patetico e basta.
Mi ha di nuovo rifiutato. Ha preso il piacere, ha ringraziato, si è mostrato nella sua splendida fragilità e nella sua psicopatia sexy da morire e poi mi ha mollato di nuovo.
Mi prendo il meno fra le dita, lì dove poco fa mi ha toccato lui, guardo il buio della mia camera dentro cui rimango, davanti all’uscio da cui è sfilato via come un fantasma.
Non mi ha fatto promesse o richieste, è stato sincero. Di cosa posso lamentarmi? Cosa posso recriminare?
È venuto qua a farmi una cazzo di domanda che poteva farmi al cellulare, si aspettava che mi facessi di nuovo avanti perché aveva bisogno di un tocco caldo umano, ma non di uno qualunque, del mio.
L’unico sincero che lo conosce da quando era piccolo? Sì, forse è vero, ma una parte di sé sperava che lo toccassi e lo facesse sentire di nuovo vivo. Perché è chiaro che solo io glielo drizzo e glielo scaldo. Ma poi?
Poi quando sono io a cercare bisognoso il calore, no, lui non ci sta.
Non funziona così, mi dispiace.
Ma sono rimasto qua in piedi come un idiota. Guardo la lattina che ha notato e che si è preso fra le mani, la lattina della svolta nel nostro rapporto. Quando è cambiato tutto. La lattina da cui non mi sono voluto separare.
Che patetico.
Adesso che mi ha visto così bene, mi ha scaricato.
Non mi vuole, non sono abbastanza per lui in questo momento.
Ha lasciato Pierre facendogli una promessa assurda, ma quello non includeva la castità, non gli impedisce di farsi una vita, mentre lo consola e si prende cura di lui.
Ha problemi personali che deve risolvere, vuole capire se è lui il problema nelle relazioni o se è una questione di persone. È stato chiaro. È così e basta.
Non posso recriminare nulla. Proprio nulla.
Ha paura di non essere in grado di provare emozioni e sentimenti ma solo sensazioni, che finirebbe per farmi soffrire come sta facendo soffrire ora Pierre.
Beh, caro Charles, indovina un po’?
Mi stai già facendo soffrire. Mi sento una merda come non mi ci sentivo da tempo ed ho paura che tu abbia ragione, in realtà.
Che tu non sia capace di amare. Non so se me o in generale, ma il risultato per me non cambierebbe.
Ho paura che se insistessi ancora e andassimo a letto insieme, sarebbe bello ma sarebbe tutto lì e quando poi io vorrei altro, se mai lo vorrei, tu non potresti darmelo.
Il fatto che abbia ragione a pensarci ora e ad agire in questo modo, mi manda ancora più in bestia.
Poso la lattina sulla mensola e dò un calcio alla sedia con tutti i vestiti accumulati da giorni e giorni. I vestiti si rovesciano, la sedia fa fracasso e continuo a calciare con rabbia tutto quello che è rovesciato, lo spargo ulteriormente mentre la mia camera già è un campo di battaglia di per sé, ora lo è ancora di più, ma non mi sento meglio, non mi dà sollievo, non riesco a rilassare i nervi. Mi guardo le mani che sono tese ad artiglio e tremano. Scuoto la testa, alzo gli occhi al cielo e batto il piede per terra imprecando con una sfilza di ‘fanculo fanculo fanculo’ che non hanno fine.
Poi gli occhi bruciano e li stringo.
Non la finiremo mai. Io di provarci e sperarci e lui di rifiutarmi. Perché forse è così. Non può ricambiarmi. Non ce la può fare. Forse è come dice lui, è difettato, è insensibile, non lo so, o forse sono io il problema. Io e basta. Da me potrebbe prendere solo il culo ed una notte di orgasmi multipli. Ma non sarà mai più di questo.
E dov’è finito quello che ho orgogliosamente spiattellato a Lando?
Certo che voglio solo scoparlo, non voglio altro!
Non era questo?
Quand’è che è diventato altro?
Dopo aver distrutto la camera, mi giro ed esco; ho bisogno di stare meglio, così mi sembra di impazzire.
La testa batte e batte ed i nervi mi fanno tremare, sento il collo in totale tensione, mi sembra di spaccarmi in due.
Ho bisogno di qualcosa che mi calmi, qualcosa, mi serve qualcosa. Non importa cosa, se non lo trovo ora e subito scoppierò e morirò.
E così, senza sapere che farò, esco di casa avendo a malapena cura di prendermi le chiavi. Mi dispiace, mi dispiace davvero, ma io devo assolutamente.
Io. Devo.”