49. ORRIBILE
/Max/
“La faccia sorpresa e preoccupata di Daniel è più uno schiaffo che un conforto.
Leggo chiaramente nei suoi occhi l’ansia, sicuramente teme che io stia male e, da come gli sono capitato in piena notte senza preavviso, ma soprattutto senza più azzardarmi a farlo da quando ci siamo lasciati, è ovvio che lo pensi.
Poi quando capisce che non sto male, non fisicamente almeno, i suoi occhi si riempiono di terrore. Terrore e panico.
Cosa diavolo deve fare con me ora?
Perché si capisce, è ovvio il motivo per cui sono qua.
Sto male, sto di merda emotivamente.
La sua testa sicuramente riesuma quella conversazione di qualche settimana fa, quando gli ho chiesto perché gli sono piaciuto e perché ha accettato la mia corte, e capisce che sto vivendo una delusione sentimentale.
Mi sento così patetico, così sbagliato, così difettato.
È impossibile amarmi, volermi. Solo lui l’ha fatto. Solo lui mi voleva. Solo a lui piacevo. Solo lui mi ha visto realmente e mi ha desiderato con tutto sé stesso e voleva tutto di me, non solo il corpo, non solo gli orgasmi.
Come ho potuto lasciarlo? Come ho potuto mandare tutto a puttane per non sentirmi in colpa nel flirtare con Charles? Sperando di andarci a letto?
Ma cosa mi è passato per la testa? Come ho potuto?
Ci guardiamo sulla soglia mentre lui realizza ogni cosa e capisce tutto al dettaglio, con l’unico oscuro quesito su chi sia ad avermi ridotto così.
Sa anche perché ora sono qua e cosa pretendo, e sa come andrebbe se mi facesse entrare. Che sarebbe solo una notte, solo questa e basta, poi me ne andrei e lui tornerebbe a stare di merda ricominciando da capo.
Ed io capisco tutto questo, lo capisco davvero bene, ma non sono assolutamente in grado di fermarmi ed essere meno egoista di quanto lo è stato Charles.
Non ce la faccio.
Ti prego, ti prego fammi entrare.
Devo avere uno sguardo così devastato, così distrutto, così addolorato, che alla fine dopo un’evidente lotta interiore, si fa da parte e mi fa passare.
Io varco la soglia, lui chiude la porta e non fa in tempo a voltarsi che gli prendo il viso fra le mani e premo la bocca sulla sua come quella volta.
Adesso però c’è dolore, freddo e schifo, e lui mi accoglie, sempre come quella volta, ma non c’è la stessa eccitazione. C’è errore.
Quell’errore che entrambi sappiamo stiamo facendo, ma nonostante tutto non ci fermiamo.
Le sue mani sui miei fianchi, lo spingo verso la sua camera. La raggiungerei anche ad occhi chiusi ed è più o meno questo che faccio. Mentre cammino, mi prendo il colletto della maglietta e me la sfilo via separando le nostre labbra di poco, giusto il tempo di liberarci dei rispettivi indumenti.
Arrivati al letto riprendo a baciarlo con foga e le mani arrivano subito all’elastico dei suoi boxer.
Il suo corpo caldo e muscoloso mi mancava, i suoi tatuaggi mi mancavano, il suo calore, il suo profumo.
Lui mi mancava. Perché mi è sempre piaciuto, lui come persona, come essere umano, un meraviglioso essere umano. Continuerà sempre a piacermi, anche se non è Charles e non lo sarà mai.
Ma è uno che mi accoglie fra le sue braccia e accetta se gli salto addosso e chiedo calore, non respinge la mia bocca, non rigetta la mia lingua.
Si lascia cadere sul letto mentre lo spingo. Prima di salirgli sopra mi tolgo i boxer e poi gli striscio addosso come un serpente egoista in cerca di calore, il calore che io non ho e che mi serve. Il calore di cui lui è pieno.
Frastornato si lascia sopraffare.
Divoro il suo corpo con la bocca e lui accompagna la mia testa nella discesa verso le sue parti erogene. So dove gli piace che lo lecco e arrivo lì senza esitare.
Daniel geme e sospira e quando poi il suo cazzo mi cresce caldo e pulsante nella bocca, come da molto non capitava gli ultimi tempi insieme, mi spinge via da sé e inverte le posizione prendendosi cura lui di me, con dolcezza e desiderio. Non si tira indietro, non ha paura anche se sa che si sta facendo male. Ma mi assorbe con piacere, mi fa suo. Mi bacia dolcemente e mi divora ed io mi lascio mangiare da lui.
Quando finalmente entra, chiudo gli occhi e mi perdo premendo il braccio sulla mia faccia e per un momento immagino che sia Charles, come le ultime volte che lo facevamo.
L’unico modo per venire quando scopavo con Daniel, alla fine, era pensare a Charles. Lo stavo tradendo con la testa e l’anima. Non era giusto rimanere con lui, l’ho lasciato per non tradirlo, ma penso in qualche modo d’averlo fatto comunque.
Sono la persona peggiore del mondo e vengo pensando che forse, un giorno, riuscirò ad avere davvero il cazzo di Charles dentro.
Quando Daniel mi sposta il braccio per baciarmi, accolgo la sua bocca tenendo gli occhi chiusi stretti forte e penso chissà, magari un giorno sarà la bocca di Charles sulla mia. E non la smetterà di scapparmi come ora.
Chissà, un giorno.
Il suo cuore ora è tornato regolare e batte ad un ritmo così calmo e tranquillo, che mi fa lo stesso effetto. Forse lo fa più questo della scopata e dell’orgasmo, che comunque ne avevo fottutamente bisogno.
Le sue dita mi carezzano la schiena delicatamente e mi concilia il sonno contro cui lotto strenuamente. Non voglio addormentarmi qua.
Mentre gli sono steso addosso, la nebbia si dipana e mi lascia un’immagine mostruosa di me stesso. Lo stesso errore che ha fatto Charles con me, la stessa sofferenza che mi ha inflitto, solo peggio nel mio caso perché me lo sono anche scopato.
- Non dovevi accettarmi. - dico roco con la bocca che si muove a fatica contro il suo petto. Lo sento rabbrividire.
- E tu non dovevi venire. - sembra logico. Sospiro e scuoto la testa.
- Adesso starai male.
- Non mi sembra che tu te la stia spassando. - una risposta valida ad ogni quesito.
- Perché mi hai aperto e mi hai fatto entrare? - perché lo voglio sentire per forza? Perché ne ho bisogno, ne ho proprio bisogno. Glielo chiedo come se l’accusassi di qualcosa, ma in verità so perché premo su questo tasto. So cosa voglio. So cosa cerco e lui come sempre non mi delude mai. Perché sulla faccia della Terra, Daniel è sempre stato il solo a non deludermi mai e so che sarà sempre così. Qualunque cosa io possa fare ora e in futuro, lui non mi deluderà mai.
- Perché ti amo ancora e ti aprirò sempre, Max. Non ti lascerò mai fuori dalla mia porta se vorrai entrare.
Non ci mette molto a dirlo. Stringo gli occhi mentre mi bruciano dall’emozione, era proprio questo di cui avevo bisogno e sapevo che poteva darmelo solo lui. Non so se incontrerò mai più uno come lui disposto a darmi sempre tutto ciò che voglio e che necessito. Non lo merito, è questo il punto. È per questo che l’ho lasciato. Perché scopavo con lui pensando ad un altro, mentre lui dava ancora tutto sé stesso a me senza riserve. Perché non lo ricambio?
Perché non provo lo stesso?
Giro la testa e premo la faccia nel centro dei suoi pettorali, proprio lì dove il suo cuore si sente e il mondo sparisce. Il nostro odore. Lo annuso come Charles fa con me tutte le volte che avvicina il naso sul mio collo e mentre mi torna lui in mente, sospiro e scuoto la testa e con una forza che non sapevo d’aver già recuperato, mi sollevo e mi tiro su a sedere dandogli subito la schiena. Poso i piedi nudi a terra e recupero i miei boxer infilandomeli.
C’è ancora lo sperma incrostato di prima quando sono venuto strofinandomi su Charles.
Sono la persona più sbagliata e disgustosa del mondo, è ovvio che Charles non mi ricambia. Come potrei piacere a qualcuno, stronzo ed insensibile ed egoista come sono?
Non sono niente, nemmeno particolarmente bello, il mio fisico non somiglia lontanamente a quello perfetto e sexy di Daniel e il mio viso non è nemmeno il ricordo di quello perfetto di Charles. Il mio carattere fa cagare, è la somma di qualsiasi difetto. Mi chiamano Mad Max perché non sono affidabile e serio, non sono una persona sicura, non sono un cazzo ed hanno ragione. Hanno tutti ragione.
È proprio come diceva mio padre.
Sono un fallimento continuo, non combinerò un cazzo nella vita, in nessun settore, perché faccio cagare qualunque cosa io faccia.
Aveva ragione, alla fine.
Mi infilo la maglietta e mi alzo cercando le ciabatte che ho perso da qualche parte in casa sua. Prima di andarmene torno ad affacciarmi alla sua camera, Daniel è ancora steso lascivo e triste sul letto, l’aria malinconica di chi sa che non tornerò e non sarà facile rialzarsi di nuovo.
L’aria di chi farebbe volentieri a meno di ripercorrere questo dannato tunnel.
Sei proprio una merda, Max. Devi stare solo, così non farai soffrire nessuno.
Sta solo.
Stattene solo per sempre e basta.
- Scusami. - sussurro con un filo di voce roca. Poi, vergognandomi come una merda, me ne vado.
Nonostante stia meglio e mi sia calmato da prima, mi sento comunque uno straccio per aver fatto così male ad una persona che non lo meritava.
Una persona che comunque non era colui che volevo, ma era la sola che voleva me. La sola.
Come si fa ad essere così soli e tristi?
I miei hanno proprio fatto un lavoro di merda, dannazione. Un gran fottuto lavoro di merda. Se lo potevano risparmiare, nessuno avrebbe sentito la mia mancanza, nel mondo.
Cazzo.”
*2020*
/Charles/
“Non so nemmeno quanto tempo è passato da quando ne abbiamo parlato. Non riesco a quantificarlo perché da quando è successo mi è sembrato che fossero tutti uguali i giorni e che nemmeno trascorressero.
Se non lo vedo, lo sento.
Ogni giorno.
Ogni. Giorno.
E i momenti peggiori lui è qua con me od io devo correre da lui, o dobbiamo trovare il modo di vederci perché ha bisogno di avermi davanti, di toccarmi.
Mi logora. Lentamente. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora.
So che glielo devo e che sto solo raccogliendo ciò che semino, questo è il karma, me lo merito, ma questo non significa che sia facile e sopportabile.
A volte mi chiama e piange e basta.
Altre mi dice che mi ama e che non riesce a smettere di amarmi e che non sa come fare.
Altre sembra andare meglio, ma si comporta ignorando quanto successo, fa come se non ci fossimo mai parlati, come se stessimo insieme. Fa solo finta di nulla e non so se sono le volte in cui prova davvero ad andare avanti oppure se effettivamente ignora tutto e basta.
Sembra stare meglio, poi mi ricapita in casa così dal niente, dopo un buon periodo in cui mi illudo che forse ci siamo, che posso allentare.
E no, non posso allentare. No, non è un buon periodo. Non più, per lo meno.
I suoi occhi azzurri sono colmi di lacrime che versa appena gli apro la porta e mi vede.
Io faccio una fatica immane a non fare espressioni. Ho passato anni a cercare di abbandonarmi ad esse, a farle, produrle, esprimerle, ed ora mi sforzo come un matto e prego di non farne.
Sono in Italia, nella mia casa vicino alla sede della Ferrari, per preparare la nuova stagione. In questo periodo sto sempre qua e lui ne approfitta perché ha casa a Milano e comunque la sede della Toro Rosso che da quest’anno è Alpha Tauri è a Faenza, comunque sempre in Italia.
Quando ha fatto il periodo con la Red Bull, nella preparazione o nei momenti in cui doveva andare in Fabbrica, si spostava là dove sono loro, ma adesso si è praticamente felicemente stabilito qua da un anno circa.
Quando lo guardo, però, capisco subito che i suoi occhi hanno qualcosa di diverso dal solito, anche nei suoi giorni peggiori era cupo e addolorato, certo, ma questa volta ha una nota differente.
Ormai lo conosco così bene che riconosco ogni suo sentimento ed emozione, ogni sfumatura. Non so come fa.
- Ho lasciato Cate. - dice come un botto improvviso sparato a tradimento.
Io spalanco gli occhi prima ancora di farlo entrare in casa.
- Cosa hai fatto tu? - chiedo con voce strozzata, bloccato.
Lui resta lì fermo per un secondo, sembra sull’orlo di qualcosa che non identifico e per un momento assurdo penso che forse non si butterà in quel burrone, ma poi fa un passo in casa e appena è dentro è come se in quel burrone ci si tuffasse.
I suoi occhi si riempiono di lacrime e di nuovo tutto ricomincia straziante.
- Non ce la facevo più. - inizia muovendosi per casa mia come se fosse sua, come se convivessimo, come un’anima in pena. - Non aveva senso stare con lei. Non mi ci sono messo per coprire noi, ma alla fine era quello, no? Lo è diventato. E mi ricordava te e non so, mi sembrava come che dovesse coprici ancora ma visto che non è così ho detto, ok, intanto tronco con lei. Solo che adesso mi sento peggio perché sono corso da te, mi sembrava di impazzire, ero in mancanza di ossigeno, proprio. Mi credi? Non respiravo. Forse ho avuto una crisi di panico. È come se fare a meno di lei ora significava che il prossimo sei tu, no? Il prossimo di cui devo fare a meno sei tu, no? Ed io non ce la faccio ancora. Non ce la faccio...
Pierre gira in tondo nel salotto e piange e annaspa e singhiozza e trema con occhi sbarrati in una piena crisi d’ansia, ed io per un momento lo guardo estraneo pensando che se le emozioni sono queste, fanculo io non le voglio.
Arrivare a stare così male per qualcuno? Io non posso, non voglio.
Poi le cose finiscono, prima o poi tutto finisce.
Anche ammesso che io non sia insensibile e che provo qualcosa, che posso innamorarmi, poi finirà. Poi finisce tutto. Starò così?
Non voglio.
Dannazione, non voglio.
Pierre sta per investire il divano e rovesciarsi da tanto che fa il pazzo ed io lo afferro al volo bloccandolo, glielo impedisco e lo tiro fra le mie braccia stringendolo forte. Benedico quei pochi centimetri che ho in più di lui e si accoccola contro di me. Appena sente le mie braccia si spegne e si affloscia e si lascia cingere. Appoggia la testa sulla mia spalla, gira il volto verso il mio collo e sta lì a piangere e lentamente si quieta.
Lentamente le sue spalle non si scuotono ed il suo corpo non trema.
Lentamente le sue mani si aggrappano alla mia vita, alla mia felpa, mi tira a sé con forza e, sempre lentamente, alza la testa. Con le labbra striscia sulla mia pelle sensibile, sul mio mento che succhia con bisogno, sulla mia bocca su cui preme, nella quale si infila con la lingua.
Lo accolgo consapevole di cosa succederà di nuovo, di come ci sentiremo tutti e due, di quanto indietro si torna ogni volta che lo facciamo.
Consapevoli che non riusciamo a smettere, che non sarà facile come pensavamo, che il mio senso di colpa è talmente grande da impedirmi di essere razionale, logico e giusto. Così lo accolgo, lo stringo, lascio che le nostre lingue danzino insieme nelle nostre bocche unite, che le sue dita mi aprano abili i pantaloni larghi che scendono subito ai piedi.
Lascio che si liberi dei suoi senza che sia io a muovere un muscolo, lascio che poi mi tolga la felpa e che si tolga la sua giacca e la sua maglia.
Lascio che faccia tutto lui, che mi prenda per i fianchi e mi spinga verso il divano, lascio che mi stenda sopra e che mi si metta addosso, che la sua bocca scivoli sul mio corpo a baciarmi, le sue labbra ad accarezzarmi, la sua lingua a leccarmi.
Lascio che mi divori, che mi usi per stare meglio, che si strofini, che mi succhi.
Lascio che faccia di me tutto ciò che vuole, perché sono io il mostro, lo stronzo, l’antagonista che l’ha ridotto in questo stato, che l’ha usato per nascondersi, per non guardare la realtà, per non affrontarlo e dirgli la cruda verità.
Io il ritardato che non l’ha capito prima di accettarlo e farselo. Io che me lo sono scopato perché ne avevo bisogno e perché era bello e facile e non era Max, perché di Pierre mi potevo fidare e sarebbe andato tutto bene.
Tutto bene.
Finché non è andata male e non sono riuscito più a fermarlo.
È colpa mia se sta così. Se piange mentre mi bacia e mentre mi fa suo.
È colpa mia se non riesce ad andare avanti.
Torneremo mai amici come prima? Davvero?
Ma come faremo? Come si può?
Pierre succhia il mio cazzo aspettando che mi diventi duro e di solito penso a Max per far finire presto quello che una volta era comunque una atto piacevole e che ora è diventato solo un supplizio.
Uso i trucchi, ma adesso non ce la faccio nemmeno più.
Adesso la consapevolezza che non posso fare a Max quello che ho fatto a Pierre, non posso ridurlo in questo stato, frena anche i miei impulsi e gli unici desideri limpidi e cristallini che io abbia avuto.
Perciò non ti ribalterò appena mi tirerà, e non ti scoperò io per far finire tutto in fretta. Perché non credo proprio mi verrà duro.
Così mi giro sotto di lui, piego le ginocchia e mi dò a lui sperando che questa volta lo voglia fare. Perché non me ne frega un cazzo anche se sono vergine da dietro, non posso farlo più. Se vuoi, prendimi tu. Fallo tu. Usami come ti serve, io mi sto spegnendo, non ce la faccio più. Non ce la faccio davvero.
Pierre si ferma colpito e shoccato da questa mia posizione, è la prima volta che gli chiedo implicitamente di scoparmi lui, preferisco farlo io perché è sempre stato così fra noi e ce la facevo facilmente.
Ma adesso non è più così.
Adesso non è più facile.
Mi mordo il braccio piegato davanti alla mia bocca e stringo gli occhi sperando non mi chieda niente, specie di fotterlo io, perché non penso di poterlo fare.
Non credo.
Anzi, ne sono sicuro.
Pierre esita per un po’, poi sembra pensarci e soppesare le possibilità. Fermarsi e parlarne ora o fregarsene e scoparmi comunque e provare a fare l’attivo? Con la sua ragazza lo è, può farlo anche con me, dannazione!
Se proprio vuole è questo il modo in cui lo faremo.
Alla fine cede e lo fa, si immerge fra le mie natiche e mi prepara come sa, ci sta un po’ e finisce anche per piacermi il suo dito e la sua lingua dentro, perché è fottutamente bello. Ripenso di nuovo a quella sera con Max, quando per farmi vedere che provo sensazioni mi ha messo il suo dito dentro e si è strofinato contro di me. È stato così fottutamente bello.
Ripenso a quella volta, chiudo gli occhi con abbandono e mordo il mio braccio con trasporto pensando al suo dito e quando il dito diventa un’erezione, il mondo si confonde, i ricordi ed i periodi si mescolano e non so più se sono a casa mia o da Max e se siamo a Novembre o a inizio febbraio. Non so più in che cazzo di momento sono e con chi.
Chi ho dietro che mi scopa?
Non lo so più e riesco a venire, mentre spinge e aumenta i colpi.
Riesce a piacermi. Riesco ad avere un orgasmo ed è bello.
È dannatamente bello, finché non si lascia cadere su di me cingendomi la vita e baciandomi il collo da dietro.
Perché è qua che sento il suo profumo ed il mondo torna brutalmente.
È un profumo dolce ed intossicante, non bello, maschile ed eccitante.
Non è Armani.
È qualcosa oserei dire da donna, da Pierre.
Fanculo, non ce la faccio più.
Le sue dita mi carezzano, ma sono distanti. Non le sento. Non perché lui sia lontano, bensì perché lo sono io.
Gli sono steso addosso, è la prima volta che non è l’opposto. Non è lui su di me a cercare calore e contatto, sono io a cercarlo, ma non so nemmeno perché lo faccio.
Pierre sembra arrivarci.
- Non pensavo. - mormora piano.
Appena lo dice i miei sensi si riattivano improvvisamente, è come se avesse reinserito una spina inaspettatamente.
- Cosa? - chiedo annaspando mentre cerco di riattivare il mio cervello ed essere quello che dice le cose giuste al momento giusto e soprattutto nel modo giusto.
Siamo rimasti nel divano e ci siamo coperti con un plaid, entrambi persi in uno strano pesante silenzio. Mi sono estraniato e non so quanto sia stato lì chiuso in me stesso, quasi in forza d’inerzia, in attesa che lui poi sia pronto ad andarsene, a stare meglio, a portare avanti un altro po’ di tempo prima di crollare di nuovo. Quanto avrò, questa volta, per me stesso?
- Di farti così male nel tentativo di stare io meglio. - fa poi delicatamente. Si sospende di nuovo e solo ora mi rendo conto che non respiro ed il mio cuore, forse, non batte. - Non me ne rendevo conto. - aggiunge dopo un po’.
Io ancora non respiro, non so quanto stia a dirlo e non so che faccia io stia facendo, ma per fortuna da qui, appoggiato al suo petto comodo e caldo, non mi può vedere.
Se anche io sto facendo un’espressione apatica o simulo, lui non se ne accorgerà perché non mi guarda.
- Scusami. - conclude.
Appena lo dice mi rendo conto che è sinceramente colpito e che l’ha davvero capito solo ora; mi ricordo perché Pierre è Pierre e perché ci tenevo tanto a lui e non potevo perderlo. In realtà lo sapevo, per questo volevo mantenere la sua amicizia. Per questo ci tenevo e ci tengo ancora.
È che stavo perdendo tutto, sia me stesso che lui.
Solo che mentre ti perdi, non te ne rendi conto. È quando ti ritrovi, che te ne accorgi, ma a quel punto non sai più dove sei e forse nemmeno chi sei.
La prima sensazione fisica che inizio a sentire, è la mano di Pierre che dolcemente mi carezza la schiena e la testa. È qua che capisco che ci siamo appena invertiti i ruoli.
Sto così male, sono così saturo, non ne posso così più che non riesco più a nasconderlo e mascherarlo. Che Pierre se ne accorga non mi stupisce, con un lato razionale me ne rendo conto. Solo lui al mondo poteva.
Però perché? Perché ho voglia di piangere e mi mordo la bocca pur di non farlo?
Mi capita quando mi sento compreso nel profondo proprio quando ne ho più bisogno e su cose a cui tengo, che vorrei disperatamente che qualcuno capisse. Quando succede, mi viene voglia di piangere ma non sono ancora disposto a farlo, non riesco ancora a liberarle. Non voglio. Non si piange per queste cose. Poi dovrei spiegare perché e non so in realtà. Non saprei cosa dire.
Oltretutto forse è pure stupido. Ci sono cose degne per cui piangere?
Vorrei parlare e tranquillizzarlo, sminuire la cosa, ridimensionarla. Vorrei dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma la lingua è annodata e sono sicuro che se aprissi bocca non potrei controllarmi bene. Non so cosa ne uscirebbe. Non so, soprattutto, come.
Perciò la mia bocca resta cucita, premuta contro il suo petto e la sua mano continua a carezzarmi dolcemente mentre capisco che forse è finalmente arrivato quel momento tanto agognato.
Il momento in cui potremo tornare amici e smettere di essere amanti.
Forse riusciremo a tornare non magari come eravamo prima, ma qualcosa di simile. Qualcosa che sia più vicina alla nostra reale dimensione.
Forse da adesso si può.”
Note: Lo so, triste e crudele, eppure necessario per rendere il loro dolore, il loro percorso e per far comprendere meglio le loro scelte. Quando scrivo io preferisco mostrare che spiegare, in questo caso spero di essere riuscita anche a far vivere quanto scritto. Alla prossima. Baci Akane