51. PANDEMIA

lestappen

/Charles/

“Quando il mondo cambia, non te ne rendi conto sul momento. Mentre vivi quel cambiamento mondiale, non sai che è tale. Pensi che sia solo una cosa strana ed anomala, ma che poi presto tutto tornerà come prima. Non capisci subito. 
Solo dopo, molto tempo dopo lo comprendi. Ma subito no. 
Perciò il covid arriva senza mettere i manifesti, non capiamo subito cosa significhi realmente, cos’è per davvero. 
All’inizio siamo solo indispettiti per quest’esagerazione, poi quando le cose si fanno serie, capiamo tutti che no, non era un’esagerazione, e che quando Seb e Lewis hanno detto apertamente ‘cash is King’, in risposta alla domanda dei media sul motivo per cui tutti si fermavano tranne la F1, hanno fatto bene. 
È stata una delle provocazioni che forse hanno fatto riflettere i piani alti, o forse è stato il ritiro della McLaren per un loro membro contagiato, ma in ogni caso, qualunque cosa sia stata, alla fine è andata così.
Per noi piloti la questione covid comincia così, con la F1 che chiude per la prima volta nella sua storia i battenti a tempo indeterminato. 
Gare sospese inizialmente e poi addirittura cancellate. 
Nessuna risposta né su quando si riprenderà, né soprattutto SE mai si riprenderà. Perché ad un certo punto, mentre le comunicazioni ed i decreti cominciano a fioccare ovunque e in continuazione, ce lo chiediamo tutti. 
Torneremo mai come prima? Ricominceremo? 
Ad un certo punto arrivo a chiedermi, mentre decido di fare l’isolamento forzato a casa di mia madre e con mio fratello Arthur, se questo assurdo incredibile blocco di cui ancora non capiamo realmente l’entità, non sia un messaggio divino che mi costringe a vedere di me stesso una volta per tutte. 
Adesso non ho nient’altro che questo. 
Me stesso ed il mio buco nero. Perché è questo poi che è. È così che improvvisamente lo vedo mentre mi guardo allo specchio dopo l’ennesima domanda che mi viene rivolta su come io stia. Perché me lo chiedono di continuo? Non capisco proprio, non ho niente che non va. Perché me lo chiedono come se invece io avessi chiaramente qualcosa? 
È così che me ne accorgo. Guardandomi allo specchio con la mascherina addosso. 
Una mascherina che lascia scoperti solo gli occhi. 

Le mascherine mi fottono, perché restano fuori solo gli occhi e quelli sono gli unici che non riesco a coinvolgere con le poche espressioni che forse faccio. 
Quando sorrido lo faccio con la bocca e non con gli occhi, è grazie a quella riesco a deviare la gente e distrarla dal fatto che non è un sorriso reale ma parziale. 
Adesso la mascherina sempre addosso mi costringe a controllare anche gli occhi, o almeno ci provo, ma è quando la gente mi guarda perplessa e con attenzione per capire che cosa io stia esprimendo, che mi rendo conto che le mascherine mi fottono. 
Mi fottono alla grande. 
E qui inizia il mio vero dramma. 
Se dovessi dire cosa mi costringe a fare qualcosa concretamente per me stesso e per curarmi, penso che sia questo dannato Covid, ma non perché lo prendo e devo rimettermi in salute. Mi curo perché dovendo portare le mascherine, i miei occhi parlano, in effetti, e mostrano un ragazzo fottutamente triste, per dirla come lo farebbe Max. 
Fottutamente triste e probabilmente depresso. 
È ora di fare qualcosa, se voglio essere lasciato in pace, se non voglio che mi chiedano di continuo come sto, perché sono così giù, di farmi forza e quant’altro. 
È ora di curarmi. 
È ora di sforzarmi e trovare realmente un modo. 
Sì, un modo. Ma quale? 

Inizio a farmi foto mentre penso di esprimere un determinato sentimento od emozione, per capire come appaio una volta per tutte. È l’unico modo per vedermi, perciò anche se sembro un pazzo narcisista, mentre credo di sentire qualcosa, o mentre provo ad esprimere, poi mi faccio subito delle foto o mi guardo allo specchio. 
Mi riguardo dopo e non appena scattato, così capisco con oggettività e a mente fredda e lucida se hanno ragione gli altri. Non esprimevo ciò che pensavo o che mi sembrava o che volevo? Alla fine sono mono-espressivo con gli occhi?
Alla fine viene fuori che non è decisamente ciò che provavo. 
Ho dunque un problema a dimostrare le espressioni? 
Provo ma non lo mostro? 
Sapevo d’avere problemi di questo genere, ma non avevo capito di che entità erano.
Comunque dopo aver contemplato concretamente l’entità del problema e averlo ispezionato con cura, torno al punto di partenza nel non sapere che farci. 
Non ero così, quella notte Max me l’ha confermato e gli credo. Da piccolo ero normale, dopo la morte di Jules e mio padre mi sono bloccato e stavo forse per riavviarmi, ma poi è morto Anthoine e sono invece peggiorato proprio quando mi sentivo di star migliorando. 
La mia domanda a questo punto è solo una. 
Come mi sblocco? Come mi riavvio? Come mi resetto?
Se una volta ero normale e felice e dimostravo emozioni e sentimenti in modo completo, perché adesso no? 
Come faccio semplicemente a tornare come prima? 
Se non ne fossi mai stato capace era una cosa, ma in realtà lo ero. Non è che sono nato difettato e me ne devo fare una ragione, come nel caso degli autistici, per esempio; è questo che mi dà fastidio. 
C’è qualcosa che mi blocca, qualcosa e non so cosa. 
Cos’è questo tappo? Come faccio a tirare fuori ciò che provo una volta per tutte? 
Preso male da queste considerazioni mentre me ne sto chiuso nella mia vecchia camera da mia madre e mio fratello, steso nel letto in eterna contemplazione di un soffitto che non mi parla e non mi dà risposte, sono giorni tutti uguali che si susseguono senza che nessuno di noi capisca realmente come passa il tempo.
In questo stato di semiveglia, sento qualcosa per la prima volta da quando sono qua con loro. 
Un suono. 
Un pianoforte. 
Mentre lo sento lontano attraverso la porta, mi ricordo che abbiamo da sempre un piano e ricordo anche che nostra madre ci teneva che noi tre imparassimo a suonarlo, ma il solo su cui ha avuto presa è stato Arthur, che suppongo sia quello che lo sta suonando, sebbene potrebbe essere anche la mamma. 
Dapprima sono accordi, poi una melodia armoniosa e malinconica si leva, ma non è classica. Mi concentro rapito da questo suono e mentre scorre lento in un crescendo struggente, mi sento subito rilassare. 
L’ansia e l’agitazione che nutrivo insieme al nervoso di questi giorni, per il non capire come uscire da questo mio guscio inscalfibile, si scioglie e non ho più i nervi a fior di pelle, non ho nemmeno il cuore che va veloce. 
Tutto si calma, in me, e non ho più il terrore di non essere normale e non farcela. 
Qualcosa inizia a smuovermi, mentre la canzone al pianoforte che è familiare ma che non focalizzo bene, mi fa alzare dal letto rimanendo attento e totalmente concentrato. 
È meraviglioso. Il suono, la canzone... è tutto bello, ma c’è qualcosa che stona dentro di me e non è mio fratello. 
Come ipnotizzato seguo la melodia che sale d’intensità. Quando lo raggiungo il suono è più forte e si sospende, rallenta per poi riprendere di continuo in un sali scendi che sembro io. 
Non mi rendo conto di sedermi in salotto a guardare Arthur che suona, lo faccio completamente rapito, non mi muovo nemmeno di un millimetro per tutto il tempo che le sue dita si muovono sui tasti bianchi e neri e mi sento caldo e bruciante, ma c’è sempre qualcosa. Qualcosa che non è come dovrebbe essere. 
Un richiamo, sì. 
Quando Arthur finisce sposta lo sguardo su di me e mi sorride imbarazzato. 
- Scusa, non volevo rompere le palle, ma avevo voglia di suonare... comincio a diventare matto senza poter fare niente... - si giustifica. 
Convivere dopo un po’ che non lo facevamo è strano, entrambi abbiamo cercato di non darci fastidio chiedendoci quanto l’isolamento forzato sarebbe durato, ma adesso è difficile andare avanti in questa incertezza. 
Sorrido lieve risvegliandomi dal mio torpore e scuoto la testa. 
- Che canzone era? - chiedo come se fosse quella la stonatura dentro di me. 
- ‘Experience’ di Einaudi. È molto famosa e gettonata, ma manca il violino ed altri strumenti. Solo al piano e fatta da me non rende allo stesso modo. 
Non è questo. Non è questo che non va. 
- È molto bella, per quel che ne capisco l’hai fatta bene. 
Arthur fa un cenno col capo orgoglioso del complimento. Mi mordo il labbro, l’impazienza di prima torna, il fastidio anche. 
- Suoni ancora? - chiedo mascherando bene il bisogno che sento, ma lui mi conosce bene e già solo per il fatto che io chieda una cosa simile, capisce che devo avere qualcosa. 
- Richieste particolari? 
Alzo le spalle e scuoto la testa. 
- I Coldplay? 
Così lui inizia apparentemente a caso con una vecchia canzone loro che ascoltavamo tanto in un certo periodo. Verso la morte di nostro padre. 
C’è una playlist per quel periodo e ne fanno parte molte dei Coldplay perché ci piacciono ad entrambi, non mi stupisce che le conosca, mi stupisce che suoni quelle.
‘Trouble’ inizia nella sua malinconia riportandomi ai giorni dei miei lutti, ai giorni in cui ascoltavo questa quando è morto Jules e quando poi è morto Anthoine. 
Questa e quella che fa dopo quando gli chiedo di continuare. Forse questa volta si vede che è una necessità.
Lui continua con ‘‘In my place’ e ‘Hymn for the weekend’. 
Dopo un tempo inestimabile passato a suonare, Arthur si ferma e mi guarda sciogliendosi le dita. Solo ora mi rendo conto di quanto tempo sia passato. Sembravano canzoni apparentemente a caso, ma conoscendolo non lo erano. 
Deve aver notato qualcosa, del resto mi conosce bene. 
Ci guardiamo per un po’ mentre dispiaciuto per la fine del concerto privato, mi sorride dolcemente. 
- Sai, suonare è diverso che sentire. - quando lo dice lo fisso stordito, vorrei farmi una foto per capire se ora dimostro questo stupore, ma rimango fermo qua e lo guardo mentre qualcosa fa click dentro di me. 
Come ha fatto a capire che sentivo una stonatura? Che gli chiedevo di continuare in cerca di soddisfazione? 
- Non ricordo molto di come si suona, forse le basi, ma... - inizio con le scuse logiche e razionali e lui mi scaccia con la mano come a sminuire ciò che dico. 
- Non serve niente di speciale, non devi mica suonare melodie di qualcun altro o seguire uno spartito. Se la base ce l’hai basta che ti siedi e tutto tornerà da sé. 
Lo guardo ancora dubbioso, per nulla convinto di ciò che sta dicendo e così si fa in parte nel sedile lungo imbottito e mi fa cenno di raggiungerlo con la mano ed un sorrisino divertito e sicuro. 
- Ti dò una lezione, poi vedrai che quando lascerai correre le dita imparerai da solo e starai meglio. Suonare è diverso che ascoltare. Col piano è così. 
Questa volta sembra lui il più grande fra noi e mi stupisce che sappia, forse però ha sempre visto questo mio disagio e aspettava di capire come aiutarmi. Non ne ho idea, ma guardo il piano ed i tasti e alla fine non riesco a resistere a questo richiamo che ora mi sembra una specie di marcia nuziale, quasi. Come se fosse proprio quello che dovevo fare. Sedermi qua e suonare. 
Quando lo faccio, anche se gli sono vicino, per un momento tutto si cancella. Anche lui. 
Sono io e questi tasti bianchi e neri. Come me. Come la mia vita. 
In bianco e nero. Senza i colori. 
Il cuore accelera improvvisamente, come quando sono in macchina ed in pista. 
Ogni funzione in me aumenta d’intensità, sento tutti i sensi acuirsi e l’adrenalina scorre furiosamente in me. 
Una strana gioia ed eccitazione straripano e le mani diventano bollenti, le dita si informicolano, mi sembra di impazzire, per un istante. 
E forse impazzisco, in effetti. 
Ma poso le dita sui tasti e li sfioro, poi li carezzo ed infine schiaccio a caso. Un suono. Il mio cuore rimbomba. 
Schiaccio ancora un altro vicino, un altro suono, l’aria riempie i polmoni. Un altro tasto, gli occhi bruciano. 
Era questo. 
Era proprio questo. 
Aveva ragione lui. 
Era suonare, non sentire. 
Come si fa a sentire un richiamo per un qualcosa che non ho mai fatto realmente, di cui non ho mai avuto passione? Un richiamo folle, quasi come quello della macchina. 
Come è possibile? 
Sono proprio pazzo? Sono posseduto? 
Ma non ci posso fare niente, le dita continuano a produrre suoni casuali, Arthur vicino a me non si muove ed aspetta paziente ed io non riesco a smettere, perché ad ogni suono, qualcosa si aggiunge in me. 
Emozioni? 
Cos’è? Cos’è questo bruciore? 
Non ne ho idea e non so nemmeno se tutto questo sia utile o abbia un senso. So che è solo il primo passo, solo l’inizio e forse poi lo capirò. Potrebbe anche non servire a niente, ma da come mi sento solo per star pigiando i tasti, credo che male non mi farà. 
Melodie si formano nella mia testa, melodie sconosciute e non prese da altre canzoni. Melodie casuali che non so produrre, ma che adesso che sono seduto qua davanti, sento il bisogno di suonare. 
È proprio bisogno. 
Non penso che smetterò finché non avrò tirato fuori quelle melodie e quando l’avrò fatto, forse, capirò qualcosa in più di me stesso. Chi lo sa. 
Ma da qui io voglio iniziare. Da qui, così. Con le mie dita sul pianoforte.”

/Max/

“Che diavolo significa che non si può uscire e fare un cazzo? 
Con chi trombo io ora? 
Avevo deciso di mandare a fanculo Charles e come diavolo ci riesco se non posso trombare con nessun altro? 
Cazzo! 
Quanto deve durare questa tortura dove io sono solo con me stesso, solo come un cane senza nessuno? 
La sola cosa che mi piace di questo isolamento forzato è che non posso vedere mio padre e questo mi procura una certa gioia, peccato che mi rompa le palle con dei compiti per tenermi in forma. 
Fai palestra, ne fai poca, dovresti farne molta di più. Il pilota fisicamente atletico ha una marcia in più, una resistenza maggiore in condizioni dure. Fai una dieta adeguata, mangi male e a casaccio. Hai sempre fatto quel cazzo che volevi, ma adesso non puoi più perché non ti muoverai chissà per quanto. Fai gli esercizi con il tuo preparatore, fattene dare di alcuni che puoi fare da solo. 
Non so quante cagate mi ha detto. Perché deve rompermi lo stesso? Sono a casa, non possiamo correre, non possiamo fare un cazzo. È ovvio che mi tengo in esercizio, mica sono un idiota! 
Perché cazzo me lo deve dire lui? 
Mi metto a saltare con la corda mentre ci penso e solo quando sono ansimante e con la lingua fuori e sto per morire, mi rendo conto della furia con cui l’ho fatto e soprattutto per quanto. 
Adesso sto meglio, almeno gli ormoni che scorrono mi danno una sensazione di sollievo. 
Non ho mai avuto la passione per la palestra, infatti il mio fisico non è da sportivo e lo odio, appena mi fermo con le corse e vado un po’ in vacanza la mia pancia lievita, ho la pelle di un cadavere e non sono per niente attraente. Odio guardarmi per questo. Non trovo niente che mi piaccia. 
Potrei rimediare per il fisico, fare palestra come un forsennato e mangiare come si deve. Ci sono quelli che vivono per il proprio fisico e sono incredibili. Guarda Lewis e Daniel, ci tengono al fisico e fanno palestra con regolarità e sono fottutamente hot. 
Sicuramente è utile e giusto fare esercizio ed essere in forma ed ora che sono bloccato qua chissà per quanto, prima di diventare veramente matto sarà meglio che mi concentri su questo aspetto della mia vita quotidiana. 
Mi farò arrivare qualche attrezzo, mi farò dire come creare una piccola palestra, magari nel mio terrazzo. È abbastanza grande, dovrebbe riuscire a contenere un paio di macchine. Non voglio niente di speciale, una cyclette, magari, un bilanciere; che cazzo ne so? 
Però non è questo che sono io. Non mi interessa un cazzo del mio aspetto o me ne sarei curato molto di più e da molto prima. 
È solo che adesso ho tempo da passare da solo con me stesso e non c’è niente, assolutamente un cazzo che io possa fare con cui distrarmi per non pensare a quanto non mi piaccio. 
Sospiro insofferente pulendomi la faccia con l’asciugamano, mentre mi guardo allo specchio con ferocia, rimango con il telo a coprire metà viso. 
Adesso gireremo solo con le mascherine, chissà per quanto ancora le avremo. Secondo me molto più di quel che tutti pensano e dicono. 
Un paio di settimane e via? Nah, sta cosa della pandemia è molto più grossa di quel che pensano tutti. 
L’unica cosa che mi piace di questa tortura è che mostrerò solo i miei occhi, la parte migliore di me. Non c’è letteralmente nient’altro che mi piaccia e avere la faccia per lo più coperta mi lascia almeno un po’ più sereno. Per me potremmo tenere le mascherine per sempre. 
Tanto la maggior parte della gente le porta anche senza averle. Le porta da molto, alcuni dalla nascita, altri da meno, ma comunque le hanno sempre su. 
Io forse ero l’unico imbecille a non portarle e guarda che bella inculata. 
Il pensiero vola automaticamente a Charles. Chissà come sta e come vive questa condizione strana. Obbligato a stare quasi del tutto solo, chiuso in casa senza poter fare niente. Obbligato finalmente ad analizzarsi, a guardarsi dentro, a capirsi e a curarsi. Perché in una condizione simile lo farà di sicuro. 
Si prenderà cura di sé, finalmente. 
All’idea che lo faccia, anche se non so come, mi fa stare stupidamente meglio ed un sorriso si forma sul mio volto che rimane coperto per tre quarti dall’asciugamano. 
Gli occhi si piegano in un sorriso nascosto che però mostro inevitabilmente con ogni parte del mio volto. 
Chissà come sono i sorrisi di Charles con la mascherina addosso?
Mostrerà solo i suoi occhi, sicuramente non si capirà la differenza fra i suoi sorrisi e le sue espressioni serie. 
Sospiro e scuoto la testa. 
Dovrei smetterla di pensare a lui. 
Mi faccio una doccia veloce che mi dà un gran sollievo, dopo il movimento fatto. 
È solo una cazzo di toppa che copre un enorme strappo. 
Gli ormoni rilasciati con il movimento fisico, una doccia ristoratrice, magari anche una birra bevuta senza sensi di colpa, ma poi? 
Poi cosa?
Poi appena gli effetti dell’attività passeranno, io tornerò a stare come sempre. 
Solo, frustrato, allucinato e col bisogno di scopare. 
Mi butto sul divano con la tuta sformata da casa che ormai ho praticamente sempre addosso e prendo il telefono. La barba ormai lunga, che senso ha farmela? Non devo farmi vedere da nessuno, non devo uscire. Non devo fare un cazzo. 
I capelli pure lunghi e selvaggi, non li ho nemmeno pettinati, ho lasciato che si asciugassero a casaccio come volevano. 
Prendo il telefono senza sapere come diavolo fare per stare meglio.
So cosa mi serve. 
So proprio cosa mi serve. 
Mi serve un cazzo. Mi serve un orgasmo, una scopata. È la sola cosa che mi può aiutare.
Dovrei uscire, andare a ballare, bere gin tonic e stordirmi fino a non ricordarmi come mi chiamo e poi dovrei farmi sbattere. 
Col dito scorro fra le cartelle e trovo quella che ho messo sotto chiave con una password speciale. 
Cè solo una foto, in quella cartella. 
Appena si apre, la mia mano scende sotto la tuta dove non mi sono preoccupato nemmeno di mettermi i boxer. Tanto a cosa serve? Sono solo a casa e non farò un cazzo. 
Proprio per questo mi prendo il mio e mi strofino guardando la foto di Charles, della sua parte migliore dopo il suo bel viso. 
Era così fottutamente eccitato quella notte all’idea di farsi una foto per convincermi a tenere la bocca chiusa. Ma non penso proprio che si sia sacrificato con fatica. 
Penso che in realtà non vedesse l’ora di fare qualcosa di così pazzo, di essersi lasciato andare, di essere corso fuori dagli schemi. Penso proprio che si sia divertito un sacco. 
Mi mordo la bocca pensando a Charles, a quando si è scattato questa foto, a come sicuramente si è sparato la stessa sega che mi stavo sparando io quella volta e che mi sto sparando ora. 
Sicuramente ha sospirato cercando di non fare rumore perché era chiuso in bagno con Pierre che dormiva in camera. È una puttana maledetta, ecco cos’è, solo che non lo può ammettere perché le regole che gli hanno inculcato gli impediscono di esserlo, ma lui in realtà è così. Gli piace piacere e far impazzire gli altri e farli godere come dannati solo con il suo corpo e la sua presenza. 
Vedrai che appena ti accetterai sarai assolutamente spettacolare e ti godrai la vita.
Ripenso a com’era in quel locale a Monza a festeggiare la sua seconda vittoria di fila. 
Quanto era felice? Quanto era libero? Quanto era maledetta meraviglioso, vendicativo e seducente. Quanto hai cercato di mettermelo in tiro? Quanto mi hai provocato? Speravi che io facessi qualcosa, mi hai spinto fino al limite in tutti i modi e ti è piaciuta la mia mano mentre si infilava nei tuoi pantaloni da dietro, mentre tu eri attaccato con la lingua al povero Pierre. 
Sei proprio un grandissimo stronzo, Charles e mi piaci per questo. 
Da matti. 
Ma tutto questo non evolverà mai perché mi sono fottutamente rotto di essere scaricato e rifiutato e non ce la faccio più. Non ce la faccio proprio più. 
Devo scopare con qualcuno di persona. Sposto gli occhi verso la porta d’ingresso e penso a Daniel. È l’unico da cui potrei andare senza farmi beccare e guarda caso ci potrei scopare. Ma ho promesso di non usarlo più in quel modo per grattare i miei cazzo di pruriti. 
L’ho promesso, glielo devo. 
Fanculo, perché deve essere così difficile?
Pandemia del cazzo. 
È come se fosse dentro di me e non in giro per il mondo. Una malattia che si espande e mi fa impazzire, qualcosa che non riesco a contenere e gestire. 
Quanto dovrò stare così? 

Stare solo ha molto più senso di quel che pensassi. 
Solo ed isolato, costretto a prendermi cura di me stesso quanto meno per tenermi occupato in qualche modo. 
Non sono diventato un patito della palestra, ma quel po’ che ho iniziato a fare e che rende orgoglioso il mio preparatore, devo dire che mi ha aiutato. 
Ma a parte questo e la dieta più da sportivo, è il poter uscire di nuovo, sia pure con mille restrizioni, dopo un sacco di tempo passato solo come un cane, isolato ed in alienazione, costretto a fare sempre le stesse cose. Sempre quelle. Solo quelle. 
E a stare solo.
Parlare tramite computer o telefono con qualche altro essere umano, impossibilitato ad avere qualcuno veramente davanti a me. 
Questo mi fa apprezzare l’uscire ed il rivedere la gente, chiunque sia, non importa chi. Persino mio padre, sono contento di rivedere, ad un certo punto. 
È stranante orgoglioso del fatto che io abbia seguito i suoi ordini e che non l’abbia ignorato. Non gli dico che è una pura coincidenza, gli lascio credere di essere stato obbediente per una volta. Mio padre contento è un regalo raro. 
Rivedo anche mia madre e mia sorella e con loro è un piacere più sincero e profondo.
Ma è anche il semplice fatto di dovermi prendere di nuovo cura di me stesso, che mi aiuta e mi piace; non me ne è mai fregato, ma adesso è stato bello. Mi sono fatto la barba con piacere e attenzione, sono andato a tagliarmi i capelli che erano informi ed osceni ed è stato bello parlare col parrucchiere, anche se non mi è mai importato niente di lui.
Ho riso e chiacchierato, mi sono sentito fottutamente euforico. Ho iniziato a godere delle piccole cose di cui non mi fregava un cazzo e che facevo con fastidio. 
È stato bello rimettermi il profumo che Charles adora e pensare come sarebbe stato rivederlo, se sentirmelo addosso di nuovo gli farà effetto oppure se ormai mi avrà dimenticato. 
Non si ricomincia ancora a correre, ma inizia a muoversi qualcosa, voci dicono che si riprenderà, che stanno studiando un sistema. 
L’idea di tornare in pista mi riempie addirittura di gioia. 
Godere di ciò che prima si dava per scontato e che a volte era addirittura un fastidio o che passava inosservato. 
Fare le stesse cose di sempre ma con più felicità, apprezzarle, oserei dire. 
Mettermi dei vestiti per uscire e non tute informi per stare in casa da solo. I miei jeans aderenti, una maglietta che si abbina alla mia carnagione pallida ed ai miei occhi blu, controllare se il viso è liscio e poi provare le mascherine e guardarmi allo specchio per vedere se mi donano o se faccio più cagare. 
Mi piace avere la mascherina, proprio come immaginavo. 
Secondo me sto meglio, ma è bello, sotto di essa, avere la pelle del viso liscia e curata ed il collo profumato ed i capelli chiari ben tagliati, essere in ordine. 
Non dico che mi piaccio, adesso, ma mi piace prendermi cura di me mentre prima lo trovavo una perdita di tempo e mi dava fastidio perché non sapevo farlo ed era inutile, perché era sempre lo stesso risultato di merda. Ma adesso mi piace farlo, anche se comunque il risultato fa cagare ugualmente. È una cosa diversa. 
È bello rimettermi nel mondo dopo essere rimasto isolato. Ho sempre odiato tutto e tutti, mi davano fastidio, non riuscivo a stare realmente bene con nessuno. Qualcuno lo tolleravo, qualcuno mi piaceva anche, ho scoperto gente che forse potevo considerare vagamente amici. Ho anche degli amici veri, pochi ma buoni, quelli che adesso realizzo sono tali, amici che avevo dato per scontato e che stentavo a definire tali, ma che invece si sono fatti sentire tutto il tempo e che adesso nel riuscire a rivedere sono fottutamente felice; questa gioia trasuda da tutto ciò che posso mostrare di me con orgoglio. 
I miei occhi ringraziano, oggi, di essere uscito di casa e di essermi immerso di nuovo nello stesso mondo che nemmeno notavo fino a qualche mese fa. Un mondo che mi annoiava e che non mi piaceva. 
Adesso invece ci sto bene, qua fuori, in mezzo agli altri, e non voglio più tornare ad isolarmi come un cane. Non voglio proprio più stare solo per ore a fare le cose in solitaria. Voglio la gente. Voglio la vita.”


Note: Ho ritenuto fosse un passaggio doveroso questo della pandemia del 2020, perché ha segnato un'epoca ed ha influenzato tutti, ci ha cambiati in qualche modo. Volevo usarla per mostrare gli effetti su Max e Charles e approfittare anche per dimostrare come sono diversi vivendo le stesse cose. La questione mascherina era un esempio che mi ha colpito mentre guardavo foto loro di quel periodo, Charles all'epoca non è come ora che è molto espressivo, quella volta i suoi occhi erano sempre uguali, sempre tristi, qualsiasi espressione avesse, e quando ha indossato le mascherine si è notato molto. Max, al contrario, ha il punto forte negli occhi, è iper espressivo e mi è piaciuto questo contrasto fra loro. Oltre a questo, ho voluto mettere un po' di quel che abbiamo vissuto tutti in quel periodo, c'era chi isolato ha fatto viaggi psicologici in sé stesso, chi è diventato isterico nella solitudine, chi poi al momento di uscire nel mondo era carico di ansia perché in realtà stava meglio solo e chi, al contrario, ha ritrovato il piacere degli altri e del prendersi cura di sé stesso. Ho voluto inserire in questi pochi capitoli un po' di tutto quel che ognuno di noi ha vissuto in quel periodo, perché mi sembrava giusto. 
So che Charles si è messo a suonare il piano in quel periodo e sapendo che suo fratello Arthur lo suona da sempre e bene, ho inventato che avessero passato l'isolamento insieme e che così lui gli avesse insegnato a suonare. Analizzando Charles da un punto di vista psicologico (da chi non lo conosce di persona e può solo osservare quello che si vede da lontano) ha avuto un evidente cambiamento nel corso degli anni, dove ha imparato ad aprirsi, essere sé stesso e a lasciarsi andare. Sapendo che dal periodo pandemico ha iniziato a suonare il piano, e sapendo quanto ne è legato ora, ho deciso di usarlo come sistema di auto-aiuto. Vedrete come nel corso dei capitoli. Scusate la lunghezza delle note. I capitoli carichi di situazioni clou arriveranno di nuovo, ma li ho alternati a quelli riflessivi. Alla prossima. Baci Akane