60. SUPERFICIE
/Max/
“È come se mio padre quest’anno sentisse qualcosa di diverso.
È sempre stato un rompipalle odioso intrattabile che mi stava col fiato sul collo, ma quest’anno più degli altri. Forse vede che la macchina è più forte degli altri anni, che il materiale per fare bene, al contrario delle passate stagioni, c’è e quindi capisce che se c’è quello basta che io ci metta il mio e posso farcela. È che si mette in mezzo, no?
Come cazzo pretende che io ce la faccia se continua a pressarmi così come fossi ancora quel ragazzino incapace che stava modellando?
Le gare vanno e vengono e noi in Red bull facciamo effettivamente meglio che mai. Beh, io più che altro. Sergio deve ancora adattarsi alla macchina, probabilmente. Essendo arrivato quest’anno ci sta.
Ho fatto delle ottime posizioni, sempre secondo a parte qualche vittoria. Sempre Lewis sopra di me o direttamente sotto. Sembra ce la giocheremo io e lui quest’anno, ma è presto per parlare.
E qua eccolo che si fa vivo lui. Del resto a Monaco lo fa sempre.
Non viene in tutte le gare, ma quando può ed in alcune in particolare, c’è puntuale come la mosca sulla merda. Ovviamente io sono la merda, visto come mi parla.
È dalla terza gara che ha iniziato a cagare il cazzo più che mai, solo che se fa così io non riesco a godermela quest’anno come avevo giurato a me stesso.
Mi sentivo entusiasta con la macchina che prometteva bene e Charles di nuovo al mio inseguimento–ovviamente un inseguimento personale.
- Guarda che se non vinci non serve a un cazzo. La seconda posizione se lui è primo è una merda. Cosa dobbiamo fare per arrivare primi, Max? Un miracolo? No, perché forse solo quello potrebbe farti vincere i cazzi di Gran Premi! Qua noi non siamo per fare podio o vincere ogni tanto una gara. Qua noi ci siamo per vincere dei cazzo di mondiali. Quanti ne hai vinti, Max? Zero! Quanti Lewis? SETTE! E come pensi che ci sia riuscito? VINCENDO GRAN PREMI! Lui è cinico, in pista. Cinico e preciso come un cecchino. Tu sei un caos rabbioso che non sa prendere ciò che punta. Non ci sei mai riuscito con niente e continui così! Non basta volere se non sei in grado di afferrare!
Sono questi i discorsi di cui mi riempie da quest’anno. Ogni volta ce n’è uno diverso perché di fatto gli altri anni era evidente che non avevamo le carte in regola per il mondiale, perciò premeva sul vincere delle gare. Quest’anno si è fissato con il mondiale intero.
È come se avesse capito che è l’anno giusto, se lo sente e non mi molla. Ogni gara alza il livello di rottura di coglioni e visto che Monaco non è proprio casa effettiva ma è dove abitiamo entrambi, per fortuna separatamente, lui c’è.
La mia settimana, perciò, inizia proprio di merda. Ma che più di merda non si può.
È come se io fossi spaccato in due. Da un lato c’è il mio enorme desiderio di godermela e divertirmi, perché so che quest’anno posso fare bene e togliermi sassolini, e poi c’è Charles con cui mi sento vicino, finalmente. Dall’altro c’è lui, mio padre, che sente probabilmente le stesse cose sulla mia stagione e mi rompe le palle più che mai. Questo mi rovina tutto.
Arrivo nel circuito senza dover passare per la fase dell’hotel perché chi di noi vive in città, non ha bisogno di sistemarsi in soluzioni momentanee alternative.
Perciò ci sono i soliti impegni per i rispettivi team dettati dagli sponsor, dai media e stronzate simili, poi la track walk che odio. Insomma, le solite cose. Ma sono già nero perché so che ad un certo punto spunterà quel rompicoglioni a cui non basterà esserci telefonicamente ogni cazzo di secondo, ma avrà pure bisogno di essermi fisicamente davanti per dirmi cosa fare, come sentirmi, cosa pensare, come cazzo guidare.
Lo vieni a dire TU a ME come guidare? Davvero? Chi dei due è più bravo? Ti sembra che abbia bisogno di suggerimenti su come diavolo guidare? Ti sembra? Non so, fanculo! Ma figurati se glielo posso dire.
Rispondere a mio padre significherebbe sotterrarmi e allora sì che la mia vita diventerebbe impossibile, almeno ora devo sopportare che si levi dalle palle.
A volte vorrei essere nessuno. Una normalissima persona che odiava studiare e si è messo a fare il meccanico o a lavorare ad un cazzo di distributore di benzina. Che arranca per arrivare a fine mese, che non ha ambizioni e non ha combinato un cazzo nella vita.
Un signor fottuto nessuno.
A volte è questo che vorrei.
Invece sono qua a guidare una macchina di F1 inseguendo un sogno che non so più se è mio o suo. O meglio è suo di sicuro, ma è anche mio?
Ho sempre pensato non lo fosse, poi arrivato in Red Bull e anche forse grazie a Daniel ed al fatto che mio padre si è un po’ fatto indietro rispetto a prima, mi sono sentito finalmente bene e felice e così ho pensato che dopotutto piacesse anche a me, che volessi anche io correre e vincere.
Ma ora che mi sta di nuovo addosso in quel modo, mi sento soffocare ed impazzire e non mi fa godere più di un cazzo di quel che prima mi piaceva e mi entusiasmava. Né delle corse, né di Charles. Ed è una cosa che odio, perché in Bahrein era un elemento principale, mi rendeva felice. Gli piaccio e vuole riconquistarmi, cosa potevo desiderare di più?
Ora penso solo a come scaricare mio padre in fretta e come sopportarlo.
Ha il potere di devastarmi ed ora odio di nuovo correre, odio le piste, odio le macchine ed odio questo cazzo di mondiale.
Non so se spero di vincerlo così me lo leverò dalle palle una volta per tutte o se spero di diventare una sega ed essere scaricato da tutte le squadre e così otterrò comunque ciò che voglio: che mio padre mi lasci in pace.
Perché tanto mi ha messo al mondo solo per essere ciò che lui non è riuscito ad essere, un campione del mondo. Ma non è un motivo di merda per avere un figlio?
Mi sembra di tornare indietro a prima che Daniel e la Red Bull mi salvassero. Mi sembra di tornare ad essere un adolescente alle prese con le tirate di capelli di suo padre e le urla e gli insulti.
Adesso non alza le mani, sa che risponderei. Non lo farei, ma potrei. E poi sono troppo sempre sotto i riflettori, anche se non voglio e odio pure quello.
Però compensa con le parole. La sua dannata lingua è più tagliente e pesante che mai.
- Sai perché quando gareggiavi contro Leclerc eri così bravo? Perché lo odiavi! Provi troppo rispetto per Hamilton, ha quest’aura divina, quasi, ma devi odiarlo perché sappi che quest’anno sarà il tuo diretto avversario. E che ti piaccia o no, lo devi odiare per batterlo. Solo così vincerai il mondiale.
Quando mi dice questo, fatico a non alzare gli occhi al cielo. Senza chiedere si è presentato a casa mia per accompagnarmi al circuito in vista delle prove libere di oggi. Che bellezza. Mi parla per tutto il tragitto in modi simili e quando arriviamo ovviamente continua ad accompagnarmi anche dentro col suo pass speciale che figurati se non glielo faccio avere.
La pressione mi sale, la sento nettamente ad ogni frase che latra in olandese.
Appena varco la soglia che delimita la zona del paddock del circuito cittadino di Monaco dal resto, i miei occhi esasperati si posano casualmente proprio su Charles arrivato da poco con la sua bici. Sta scendendo e la sta consegnando ad uno dei suoi due angeli custodi di cui non mi ricorderò mai i nomi.
Appena lo vedo credo di illuminarmi istintivamente per salutarlo, i nostri sguardi si incontrano ed anche lui si illumina, ma mio padre mi riprende.
- Parlo di questo. Sei loro rivale, li devi far fuori, non farci amicizia! Eri un assassino da piccolo e vincevi per questo, adesso cerchi di essere troppo pulito!
Lo fisso realizzando il senso profondo di ciò che mi sta dicendo e forse sono troppo evidente nella mia perplessità.
- Vuoi dire che li devo buttare fuori di pista? - è un po’ il mio stile quando faccio un ruota a ruota di un certo tipo, ma non è che lo faccio apposta; potrebbe avermi lui inculcato questa filosofia, del resto è dalla nascita che mi dice ‘abbattili’ riferito ai rivali. Forse l’ho preso in senso letterale. Adesso questo stile di guida aggressivo è troppo inculcato in me e non posso cambiarlo, ma penso che sia anche una guida rabbiosa rivolta a lui. A volte mi sembra di guidare contro mio padre e non contro altri piloti.
- No, ovviamente, ma non devi vedere il pilota dentro la macchina, ma solo la macchina.
Perché è questo che sono io, no? Una macchina! È così che mi hai cresciuto.
Non glielo dico, mi mordo la lingua, scuoto la testa e vado avanti con lui che mi segue. Ho perso il contatto con Charles che non so se abbia visto qualcosa. Penso che da quando abbiamo accennato a mio padre, questa sia la prima volta che mi vede effettivamente con lui.
Chissà cosa ha pensato? Sarò stato abbastanza decente nel controllare la mia faccia?
Quando arrivo nella zona della Red Bull, riesco a deviare e staccarmi da mio padre con qualche scusa per la preparazione alle prime libere di oggi; lui viene relegato come sempre in parte, nel nostro garage ma dove non può dar fastidio.
Finalmente me lo levano dalle palle.
Che sollievo.
Il circuito di Monaco è diverso dagli altri, è nella città ed è stretto, non c’è spazio per un cazzo, è tutto strizzato ed impilato e non c’è realmente molto spazio per sparire e farti i cazzi tuoi, ma ovviamente te lo trovi se ne hai bisogno. I piloti hanno comunque bisogno di isolarsi per prepararsi, c’è chi ha dei riti pre gara, chi non ne ha bisogno, ma c’è sempre previsto dello spazio dove poter stare ed io mugugnando qualcosa a Gianpiero e a Brad con cui mi sono appena incontrato, sparisco in uno di quei famosi posti dove si può stare lontano da seccatori con macchine fotografiche o rompicoglioni in generale.
Non ci vado per cercare Charles, se lo volessi gli avrei scritto. Ci vado proprio nella speranza di scrollarmi di dosso mio padre, consapevole che potrei fare delle libere di merda.
Se farà così tutto l’anno io non ce la farò.
Mi siedo a terra appoggiando la schiena ricurva contro un muretto e mi metto la mano sul cappellino che mi schiaccio per bene giù sulla faccia. Prendo un respiro profondo e chiudo gli occhi.
Perché se vado in una delle mie stanze, mi raggiunge direttamente. Perciò mi devo nascondere, capisci?
Che merda.
Mi sembra di essere tornato indietro. Come diavolo è successo?
È così che sarà passare il traguardo? Io che odierò quella fottuta vittoria, sempre che poi arrivi?
Perché deve essere così? Non poteva essere normale?
Penso a Lewis e a quelle belle scene dove si abbraccia con suo padre mentre piangono felici dopo le vittorie dei suoi mondiali e mi chiedo... se io dovessi realmente riuscirci, sarò anche io così con mio padre? Riuscirò ad abbracciarlo felice e commosso?
Non lo immagino proprio...
- Che diavolo ti stava dicendo, prima? - la voce di Charles mi raggiunge da sopra la testa ed è inquisitrice. Salto sul posto e mi tendo guardandolo come colto in fallo ed anche incredulo che si interessi realmente a me. Perché non dovrebbe?
Beh, non ci sono abituato e poi sono in un momento un po’ allucinato di me stesso.
- Mio padre? - è così ovvio che mi chieda di lui.
Charles si siede accanto a me senza chiedermi il permesso e questo gesto prepotente e deciso nei miei confronti, mi dà finalmente il primo sollievo della giornata.
Scuoto la testa ed alzo le spalle come a dire niente di che.
- Il solito...
Lui però mi fissa appoggiando la testa alla mano ed il gomito alle ginocchia piegate, inarca le sopracciglia sempre impaziente, mi incalza. Ma tu guarda, è strano vederlo così interessato a me. Quella volta mi ha sorpreso, ma adesso che succede di nuovo mi sconvolge.
- E sarebbe? - non lo sa, in effetti. Cos’è il solito? Voglio farlo ora? Gliene voglio parlare ora?
Non mi ero ripromesso che se ci fosse stata l’occasione giusta l’avrei fatto? Ma è questa l’occasione giusta?
Poi mi immagino a correre nello stato d’animo in cui sono e ad affrontare un intera stagione così in queste condizioni e da solo. Non c’è più Daniel a smorzare e gli amici non basteranno. È bello averne e non essere più solo come quando ero piccolo, ma non bastano. Più che altro sono inutili se non sanno.
Così fisso a terra e prendo un sospiro profondo.
- In quel momento mi diceva di dover odiare i miei avversari invece che stimarli e rispettarli. Che devo essere un assassino per battere i miei rivali, che da piccolo vincevo per questo ed ora invece faccio cagare perché cerco di essere troppo pulito e corretto e stimo troppo chi ho intorno.
Il discorso era più ampio, ma sintetizzandolo era questo.
Quando oso occhieggiare Charles straordinariamente silenzioso, noto che è shoccato e forse pensa lo prendo in giro, così mi metto a ridere amaro e distolgo di nuovo lo sguardo nascondendo gli occhi nella visiera del cappellino, in un gesto nervoso di disagio.
Come mi guarderà da ora in poi? Ho appena iniziato a grattare la superficie e mostrargli cosa c’è sotto, ma credimi che questo è niente confronto al resto.
Non so che cazzo mi sono messo in testa di fare. Sono un pazzo. Un idiota. Voglio fargli pietà? Ma così lo farò scappare! Io al suo posto scapperei. Sono troppo problematico.
Oddio, non che lui sia da meno. Stava per suicidarsi solo per cercare una botta di vita. Non credo che possa dirmi niente, ma lo stesso...
- Ma quello è non saper guidare! Se l’unico modo per battere gli altri è buttarli fuori come hai sempre fatto tu, sì magari vinci ed ottieni risultati, ma non è irritante farlo guidando male?
La sua frase mi stupisce. Mi aspettavo qualcosa di moralistico o la grande fuga in qualche modo. Magari anche una coccola, una consolazione. Ma lui se ne sta qua vicino a me e mi fissa infastidito dalla filosofia di mio padre. A questo punto mi viene da ridere. Charles così perfetto e fissato con le cose fatte bene, più stile Lewis in effetti, alle prese con mio padre così caterpillar mi fa proprio ridere. Che accoppiata devastante!
Ed io nel mezzo!
- Vuoi dire che vinco perché non so guidare e lo faccio male? - lo provoco distraendomi ben volentieri dal soggetto iniziale; lui annuisce sorpreso che glielo chieda.
- Lo sai che lo penso da sempre! Hai una guida sporca, per battere i rivali tu li spingi fuori pista, l’hai sempre fatto. Non perché perdi il controllo, ma perché non li vuoi vicino. Se gli lasciassi spazio come dovresti ti supererebbero e lo sai benissimo.
Alla sua frase sparata con tutta tranquillità, mi sollevo la visiera per guardarlo meglio, convinto d’aver capito io male.
- E non è quello che dice quello stronzo di mio padre?
Alza le spalle.
- Forse. Ma io non ti incito a guidare così di merda pur di vincere. A me piace quando sei competitivo guidando bene.
- Ma ho sempre guidato ‘sporco’ come dici tu.
- Lo so meglio di te come guidi, che ti credi? - sbotta Charles deciso seduto accanto a me, gomito a gomito. Ha le idee molto chiare e nessuna paura di dirmele.
- Quindi non ti piace gareggiare contro di me? - chiedo incerto, in bilico fra il deluso ed il divertito.
- Certo che mi piace. - fa lui meravigliato che glielo chieda.
- Ebbene quando sono stato competitivo guidando bene, allora? - insisto mettendo i puntini sulle i. Non sono veramente offeso, non ritengo che abbia ragione, ma sono curioso della sua visione delle cose. Di come mi vede e del fatto che anche se non è una bella visione, io gli piaccio lo stesso. Mi vede come un pessimo pilota e forse anche pessimo elemento in generale, una macchina rotta, ma gli piaccio comunque?
A Daniel piacevo perché aveva visto qualcosa di diverso in me sotto la superficie brutta. A Charles piaccio così come sono in questa superficie, pieno di difetti? Possibile?
Charles alza gli occhi al cielo pensandoci meglio, poi annuisce e torna a rispondere più calmo e preciso.
- Mi sono espresso male. A me piacerebbe che tu fossi competitivo guidando bene, ma mi piace guidare contro di te così come hai sempre fatto, perché battere uno che guida male è fottutamente soddisfacente. Per battere uno che guida come te, oltre il limite ed in modo sporco, devi essere dannatamente bravo ed alla fine, credimi, è davvero bello. Non ho mai provato con altri ciò che provo quando guido con te. Si intende, quando poi finisce bene per me.
Alla fine ridacchia divertito, non pensa d’aver detto niente di che, ma io lo guardo ammaliato e sconvolto al tempo stesso e non me ne rendo conto per niente, ma sto tremando dall’emozione e... cos’è questo calore che ho dentro?
Benessere? Gioia?
Gli piaccio davvero così difettoso come sono? Davvero?
Davvero per conquistarlo non devo fargli vedere quel po’ di buono che nascondo per vergogna?
Non ci credo.
Lo fisso esterrefatto e probabilmente emozionato, mi stringo le labbra e non riesco a dire più niente. Sembra mi abbia detto chissà cosa, ma ha delicatamente e abilmente glissato mio padre pur parlando di ciò che mi ha detto, come per aiutarmi in modo indiretto. Perché ha visto che non ero pronto per parlare ancora e così mi ha accontentato.
Sono sconvolto e felice.
So cosa mi ero ripromesso, ma non ce la faccio.
Socchiudo gli occhi, mi tolgo il cappellino e tenendolo davanti ai nostri visi per coprire gli improbabili sguardi indiscreti, mi tendo verso di lui e gli lascio un tenero ed impacciato bacio sulla guancia. Il calore scaturisce immediato.
Sospiro e sorrido, tenendomi stretta questa splendida sensazione. La voglio trattenere per il resto del weekend.
- Grazie. - sussurro ancora forse troppo fragile e debole, ma per la prima volta non carico di vergogna.
Poi appoggio la testa alla sua spalla e tengo il cappellino sopra il viso, lo mollo lì in modo che funga da barriera fra me ed il mondo. L’unico che da ora può avere libero accesso a me e superare quella barriera, è qua al mio fianco e mi regge la testa con la sua spalla.
- Ci sarò sempre, Maxie. - dice infine dolcemente appoggiando a sua volta la testa sulla mia.
Stringo gli occhi al nome che usa per chiamarmi; la prima volta che lo fa, spero non l’ultima. Nessuno ha mai usato quel soprannome. È così bello, così nostro.
Il suo tono così dolce.
Stai andando bene, Charlie, nel tuo percorso. Spero di riuscire a starti dietro. Per la prima volta, voglio uscirne anche io.”
/Charles/
“È come un pugno allo stomaco. Quando l’ho visto arrivare con suo padre, non ho ovviamente capito cosa dicevano perché era la loro lingua, ma la faccia di Max era così esplicita che non mi è servito saperlo.
Era la prima volta che li vedevo insieme da quando mi ha detto in Bahrein che non va bene fra loro. Da allora ho cercato disperatamente di ricordare i dettagli di quella volta a casa sua, cosa mi ha detto su di lui e sul motivo per cui mi invidiava.
Suo padre lo picchiava da piccolo? Non posso esserne sicuro perché ero totalmente fuori di me ed ho registrato poco di quella volta. Mi irrita non ricordare, vorrei chiederglielo, ma non me lo ripeterebbe mai e non posso dirgli ‘senti, ma ti picchiava?’
Ricordo i discorsi che si faceva da ragazzini su di lui, ne giravano di storie. Che suo padre era duro con Max è una cosa risaputa, ma sinceramente ho sempre cercato di prendere le distanze da certe storie, si sta poco ad ingigantire una cazzata.
Ma vedendo comunque come lo riduce ora da adulto, mi sa che non è solo un rapporto complicato, il loro. È proprio distruttivo. Non so ancora quanto, ma all’idea di lasciarlo solo ora che so e che sto intuendo quanto c’è sotto la superficie dell’iceberg, mi fa stare quasi male.
Forse non vuole parlarne ancora e non è pronto, ma quando lo sarà? Se lascio che se la senta lui, non parlerà mai, ma penso che gli faccia bene farlo. Prima lo farà meglio sarà per lui, però non posso di certo costringerlo. Con Max se lo obblighi ottieni l’effetto opposto.
Concentrarmi su di lui mi fa stare assurdamente bene, anche se mi dispiace.
Quando lo trovo e mi siedo con lui, capisco immediatamente che è allo stremo. Speravo che si nascondesse qua. Non ci sono tanti posti a Monaco per isolarsi prima di salire sulla macchina ed io sono un asso a trovarli, perché mi serve sempre chiudermi per un momento in me stesso.
Le spalle curve, la testa incassata, il cappellino a coprirgli la faccia più che mai.
Quando riesco a tirargli fuori qualcosa, capisco che è una specie di miracolo, anche se sapere di cosa si trattava mi dà la sensazione di un pugno allo stomaco.
È solo una frase al volo, sicuramente nemmeno il peggio che possa avergli detto e subito.
Quanto cazzo sta male, in realtà, il ragazzo che mi siede accanto?
Ora capisco la sua guida rabbiosa e disperata.
Ho sempre pensato che Max guidasse contro un demone, ma pensavo che fosse il suo modo di vedere gli avversari. Che fosse solo uno estremamente competitivo che voleva stare avanti a tutti a qualsiasi costo, che vedere qualcuno che cerca di rubargli la posizione lo mandasse fuori di testa, ma fosse quello e basta.
In realtà il demone contro cui corre è suo padre.
È solo la superficie che inizio a vedere, ma ormai è chiaro che lì c’è un abisso buio e lui è lì sotto da quanto tempo?
Come diavolo fa a nuotare lì dentro?
Quando mi bacia la guancia con tenerezza, sento il suo tremore e la sua profonda gratitudine, come se si aggrappasse ad un salvagente.
Sono io quel salvagente?
Mi ringrazia. Lui ringrazia me?
La spalla dove poggia la sua testa coperta dal cappellino, mi brucia per il calore che mi trasmette. Non è lui ad essere caldo e nemmeno questo posto, anche se naturalmente non è freddo qua fuori. Anzi.
È questo gesto così arrendevole.
Mi sta chiedendo aiuto, solo che non sa come farlo.
Sono stato così dannatamente egocentrico, fin qua, da non capire, da non vedere.
Grazie di cosa, poi? Non ho fatto niente. Ho solo cercato di non fargli pesare la piccola confessione che è riuscito a farmi e non l’ho forzato a farne altre.
Non devi vergognarti dei problemi, Max.
Il soprannome con cui lo chiamo mi esce spontaneo e non mi era mai venuto.
Maxie.
Gli sarà piaciuto?
Appoggio la testa alla sua e resto così. Se ci vedono capiranno che siamo noi dalle maglie, è inutile che nasconde la faccia, ma è ovvio che non lo fa per questo. Lo fa perché si vergogna di sé stesso e di avere problemi.
Ma di cosa ti devi vergognare? Mi hai visto in Giappone mentre aprivo la portafinestra davanti al tifone, no? E tu dovresti vergognarti? Ma reggerò la tua testa finché ne avrai bisogno e se ci cercheranno pazienza.
Se solo penso a cosa gli ha detto prima. Ma non è nemmeno il cosa, quanto il come. La faccia che aveva Max era emblematica. Non ce la faceva più. Da quanto subisce? E cosa, soprattutto?
Non sono un violento, ma in questo momento mi prudono le mani; è la sua testa sulla mia spalla che mi spinge a cercare un altro sistema per reagire e senza pensarci cerco la sua mano abbandonata qua fra di noi. Gliela prendo e intreccio le dita come quella notte insieme, nel suo letto.
Quel ricordo mi riscalda e lo sento rilassarsi ancora un po’ di più.
Vorrei dirgli qualcosa, ma le parole in questo momento non mi escono e forse per lui è meglio così. Silenzio. Per questa volta ti darò la mia spalla e la mia mano. Ma sappi che non mollerò più, con te. Non sparirò.”
NOTE: Non so se esiste davvero un posto dove potrebbero nascondersi per stare tranquilli, là fra i vari garage dei team. Suppongo che ci possa essere, ma ho deciso di essere generica perché di fatto non lo so realmente. Se uno vuole, comunque, trova sempre il modo per nascondersi con chi vuole a fare ciò che vuole.
Come ho già detto spesso, questa fic drammatizza ed estremizza tutto ciò che riguarda Charles e Max, prendo spunto da fatti più o meno reali, per quel che ci è dato sapere, e li esagero. Sarà così tutta la fic. Piena, oltretutto, di approfondimenti continui ed introspezioni. Per questo è così lunga. Spero sia decente. Alla prossima. Baci Akane