61. PROFONDE APERTURE

LESTAPPEN

/Charles/

“Non so se mi danno più fastidio o mi fanno più piacere. Ero preparato, per la verità, all’eventualità che non ce la facessero. Ho avuto tutta la notte per elaborare la cosa, non che l’abbia fatto da solo, comunque c’era una piccola minuscola possibilità che ce la facessero, ma sapevo che era difficile. Solo che è la mia gara, no? Non è solo la gara di casa, è LA MIA. 
Non esiste un circuito a cui tengo così tanto, ci sono troppi ricordi legati a questo, ho sempre desiderato correrlo e vincerlo. Ho iniziato a sognare di essere un pilota guardando la gara di Monaco. 
Quest’anno potevo avere buone possibilità, cazzo, avevo fatto la pole ieri. Se fai la pole a Monaco al 90 percento vinci, a meno che non ti schianti come ho fatto io. Peccato che l’ho fatto ieri subito dopo aver registrato il mio tempo migliore.
Quanto testa di cazzo sono stato? 
Colleghi, molti di questi amici, fanno a gara e si susseguono per darmi il loro sostegno, per farmi sentire meglio. 
Seb è molto dolce, quasi come un fratello maggiore o un padre, ma non mi dà poi tanto fastidio. Normalmente questo genere di atteggiamenti nei miei confronti mi irritano, però Seb non lo fa di proposito come cerca di fare Binotto e forse per questo non mi sta bene. 
È un po’ il suo ruolo naturale, vedo che è affettuoso e protettivo e dispensa consigli volentieri a tutti i giovani, ha a cuore sinceramente la gente, non è opportunismo, non è una cosa forzata. 
La sua mano stringe la mia spalla, il suo viso si avvicina al mio per dirmi che gli dispiace che io non possa partire, che sa quanto ci tiengo e avendo fatto la pole è un vero peccato. 
- Vedrai che il prossimo anno sarà quello buono. Gli errori servono per perfezionarsi, non pensare a quest’anno come ad una perdita di tempo. 
Il suo consiglio saggio da guru mi colpisce e mi fa piacere. Ha ragione, devo cercare di dare un senso a questa merda. 
Dopo Seb anche altri arrivano a tirarmi su. Credo sia di dominio pubblico che ci tengo, solo quel cretino di Max non lo sapeva perché vive su un altro pianeta. 
Mentre i piloti si radunano per l’inno iniziale prima della gara, Max si fa avanti con ancora la mascherina abbassata. I suoi occhi blu sotto la visiera del cappellino sono sinceramente dispiaciuti, ma sono anche molto complici e intimi. 
Comunicano così tanto che mi dimentico di fermarmi ad una distanza di sicurezza e gli arrivo davanti, per poco non ci scontriamo, ma riusciamo ad evitarlo all’ultimo, lasciando pochi centimetri fra noi. Solo le nostre nocche, lo fanno. 
Dovremmo salutarci a distanza di sicurezza, che è almeno un metro, e limitarci a pugno contro pugno, la sola cosa consentita per il momento. Oltretutto sempre rigorosamente con le mascherine su. Ma noi le regole ce le siamo appena dimenticate, perché questo scambio di sguardi non è un semplice ‘mi dispiace che non ce l’hanno fatta’ come è per tutti quelli che mi hanno confortato ora. 
Il suo, così come il mio, è un tuffo a stanotte; l’intimità e la complicità scaturisce dal ricordo di stanotte. 
Qualcosa che non posso di certo dimenticare. Spero che nel mezzo del suo piccolo inferno portato da suo padre, quello che è successo stanotte gli sia di conforto e lo aiuti a correre bene, almeno lui che può. 
Da questa vicinanza soffocante ma bellissima, sento il calore che mi serviva per sopportare il resto della giornata più di merda degli ultimi anni. Guarderò la mia stramaledetta gara dallo schermo del mio garage e non guiderò. Posso farcela.
Mentre mi perdo in questo breve scambio con lui, pochi secondi nella realtà, il flashback di stanotte mi fa tornare a ieri come se fossimo ancora là insieme. E per un momento vorrei tornarci. 

**

- Dì che l’hai fatto apposta! - appena lo dice mi vengono i peli dritti ma non per i brividi di piacere o di paura. Mi vengono perché riconoscendo la sua voce ed il tono accusatorio, anche se con un fondo di scherno, capisco il senso con cui lo dice e mi parte subito il nervoso, come se non ne avessi già abbastanza per conto mio. 
Mi giro e Max è qua vicino a me e rincara la frase con convinzione. Ha la mascherina ed il cappellino, ma non gli bastano per nascondere l’aria idiota con cui lo dice. 
- Ti sei schiantato dopo aver registrato il tuo tempo da pole proprio mentre io facevo il mio! Sapevi che ti stavo per rubare la posizione! Dì che non ti sei schiantato apposta! 
Lo fisso così truce che per una volta sono certo di essere molto espressivo. 
- Non dire stronzate. - sibilo senza accettare lo scherzo. Sa che non mi schianterei apposta. Ci sono molti piloti che lo farebbero, io no perché sono uno troppo fissato con le regole e le cose oneste e fatte bene. Non mi piacerebbe comunque vincere così, giocando sporco. A me non basta vincere, io devo vincere dimostrando di essere il migliore, è il motivo per cui voglio stare sopra tutti.
Lui mi fissa interdetto non aspettandosi questa mia reazione velenosa, e per essere più chiaro aggiungo tagliente: - La gara di Monaco è LA MIA GARA. Non rischierei MAI schiantandomi il giorno prima. Non sono così testa di cazzo. Ci tengo troppo. 
Dopo averlo sottolineato premendo su ‘MIO’ e ‘MAI’ vado dritto per evitare di litigare con lui. Sono pronto a farlo, mi manca solo questo oggi dopo la splendida notizia che potrei non correre domani visto che la macchina è troppo distrutta. 
Testa di cazzo che non sono altro. Proprio testa di cazzo. 
Il nervoso cresce di secondo in secondo e più respiro, più mi sento incazzato. 
Come ho potuto buttarmi così contro la barriera? 
A Monaco non puoi sbagliare, faccio la pole finalmente dopo anni che ci provo e mi schianto? 
Idiota imbecille! 
Non è aria, Max. Non è aria per giochi di nessun tipo. Oggi proprio non ce la faccio, cazzo. 

Gli tengo il muso per il resto delle cose post qualifica–la solita press e le varie interviste–mentre lui cerca di far pace chiedendo se me la sono presa sul serio. Certo che me la sono presa sul serio, cazzo, e non basta che mi talloni per farti perdonare! 
Non perché ieri eri così allucinato per tuo padre io oggi posso perdonarti facilmente. Non funziona così bello. La lingua la devi connettere al cervello, sto poco a rispedirti dove eri all’inizio del 2019, in zona odio senza eccezioni. 
È il mio gran premio, come cazzo osa pensare che l’ho fatto apposta a schiantarmi. Si è preso troppe confidenze! Che vada a fanculo cazzo!

Dopo averlo nullificato per tutto il tempo che eravamo nel circuito, vado a casa mandando via tutti. Non è serata per approfittare della comodità del GP di casa. Sia Andrea che Joris capiscono, così come Charlotte che pensava di poter passare la serata pre gara con me. 
Ho passato la mia breve intera vita a cercare di essere normale, conformarmi alle regole della società e fare ciò che avrebbe reso felice mio padre. Essere come lui il più possibile. Per poi rendermi conto a 23 anni–o forse anche prima–che non sono come lui e seguire le regole non mi renderà normale. Forse all’apparenza sì e va bene così, almeno là fuori lo sembrerò così mi lasceranno in pace e potrò concentrarmi su quel che mi interessa veramente. 
Vincere perché sono il migliore; voglio che tutti lo sappiano e lo vedano. 
Ma non è solo questo che mi irrita. 
Forse domani non correrò questa gara. Proprio questa. Su tutte quelle in cui potevo fare casino senza che fosse un dramma, questa è l’unica che mi farà male. 
Non sono come mio padre, ma almeno speravo che vincere la nostra gara mi avrebbe avvicinato un po’ a lui. Ma non succederà. 
Quando sono solo con lo stomaco poco riempito da una cena scarna che non riuscivo ad ingurgitare, suonano alla porta. Alzo gli occhi al cielo sbuffando. 
Sarà mio fratello, l’unico che osa andare contro i miei tassativi ‘lasciatemi in pace’. 
Gli apro dal citofono senza guardare la figura che appare sul display che tanto è buio e si vede male. 
Non posso certo mandare via mio fratello, però gli dirò che ho bisogno di stare solo perché normalmente quando sono in pre gara non è che mi riempio di gente intorno. 
Cazzo, lasciatemi in pace! 
La porta di ingresso di apre perché l’avevo socchiusa per non stare lì in attesa del secondo campanello, così sono seduto al pianoforte e strimpello nervosamente senza far caso a cosa esce dalle mie dita rigide e tese come fossero fatte di legno. 
Dondolo il piede a terra come se morso da una bestia velenosa. 
La porta si richiude alle mie spalle e lui entra rimanendo in silenzio senza nemmeno salutarmi. Beh, è mio fratello, saprà benissimo come mi sento. 
Non doveva passare, ma sicuramente si preoccupa. Di solito Lorenzo sta dietro ad Arthur però oggi ha potuto approfittare per stare di più con me. Lo apprezzo, davvero. Sono stato solo da quando è morto mio padre, c’era Nicolas tutte le volte che poteva, ma siccome anche Arthur vuole fare il pilota, Lorenzo ha dovuto fare le veci di nostro padre ed è giusto così. Io però ero solo e forse questo alla fine si è sentito. 
La mancanza di quella figura normale e saggia, ma anche positiva e calma nei momenti di tensione, ansia e pressione. 
Li ho sempre gestiti da solo, ho imparato a farlo, ma forse per riuscirci ho usato troppo la mia voglia di primeggiare. Era una stampella per rimanere a galla, ma non la soluzione migliore. 
Le dita premono casualmente sui tasti dal suono più grave e basso, specchio del mio stato d’animo. Ho fallito di nuovo. Questo è il quarto anno che corro questa competizione in F1 e ancora non ho realizzato la sola cosa che io abbia sempre realmente sognato sin da bambino insieme a mio padre. 
Si avvicina silenzioso e posa delicato le mani sulle mie spalle, ma c’è qualcosa che mi fa ricoprire di brividi dalla nuca lungo tutta la spina dorsale. 
Non è mio fratello, non mi toccherebbe mai così. Solo uno lo farebbe. 
Appena lo penso raddrizzandomi e trattenendo il fiato, fisso davanti a me con occhi sbarrati; la sua voce bassa e graffiante mi parla da dietro. 
- Mi dispiace, Charlie, non immaginavo ci tenessi tanto. Se l’avessi saputo non ci avrei mai scherzato su. 
La bocca aperta dallo stupore, sollevo le dita dalla tastiera, il cuore improvvisamente batte fortissimo in gola, mentre ogni emozione brucia all’istante sotto la pelle, infiammando ogni terminazione nervosa. 
Improvvisamente non sono più una corda tesa sul punto di rompersi, ma sono rilassato. Sono gelatina. Se ora dovessi alzarmi in piedi penso non ci riuscirei. 
Le sue mani sulle mie spalle iniziano a massaggiare dolcemente e delicatamente. Ad ogni stretta e rilascio i brividi aumentano e si espandono ancora di più. Non sto nemmeno respirando o forse lo faccio così piano che mi sembra di non farlo. 
Improvvisamente la mia testa è vuota e non riesco a capire cosa dovrei dire o fare. Perciò sto solo qua fermo immobile alla penombra del mio salotto dove ho lasciato acceso una luce tenue ad angolo, qualcosa che non mi avrebbe disturbato nel mio distruttivo stato d’animo. 
- Sei una persecuzione, Max. - rispondo roco e a fatica cercando disperatamente di essere il solito. Ma poi come sarei di solito? Forse scherzerei o magari litigherei. Oggi volevo litigarci, con Max, ma l’ho evitato apposta perché era lui e noi siamo in una situazione così strana che non volevo fare gli ennesimi passi indietro. 
È tutto un fottuto casino. 
- Lo so, se punto un obiettivo non lo mollo finché non lo raggiungo. - sussurra ancora alle mie spalle continuando a massaggiarmi. La felpa gigante da casa rappresenta un ostacolo considerevole, fra me e lui, e non ho nemmeno una cerniera da abbassare per fargli più spazio sulla mia pelle. 
- Sono io il tuo obiettivo? - chiedo ironico girando solo per un quarto la testa verso di lui. La verità è che sono così pieno di brividi di piacere e rilassato che non voglio davvero muovermi perciò lo faccio il meno possibile. 
- Il tuo perdono. - risponde ancora più basso e suadente, il suo fiato all’orecchio mi solletica e mi fa capire che si è chinato e avvicinato per parlarmi. Istintivamente piego la testa di lato preso alla sprovvista, mentre i brividi aumentano ulteriormente. 
Brividi che ora si radunano tutti lì nel mio inguine. 
Perché sei così dolce e sensuale insieme? Sei un dannato stronzo. Nemmeno la grazia di rimanere incazzato, mi lasci? 
Volevo crocefiggermi e punirmi per la mia idiozia, ma tu non me lo permetti. Come ti spiego tutto questo? Come ci riesco? 
È a malapena chiaro a me stesso... 
Chiudo gli occhi e rilasso le spalle andando con la schiena contro di lui che mi avvolge da dietro. Le mani scivolano sul petto e mi cinge sotto il mento in questo abbraccio dolce che sa di due fidanzati e non solo due amici, sempre che noi due siamo mai stati amici e basta. 
Siamo passati dall’odiarci all’attrarci, la fase dell’amicizia non l’abbiamo mai passata, ma forse è ora di ottenere quella, adesso. 
La sua bocca scivola sulla mia guancia come ieri e mi lascia lo stesso bacio tenero, ma questa volta è qualcosa di così carico di delicatezza che capisco lo fa per me e non come ringraziamento. 
Mi abbandono a lui, a questo abbraccio e a questa tenerezza che mi riscalda direttamente in profondità. 
Gli occhi chiusi, io finalmente rilassato e caldo. Niente più freddo e tensione. 
- Mi perdoni? 
Annuisco. 
- Se me lo chiedi così come posso negartelo? - rispondo vagamente ironico. Ma forse sono più assorbito da lui che ironico. Di ironico non credo d’avere nulla, solo l’intenzione che non si è sviluppata in azione. 
Max aumenta la presa da dietro stringendomi più forte a lui.
- Mi suoni qualcosa? Sono curioso di questa magica terapia che ti ha aiutato così tanto... 
Mi dice continuando a stare chino contro di me, mi parla con la guancia premuta alla mia e non ricordo più cosa siamo. Non lo ricordo al punto che sto per girare la testa e baciarlo io, tanto che sono confuso, ma invece ipnotizzato da lui annuisco e rimetto le mani sulla tastiera. 
Max si raddrizza dietro di me, ma rimane con le mani sul mio collo e sul mio mento; mi carezza con leggerezza trasmettendomi un tale piacere e rilassamento che non riesco a ricordare come mi sentivo prima. Al punto che nella lavagna vuota e nera che è la mia testa, adesso arriva il grigio e mentre diventa bianco, una melodia si forma. Una melodia nuova, che non ho mai cercato di riprodurre né ho mai sentito.
Così, mentre Max mi fa da schienale e mi carezza dolcemente la pelle sensibile del viso, infilando le dita sotto lo scollo della mia felpa gigante e nera, io chiudo gli occhi e produco un suono nuovo. Un suono che da ora mi ricorderà sempre lui. Lui e mio padre, perché è di lui ora che parlo per spiegargli come mai tengo tanto a questo Gran Premio. 
Sento la mia voce distante perché sono più concentrato sul suono, ma so che dico cose sensate, come in trance. 
- Da piccolo ho iniziato a sognare di diventare un pilota di F1 guardando la gara di Monaco dal terrazzo dei miei. Ero sempre con mio padre a guardarla ed avevo una macchinina rossa con me e chiedevo a mio padre se anche io potevo farlo; lui ogni volta mi diceva di sì, che avrei potuto se mi fossi impegnato tanto e se avessi avuto talento. - le mie dita continuano a correre, io continuo a parlare.
- Solo poi crescendo ho capito che non era facile, per lui. Ha fatto molti sacrifici per realizzare quel mio sogno di bambino, perciò ho da sempre preso molto seriamente questo percorso. Il mio sogno non era solo guidare la rossa in F1, ma vincere tutto ciò che si può. - sospiro, una pausa. Aggrotto la fronte, poi riprendo con voce al limite della rottura. 
- Quando è morto mio padre, gli ho giurato che ce l'avrei fatta. Avrei vinto questa gara e poi il mondiale. Questa è una di quelle promesse che si devono mantenere, non avrò pace finché non vincerò qua a Monaco. Almeno qua. 
Non è una cosa che si dice tanto per dire. Lo intendo sul serio e solo quando realizzo d’aver parlato più a lungo di quel che avessi pensato di fare inizialmente, sollevo le dita perché sono intorpidite dall’aver ripetuto lo stesso suono. Un suono imperfetto, che non mi soddisfa ancora. Manca qualcosa a quel suono, qualcosa che arriverà col tempo, presumo. 
- Sono sicuro che ce la farai. Lo vincerai questo Gran Premio. Forse non sarà domani, ma magari il prossimo anno o quello dopo, ma lo vincerai, Charlie. 
Ogni volta che mi chiama così, il cuore si quieta nel petto, come se trovassi la calma solo dal modo in cui mi nomina. 
Sposto le mani dalla tastiera alle sue sul mio collo. Me le porto sulle labbra dove le bacio, poi infilo le mie dita fra le sue e rimaniamo così. Appoggio la nuca alla sua pancia e chiudo gli occhi sognando questa vittoria in questa gara con la macchina rossa. Ancora una volta sarà solo un sogno, ma un giorno sarà realtà. 

**

Non abbiamo fatto niente, siamo rimasti un po’ a casa, abbiamo iniziato a guardare un film demente nel mio divano con le gambe allungate sul tavolino, noi vicini appoggiati uno all’altro, la mia testa sulla sua spalla e la sua sulla mia, in una posa simile ma invertita di venerdì; quando ci stavamo per addormentare per mandarlo a casa gli ho carezzato la guancia senza guardarlo. 
È il ricordo più bello che io abbia finora con lui e di ricordi belli devo dire che ne ho, ma ieri sera in quel modo ho scoperto pienamente la profonda essenza di Max. 
Non abbiamo parlato di suo padre, io non l’ho forzato e lui non ha voluto rovinare la bella atmosfera citandolo. 
I suoi occhi in questo momento, il suo volto ammorbidito in un sorriso carico di un sincero dispiacere amorevole sovrapposti a ieri sera, mi fanno capire quanto sia realmente dolce questo ragazzo che all’apparenza sembra un pazzoide stronzo senza cuore. 
In realtà fa solo di tutto per proteggersi, ma la verità è che ci si può innamorare così facilmente di lui, che il mondo che lo critica si perde qualcosa di straordinario. Ma è meglio così. Significa che sarà tutto per me. 
Sorrido attraverso la mascherina, separo la mano dalla sua. Non parliamo, non serve. Tutto quel che c’è da dire è lì in questo suo blu e nel mio verde e va bene così. 
Non quest’anno, ma un giorno. Un giorno realizzerò il sogno mio e di mio padre. E Max sarà lì felice per me, quel giorno. 
Intanto grazie per esserci, Maxie.”

/Max/

“Ottenere il suo perdono mi ha fatto mettere totalmente da parte la presenza costante di mio padre in ogni fottuta fase di questo weekend. Sono stato anche acido scherzando con Charles come uno stupido, anche se a mia difesa non sapevo quanto tenesse a questo GP–anche se a quanto pare lo sapevano tutti visto come oggi gli vorticano intorno per tirarlo su come un principino depresso. 
In effetti è l’idea che dà ed è impossibile non dispiaccia. 
Si fa forza e sorride a tutti cercando di non mostrarsi sull’orlo del suicidio, ma adesso che so anche io e forse meglio degli altri, capisco. 
Ero nervoso, ieri, perché stavo per fare la pole e si è schiantato impedendomelo e c’era mio padre che mi ha detto ‘il solito pessimo tempismo.’ E quando gli ho detto ‘che cazzo di colpa ne ho io se quello si schianta?’ ‘Certo, perché non potevi farlo prima quel tempo, no? All’ultimo ti devi ridurre!’
Ero pronto a sbranare qualcuno e non pensavo realmente che Charles si fosse schiantato apposta, anche se in molti lo pensavano e scherzando lo dicevano–e qualcuno anche senza scherzare–ma cercavo di stemperare la mia frustrazione e scaricare quell’odioso di mio padre aggrappandomi a lui. Dopo quel che era successo il giorno prima mi aspettavo qualcosa da parte sua, un riguardo, non so, invece a momenti mi relegava al ruolo di odioso numero uno. Non so, ci sono rimasto di merda. Solo dopo ho realizzato che per qualche ragione ci teneva tanto e sul serio. 
Io non posso capire, non capirò mai, ma quando mi ha spiegato è poi stato chiaro come si sente. 
È stato bello saperlo. 
Le mie dita scorrevano sulla sua pelle calda e liscia del collo e del viso, mentre suonava e mi raccontava. Era come una trance ed io sono finito là con lui, in quei giorni di bambino con suo padre sul loro terrazzo a guardare il GP di Monaco e sognare di correre. 
Non posso capire perché non ho mai sognato né voluto veramente diventare un pilota. Mi ci sono trovato costretto, poi mi piace ed è la mia cosa, ma a scegliere il sogno è stato mio padre, mentre per Charles è stato proprio lui stesso guardando questo GP. 
Mi ha colpito. 
Mentre suonava con una tale malinconia rievocando quei momenti lontani, mi sembrava di essere distante da lui anni luce, anche se in qualche modo e al tempo stesso ero lì. Esattamente lì insieme a lui. 
Lì vicino eppure distante. 
Ogni cosa che ci riguarda è stata l’opposta uno per l’altro. Lui ha sognato essere pilota, io sono stato costretto. Lui ha un GP a cui tiene come nient’altro, per me sono tutti uguali. Lui ha un animo così sensibile che per esprimersi ha bisogno di uno strumento così complesso e meraviglioso come il pianoforte, a me bastano le parole che solitamente sono insulti. Io e l’arte siamo agli antipodi. 
Sorrido mentre mi sistemo per salire sulla mia macchina con la quale andrò a piazzarmi nella sua pole, al posto di Charles. Davanti a tutti. Proprio nel GP dove il punto in cui parti conta tutto perché parti dove poi finisci. 
Ho ascoltato mio padre che pensa che senza i suoi preziosi consigli del cazzo io non ce la farei e non mi sono innervosito. 
Magari il più delle volte dice cose giuste o utili da un punto di vista pratico, ma è sempre stato il tono e tutto il resto che lo riguarda ad irritarmi, poi però ho anche ogni volta ricordato a me stesso quanti sacrifici ha fatto, ed anche se li ha fatti in realtà per sé stesso e non per me, comunque a giovarne sono io. Non posso certo dire che faccio una brutta vita e che faccio qualcosa che odio. Alla fine mi piace correre. 
Però di solito c’è sempre una parte di lui, di quel che fa e dice, che mi lascia strascichi e mi innervosisce, per questo Christian cerca sempre di limitare la sua presenza, perché lo sa che non mi fa realmente bene, ma non può nemmeno impedirgli di esserci. È mio padre e in qualche modo mi rappresenta anche se ho un manager che non è lui. 
Eppure oggi non ha importanza. 
Salgo sulla macchina una volta pronto di tutto punto e permetto ai ragazzi di completare le ultime cose.
Oggi non importa niente, padre o non padre, passato o non passato. Oggi non importa. 
Oggi sono contento. 
Ieri sera è stato bellissimo e anche se io e Charles siamo due poli opposti per tante cose, non siamo mai stati così vicini come stanotte. 
La sua pelle calda sotto le mie dita mentre lui suonava per me e si raccontava così intimamente, è stata la cosa più bella. La sua testa sulla mia spalla poi prima di andare a casa, guardando un film che non so nemmeno cosa fosse. La mia sulla sua come venerdì solo al contrario. 
È come se fossimo già una coppia, è solo che ci manca un’ultima cosa, quel piccolo passo che non so esattamente come ottenere, ma ci voglio arrivare a tutti i costi. 

La vittoria è dolce e proprio come l’avevo immaginata. Bastava guidare bene e sarebbe stata mia, la pole a Monaco è tutto ed in un modo o nell’altro ci sono arrivato. 
Come dice mio padre, conta il risultato, anche se pure il modo in cui lo ottieni spesso è importante. 
Per Charles è tutto, naturalmente, ma alla fine la vittoria è mia, il resto conta poco. 
Mentre esulto ed abbraccio tutti quelli che mi si fanno incontro per complimentarsi con me, arriva lei. 
La risposta alla domanda di prima. 
Come fare quell’ultimo passo con Charles per spingerlo a mettersi davvero con me? 
Kelly, bella come una dea, mi si butta fra le braccia, mi prende il viso fra le mani e mi bacia appassionatamente. Io senza rifletterci un secondo la prendo e le circondo la vita sollevandola; ricevo le sue labbra morbide qua davanti a tutti, consapevole che se non sarà lui direttamente a vedermi, l’aiuteranno i fotografi. 
Ho vinto io il SUO Gran Premio e festeggio baciando un’altra donna. Sarà furioso.
Credo che in realtà vincere senza rischiare qualcosa, non mi divertirebbe allo stesso modo. 
È il rischio che mi dà il gusto della vittoria, nel caso di Charles so che rischio grosso a stuzzicarlo, ma non l’ho realmente progettata. Semplicemente era ovvio che Kelly mi abbracciasse ed io non potevo di certo schivarla. 
Non ci potevo fare molto. 
Anche lui quando vincerà una gara e magari ci sarà la sua ragazza farà così con lei, non è che posso metterlo in croce. No? 
Appena mi separo da lei per andare a compiere le solite cose di rito a cui sono obbligato, non faccio che guardarmi intorno alla ricerca dei suoi occhi che mi immagino feroci. 
Sarà geloso? Mi dirà qualcosa o si nasconderà fingendo indifferenza? 
Dopo stanotte è difficile prevederlo e già di solito non è facile.
Un sorriso divertito aleggia sulle mie labbra, sotto la mascherina che devo ancora mettermi. 
Mi sembra di aver appena messo le gomme dure sotto una pioggia scrosciante. Sono proprio un pazzo.” 


NOTE: Sono perfettamente consapevole che quello scambio breve ma intenso fra Max e Charles avviene dopo le qualifiche e non prima della gara di domenica, ma per ragioni di scrittura mi serviva collocarlo dopo perché così la scena ha avuto un sacco effetto. Dovevano avere un profondo avvicinamento, uno in più, e quando ho visto quella foto, a prescindere da quando sia avvenuta, ho capito che il loro legame in quel momento era reale e splendido. Poi dovevo sfruttare l'esistenza di Kelly, era così ovvio che alla fine l'avrei usata in qualche modo. Alla prossima. Baci Akane