68. SE SOLO...

lestappen

/Charles/

“Da un lato cerco di razionalizzare e dirmi che Seb ha esagerato e che non devo essere così drammatico, che tutti abbiamo incidenti simili ma ne usciamo tranquillamente, dall’altro il fatto che gli scrivo ma non mi risponde mi istiga ancora di più, sebbene cerco di dirmi che potrebbe non avere il suo telefono con sé o potrebbe essere scarico. 
Per strada non riesco a parlare e Seb se ne sta zitto mentre guida, perché ha discusso con Lewis e anche se mi aveva già dimostrato che stavano insieme, questa volta l’ha proprio detto. Ma a parte questo penso che sia arrabbiato con lui, anche se più che quello sembrava deluso. 
Mentre mi avvicino all’ospedale dove sta Max, il livello di ansia cresce un sacco finché mi sento teso come una corda di violino. 
Ora sta bene, ovviamente, ma non riesco a non pensare a Jules ed Anthoine; non è successo oggi, ma potrebbe comunque in futuro e questo mi colpisce come uno schiaffo. 
Non lo sopporterei. 
Se succedesse qualcosa di serio a lui non lo sopporterei. Io non mi rialzerei. Non so cosa farei, non riesco nemmeno ad immaginarlo. 
È qua, mentre vado da lui percorrendo i corridoi seguendo Seb come un automa, che mi rendo conto chiaramente che quel che provo per lui è reale e serio, non so che nome abbia, non voglio dargliene uno, non ne sono in grado ora, ma so che è qualcosa che mi è entrato sotto la pelle e nelle ossa; fa parte di me. 
Provo dei sentimenti per Max come non ne ho mai provato per altri. E voglio solo che stia bene. 
Lascio che sia Seb a gestire tutto e a trovare le informazioni; quando ci portano davanti alla stanza dove lo tengono in osservazione ed in attesa dei risultati della TAC, sto per entrare di getto senza rifletterci, totalmente sconnesso dal mondo, ma la mano di Seb si serra sul mio polso deciso e mi ferma, così lo guardo e lo metto a fuoco. Il cuore si sospende dalla sua corsa folle, così come il fiato rallenta. 
- C’è suo padre dentro ed un membro della Red Bull. - mi rende noto come se fosse ovvio il sottinteso. Io lo guardo senza capire, così lui sospirando capisce al volo il mio stato mentale confuso e proprio per questo aggiunge mettendomi dietro ad un angolo. 
- Aspetta qua, quando vedi che usciamo entra tu. O vuoi incontrare suo padre? 
L’idea di quel che potrei fare appena vedo Max mi assale e colpito dal fatto che Seb l’abbia capito prima di me, che già lo sappia, mi tranquillizza. Non riesco a ragionare lucidamente e a controllarmi, ma a quanto pare sono in buone mani. 
Annuisco e lui va. 
Sono in realtà abbastanza vicino e Seb lascia la porta socchiusa per farmi sentire. Mi concentro sulle loro voci, ma distinguo poco. La voce di Max è bassa e roca e non lo sento da qua, ma sento suo padre che dice che stanno aspettando i risultati della TAC, che ci vuole un po’ e poi Seb rimprovera Max. 
- Quante volte te lo dico? Non devi correre in quel modo, ci sono delle conseguenze anche a lungo termine che non si sentono subito ed un giorno capirai cosa ti sto dicendo, ma sarà tardi e sarai lì ad incazzarti con te stesso per quanto stupido sei stato a guidare così! Mi dispiace Jos, dico solo quello che penso. 
Credo che Jos l’abbia guardato male perché lui invece deve avergli sempre detto ‘vinci a qualsiasi costo’. So bene che è lui il responsabile di quella guida incosciente di Max. 
- Non era colpa sua adesso, è stato Hamilton a superare in modo dissennato... - i due discutono e il quarto presente in stanza dello staff della Red Bull gli dice di uscire a parlarne perché Max ha bisogno di riposare. 
Il fatto che dica questo mi colpisce come un pugno allo stomaco. Allora sta male davvero, altrimenti ora avrei sentito le urla di Max contro Lewis; so che sarà incazzato, figurati, ma se non inveisce significa che sta male. 
Il cuore torna a battermi in gola come un forsennato e le orecchie fischiano. Cerco di rimanere concentrato per capire cosa fanno, ma realizzo solo che finalmente i tre escono e vanno verso le macchinette a prendere un caffè. Ovunque siano le macchinette, non in questo corridoi per fortuna. 
Appena se ne vanno, scatto e scivolo dentro in stanza senza esitare. La frenesia mi sta divorando, se non lo faccio subito svengo. Devo vederlo. Devo vederlo coi miei occhi e capire realmente come sta. 
Come cazzo stai, brutto imbecille che non mi rispondi al telefono? 
Appena sono dentro, mi chiudo subito la porta alle spalle, abbassandomi contemporaneamente la mascherina che mi schermava, insieme al cappellino con la visiera. 
Dentro siamo al sicuro: non ci sono finestrelle né sulla porta né sulle pareti.
Forse l’hanno messo in una stanza più privata proprio per proteggerlo visto che non è un paziente comune. Sarebbe dovuto stare in uno dei box con le tende nel pronto soccorso, ma vedo che è stato spostato in una vera camera, o forse una improvvisata, visto quanto è piccola. Sembra quasi uno stanzino con una branda, il letto non sembra nemmeno un vero letto di degenza comodo, ma una barella di passaggio. Di camere di ospedale ne so qualcosa, purtroppo. Questa di sicuro non lo è, ma ha una finestra che dà all’esterno ed è sorprendente!
Chiudo la porta dietro di me e lo vedo subito lì steso supino, gli occhi chiusi e la fronte contratta in una luce fioca ed arancione da tramonto che penetra da fuori, mentre il giorno svanisce pigramente creando atmosfera. Una bella atmosfera.
Mi fermerei a guardare quanto è bello ora in questa luce dorata, così steso con gli occhi chiusi, ma la fronte aggrottata e il solco di stanchezza sul suo viso, mi dilania. 
In un istante sono lì da lui, mi siedo sul bordo di questo pseudo letto dalle bandinelle abbassate, gli prendo la testa fra le mani e premo il mio viso sulla sua guancia. 
Max si irrigidisce istintivamente, mi prende per le spalle senza realizzare che sono io, ma appena lo capisce, si rilassa e le sue mani scivolano delicate sotto le mie braccia cingendomi piano. 
- Ehi Charlie. Guarda che sto bene, mica sono in fin di vita... sono solo spossato, ho un mal di testa bestiale e mi fischia forte l’orecchio come se avessi un treno dentro, ma sono cose che passano. Sto bene... ehi... 
Max mi carezza capendo che invece di rilassarmi stringo la presa su di lui. Credo di tremare. Non so realmente cosa faccio, come sono. Non capisco nemmeno che mi sono buttato sul letto. Non so proprio nulla. So solo che non ce la faccio più. 
Sta bene ed è tutto ciò che conta, ma il modo in cui mi sento si incide nella mia anima e per la prima volta la sento. La sento senza dubbio. È lì, la mia anima. Ne ho una anche io ed è Max che me l’ha tirata fuori dalla fitta coltre di nebbia dove era rimasta a congelare. 
Vorrei parlare, ma so che se lo facessi ora piangerei e non sono ancora pronto per farlo, perciò prendo tutto questo marasma di roba potente e dilaniante che provo e mi separo dal suo viso per una breve distanza; gli occhi restano serrati per paura di piangere. Non è di certo il momento, sarei ridicolo ed esagerato ed io non lo sono mai. Faccio sempre in modo di non esserlo. 
Così per non scoppiare, mi concentro sulla sua pelle ruvida sotto le mie dita, ora dolcemente sul suo viso, sulle sue guance e sul suo mento dove la barba di questi giorni lo rende pungente al tatto ed affascinante alla vista. 
Dopo il viso, ci sono le labbra e sono morbide e calde quando gliele tocco; Max non si muove, resta silenzioso ad osservarmi, curioso di vedere che farò, ma non lo so nemmeno io. 
 Gli carezzo le labbra che gli guardo con una tale intensità che improvvisamente il desiderio diventa impellente e potentissimo, al punto che non riesco a domare l’istinto e annullo la breve distanza fra noi. Premo la bocca sulla sua, la intreccio con prepotenza, ansia e bisogno, gli succhio il labbro inferiore fermandomi poco prima di intrufolarmi con la lingua. 
Appena capisco cosa diavolo sto facendo, una scarica elettrica mi attraversa ed io, bollente e sconvolto, mi ritiro di scatto, mi alzo e salto giù dal letto, rimango in piedi strofinandomi la faccia disperato e frustrato. 
- Scusa! Non dovevo! So cosa ti ho promesso e non voglio essere il solito egoista del cazzo e fare tutto ciò che mi pare senza considerare minimamente la tua volontà! Ricordo che ho detto ti avrei aspettato. È che ero fuori di me, ho pensato a Jules che è il suo anniversario di morte! Quando ho capito quanto hai rischiato sono andato nel panico! Scusa, non volevo. 
Andrei avanti a parlare agitato a macchinetta e totalmente nel panico per un sacco di tempo se Max, riprendendosi dal suo più che giustificato momento di shock, non allungasse la mano cercando di fermarmi. Non ci riesce perché mi muovo per la stanzetta come un pazzo, ma visto che è piccola riesce ad intercettarmi; mi chiama ripetutamente con un tono di voce stanco, di chi vorrebbe gridare ma non riesce.
- Charles... Charles, dai... - ma all’ennesimo mio sfuggirgli dalle dita che di tanto in tanto mi prendono un pezzo di vestito, Max si stufa e tira fuori le energie residue che il mal di testa gli concede. 
- CHARLIE! 
A questo mi fermo schiacciato contro la porta, sperando che non riesca a toccarmi; lo guardo come se lo notassi solo ora. 
È davvero segnato, pallido e sfinito. Ha l’aria di chi vorrebbe solo dormire per 24 ore nel silenzio e nel buio e forse è quello che gli serve. Sospiro. 
- Va tutto bene. - mentre lo dice scuoto la testa, ma mi guardo bene dall’avvicinarmi di nuovo a lui. La voce è più sottile del solito, si sposta in avanti con la schiena con stanchezza e allunga la mano verso la mia. 
Io gliela guardo dubbioso, indeciso se innescare l’ennesimo contatto, poi quando chiude gli occhi e mi chiama ancora indulgente col tono di chi sta per esaurire la pazienza, mi decido e mi avvicino prendendogli la mano, ma rimango in piedi accanto al suo letto mentre si lascia ricadere stanco; mi guarda stringendo le mie dita fra le sue. 
- Ti fai troppe seghe mentali. - dice poi semplicemente. 
- Questo non significa che io non abbia ragione. - stiamo per parlarne, ma a questo punto mi arriva un messaggio da Seb che leggo col cuore in gola ricordandomi della situazione. 
‘Se non vuoi avere uno spiacevole faccia a faccia con tuo suocero, ti consiglio di scappare subito. Aspettami alla macchina, ti raggiungo fra poco.’
E così salvato all’ultima curva da Seb, mi chino e gli lascio un bacio sulla fronte più sbrigativo di quello che volevo. 
L’ansia di beccare suo padre ora prende il sopravvento, così non me lo godo e nemmeno so bene cosa ho fatto. 
Max cerca di afferrarmi. 
- Devo andare. - faccio io sfilando agile prima che ci riesca. Max mi fissa chiaramente indispettito e contrariato con la mia scelta di mollarlo proprio ora. 
- Charles. 
Max cerca di fermarmi, ma io apro la porta e con un sbrigativo: - Ne riparliamo. - scappo e mi dileguo veloce come il vento, nascondendomi dietro l’angolo del corridoio giusto in tempo per sentire gli altri tre sopraggiungere. Non ci sarebbe niente di male, forse, ma suo padre è rimasto al fatto che io e Max ci odiamo e visto che è uno stronzo non voglio metterlo in situazioni strane. Conoscendolo gli riempirebbe la testa di ‘devi odiare i tuoi nemici, non andarci d’accordo!’
Così meglio evitare, per il momento. 
Penso che Max sia un po’ al limite, oggi. L’ho visto mentalmente ed emotivamente stanco, più che provato fisicamente, sebbene la parte del corpo che ha subito il 51 G è veramente a pezzi, ora, e starà così per un po’.
Credo sia fondamentalmente indolenzito e forse gli fischierà l’orecchio dell’impatto. Vorrei solo stendermi con lui e abbracciarlo mentre si addormenta, ma questa cosa sarebbe sicuramente troppo ed io non so se mi controllerei, ora. 
Gli ho fatto una promessa importante che nintendo mantenere. 
Aspetterò che sia lui a guidare questa cosa fra noi; a decidere. Dopo tutte le mie imposizioni che l’hanno solo fatto soffrire, è giusto così.
Ma cazzo, muoviti Max!”

/Max/

“Perché? Non capisco che diavolo ho fatto per essere qua con mio padre, non comprendo proprio. 
Ho avuto un fottuto incidente del cazzo, mi sento di minuto in minuto come passato sotto un tritacarne, sono stanco, sono a pezzi e devo pure sorbirmi sto qua che si lamenta come un bufalo di tutto e tutti? 
Che poi ce l’ha con Lewis e grazie al cazzo, questa volta era colpa sua, ma ce l’ha pure con me che ho osato non tenere la macchina e schiantarmi in quel modo. 
- Che cazzo serve la strategia che avevamo concordato se quando lui finalmente fa un cazzo di errore, uno dei suoi rarissimi errori che commette una volta ogni cinque fottutissimi anni, tu poi non tieni la macchina in pista e non ne approfitti? 
Non contento, prosegue muovendosi per la microscopica stanza che ci hanno assegnato perché tanto per cambiare ha fatto casino: - Gli hanno dato dieci secondi, cazzo! Se eri lì magari ti bastavano! Tu invece no! Sei uscito come un proiettile! Voglio ben vedere se lui e Toto vengono a vedere come stai! Voglio che ti tengano in osservazione almeno due giorni! Fanculo! Sei sempre il solito! Non fai mai quello che ti si dice! Cosa ti costava stare attento? 
Mio padre se la prende ovviamente anche con me per non essere stato bionico e non aver tenuto la macchina che si è distrutta contro le barriere. Che inetto che sono, no? 
La mia testa esplode da sola, ma con lui si spacca in due nettamente. L’orecchio dell’impatto, così come tutta la parte che si è scontrata con la barriera e che ha subito il famoso 51 G che mi han detto, è indolenzito e via via lo sento sempre più addormentato, ma mi hanno detto che è normale e che tutto tornerà a posto. 
L’orecchio fischia e vorrei solo che smettesse. Vorrei solo che tutto si placasse e sparisse. 
Lui per primo, il mio corpo che in questo momento sto odiando, la gara di merda andata a puttane, ogni fottutissima cosa.
Mi ha anche portato un cazzo di telefono scarico senza il caricatore, me lo spiega a che cazzo serve? In due di loro non ne fanno uno! 
Lui parla sbattendo, tutte le volte che si muove, contro la barella in cui mi hanno messo, ed ogni volta che lo fa è come se mi desse una scarica elettrica. 
Vorrei solo essere cancellato. 
Mi volto verso la finestra aperta a metà perché qua dentro non c’è aria condizionata, non è una vera stanza di degenza ma solo qualcosa di improvvisato perché lui rompeva le palle dicendo che non potevo stare in mezzo a tutti quegli sconosciuti pieni di chissà quale merda, con tutto quel che gira ancora in questo periodo! 
Almeno c’è questa finestra; non so cosa facessero qua dentro, ma va bene comunque. Non mi importa davvero, potevo stare anche in uno sgabuzzino. Devo stare in osservazione in attesa dei risultati della TAC, poi se sono buoni ed io non sto troppo male, potrò andare a casa. Sogno il mio letto comodo con la mia fottuta aria condizionata. Nonostante la finestra, mi manca l’aria; del resto siamo in piena estate, è normale. 
Il sole tramonta e vorrei tramontare con lui. Mi stendo, mi strofino la fronte, non dico niente. Non ne ho le forze. Sono fisicamente stanco, ma ancor di più emotivamente. Non credo di essermi mai sentito così stanco di lui. 
Perché non posso avere una cazzo di vittoria, nella mia vita? 
Del sollievo. Niente. 
Se solo potessi accendere il mio telefono scriverei a Charles. Chissà se gli hanno detto che sono in ospedale. Lo saprà prima o poi e si incazzerà che non gli ho detto nulla. 
Perché niente di niente deve andare come voglio? 
Mentre mio padre brontola a ruota libera con il rappresentante Red Bull che ci ha accompagnato, la porta si apre dopo un lieve bussare. Dall’uscio spunta Seb e guardandolo mi viene una sorta di colpo al petto, come se mi aspettassi di vedere spuntare dietro di lui il mio Charles. 
Sarà preoccupato. Se sa Seb, sa anche Charles e penserà a Bianchi e Hubert e starà malissimo. Si farà chissà quanti film cercando di rifugiarsi nel suo mondo ben chiuso alle emozioni che lo destabilizzano. 
Non tornare indietro, non andartene da me, Charlie. Non chiuderti. 
Vedo che non spunta dietro di lui, sarebbe stato troppo, no? Figurati se poteva rischiare di essere beccato qua da me.
Seb è Seb, non è strano che venga a vedere come sto, so che lo fa anche con altri piloti che finiscono in ospedale o al centro medico. Viene sempre a controllare, è una persona molto carina ed in realtà è cambiato tantissimo dall’inizio della sua carriera che ho ben seguito.
- Quante volte te lo dico? Non devi correre in quel modo, ci sono delle conseguenze anche a lungo termine che non si esprimono subito ed un giorno capirai cosa ti sto dicendo, ma sarà tardi e sarai lì ad incazzarti con te stesso per quanto stupido sei stato a guidare così! Mi dispiace Jos, dico solo quello che penso.
Eccolo lì anche lui! 
Alzo gli occhi. No Charles, no interesse. 
Lasciatemi in pace, cazzo. Qualcuno può lasciarmi in pace? Perché non mi fischiano entrambe le orecchie così non sento nessuno? 
Seb e mio padre si mettono a discutere, ma stacco il cervello perché non me ne fotte un cazzo e non ce la faccio. 
John, il segretario Red Bull, si rende finalmente utile e gli dice di uscire a discutere, così Seb che si calma ma che a quanto pare non ha paura di dire a mio padre come gestire suo figlio, cosa che da quando sono nato non ho sentito nessuno osare fare, dice che gli offre un caffè che ha visto delle macchinette nel reparto vicino. 
Mi dicono che tornano subito, io nemmeno rispondo rimanendo indifferente. Non mi interessa, potete anche non tornare. 
Affondo nella barella scomoda, stendendomi mentre chiudo gli occhi e contraggo il volto dal dolore. La testa mi tuona, non ce la faccio più. Eppure se Charles fosse qua al posto loro starei sicuramente meglio. 
Chiudo gli occhi e rivedo quel breve lasso di tempo che è intercorso fra il contatto con Lewis e lo schianto contro le barriere. È stato così veloce che non ho avuto il tempo nemmeno di realizzarlo. Da che ero in pista a che ero contro le barriere fatte di gomme che mi stavano addosso. 
Pensavo solo che non sarei riuscito a fermarmi e quando poi l’ho fatto è stato un breve momento di sospensione dall’universo. 
Mi concentro su quel preciso istante cercando di fissarlo nella testa. Vorrei tornare in quello stato d’animo, dove non c’è niente, per un momento. Non sono nessuno. Non sono da nessuna parte. Non è successo niente. Quasi riesco a tornare là, ma poco dopo che la porta si chiude, si riapre di nuovo. Probabilmente qualcuno di loro ha dimenticato qualcosa. Sospiro ma non apro gli occhi disinteressato. 
Sparite immediatamente. 
La porta si chiude, pochi secondi dopo un peso mi piomba addosso come se fossi io stesso un materasso. C’è una fitta di dolore, ma poi delle mani mi prendono la testa prepotenti e con forza stringono, mentre un volto affonda contro il mio e rimane lì senza respirare. 
Trema. 
Spalanco gli occhi e solo quando mi si preme addosso, posso capire che sicuramente non è nessuno di loro tre e che anzi è lui.
Finalmente Charles è arrivato e con estrema incoscienza mi si è pure steso addosso. Cosa sarebbe, questo, un abbraccio od un tentativo di uccidermi? 
Il sorriso affiora sulle mie labbra, la fronte si stende e il dolore mi dà sollievo. 
Finalmente una sensazione di benessere inizia a farsi strada, ma forse è un’illusione del mio cervello. Non saprei, ma me la tengo stretta, così come tengo stretto Charles che cingo da sotto le braccia, come se dovessi essere io a consolare lui. 
E forse è così.
Sono io quello che ha fatto un incidente e che sta fisicamente male, ma mi sembra proprio che quello distrutto sia lui. 
Dopo un momento di tensione normale, mi rilasso e cerco di tranquillizzarlo; so il motivo per cui sta così. I suoi due amici morti in pista devono essere venuti a fargli visita. Non volevo farti stare di nuovo così male, scusami. 
- Ehi Charlie. Guarda che sto bene, mica sono in fin di vita... sono solo spossato, ho un mal di testa bestiale e mi fischia forte l’orecchio come se avessi un treno dentro, ma sono cose che passano. Sto bene... ehi...
Io che consolo lui. Ma tu guarda. Lo carezzo sulla schiena e lascio che si calmi, ma Charles trema ancora finché, piano piano, il suo viso si stacca e mi osserva turbato ed intensamente. 
Mi carezza il viso con le dita che scendono sulle guance e poi sul mento e sulle labbra. 
Lo osservo curioso di vedere che farà, sembra fuori di sé. Magari lo è al punto di baciar... non finisco nemmeno di pensarlo che annulla la breve distanza rimasta e mi succhia il labbro inferiore. In realtà non fa altro, ma un’ondata bollente ed impetuosa mi investe attraverso la sua bocca intrecciata alla mia, le mani mi stringono la faccia con prepotenza, per tenermi fermo e costringermi ad accettarlo. Non mi sognerei minimamente di staccarlo, non serviva tenermi così forte, ma mi piace. 
Mi piace da matti sentire il bisogno che ha di me, di toccarmi, di stringermi. 
Sono fottutamente bollente e sciolto, sono come gelatina, non riesco a trovare le forze di fare qualsiasi cosa, perciò mi lascio fare beato, in estasi mentre le sue labbra succhiano le mie portandomi finalmente in paradiso, e proprio mentre sta per mettermi la lingua, lo stronzo si ritira come una molla saltando giù dalla barella, fa un passo indietro e si pianta lì con la faccia coperta dalle mani, stile ragazzina in crisi isterica. 
Charles nel panico blatera cazzate che cerco di captare mentre allungo la mano nel vano tentativo di fermarlo, ma lui inizia a camminare per questa stanza microscopica. Non va molto lontano ed io più di una volta lo intercetto, ma lui sfila via come morso da una tarantola. Maledetto idiota, che cazzo fai, torna qua e chiudi quella fogna!
Dice qualcosa a proposito della promessa che mi ha fatto sul farmi gestire a me questa cosa fra noi, per farmi capire quanto ci tiene e qualcosa di fondamentalmente bello. Lo capisco bene, ok, ma col mal di testa che ho e la velocità con cui parla mi perdo comunque gran parte del suo discorso. Perciò devo sforzarmi parecchio per fermarlo e solo all’ennesimo ‘Charlie’ a voce più forte che mi fa spaccare ulteriormente in due il cranio, lui finalmente si placa. 
Ho ancora la meravigliosa sensazione delle sue labbra sulle mie, il suo viso morbido contro il mio, le sue dita sulla mia pelle. Nonostante mi sento a pezzi ed indolenzito e l’orecchio fischia e voglio sbattere la testa contro il muro, lui steso su di me è stata la prima cosa fottutamente bella di oggi e me la stava dannatamente rovinando. Anzi. L’ha fatto!
Lo scemo pone resistenza rimanendo appoggiato alla porta come se avessi il covid, così dopo averlo chiamato proteso con la schiena in avanti, con relativi dolori per anche questo semplice movimento, tendo la mano e lui me la guarda. Maledetto coglione, se non la prendi ti sputo da qua, quello ti raggiungerà, vedrai! 
Finalmente l’idiota si decide e mi prende la mano rimanendo vicino al letto, io mi appoggio con la schiena e di nuovo il sollievo mi invade, ma non per la posizione, bensì per la sua mano nella mia. 
Che meraviglia.
- Ti fai troppe seghe mentali.
- Questo non significa che io non abbia ragione. - Charles sospira lasciandosi fare arrendevole con un tenerissimo broncio e l’aria abbattuta da gattino che vorrebbe ricevere le coccole ma che teme non sia una buona idea. Stringo ulteriormente le dita sulle sue, questo mi rilassa enormemente. Non andartene, resta qua. 
Vuole che sia io a baciarlo e fare la grande mossa fra noi, decidendo quando e come metterci insieme. Però così è comodo. Così è veramente comodo.
So che per lui è un atto di attenzione nei miei confronti, però non mi ha di nuovo chiesto niente a proposito. 
Dice che non vuole essere sempre lui a decidere tutto calpestando i miei sentimenti, ma non mi ha mai chiesto niente a proposito. Non ha mai ascoltato il mio parere ed ora, in questo preciso momento, sono così stanco. Così dannatamente stanco di sentirmi sempre in competizione se non addirittura in guerra, a volte. 
Vorrei solo arrendermi, lasciarmi andare e far fare tutto agli altri.
Fate voi, fate tutto voi, lasciatemi in pace. 
Cazzo, sono così stanco. Mentre cerco di ritrovare un po’ di serenità intrecciando le dita alle sue e concentrandomi sul suo splendido viso amareggiato, cerco di capire cosa gli passi per la testa ma non riesco a leggerlo ora e dopo che legge un messaggio, presumo di Seb, mi scarica senza starmi a sentire. Senza parlarne. Senza chiedermi cosa voglio fare. 
Provo a fermarlo, ma lui mi lascia un tenero bacio sulla fronte, ma è così sbrigativo che sembra debba scappare dal diavolo invece che darmi conforto e vedendo il famoso diavolo che dopo poco entra dalla porta, ho conferma che è proprio così. 
Mio padre, come sempre, immancabilmente, arriva a rovinare tutto. 
Se solo non ci fosse. A volte me lo dico. Anzi, spesso.
Non sarei il pilota vincente che sono oggi, non avrei le conquiste, le soddisfazioni e le gioie che mi sono derivate dall’essere pilota di questo calibro, me ne rendo conto. Ma lo guardo carico di un’odio spontaneo, dirottando velocemente gli occhi verso la finestra per evitare lo noti. Anche se forse qualcuno lo vede. Non lui, chiaramente. Troppo preso dalle sue cazzate per notare come sto. 
Eppure se non ci fosse, tante cose sarebbero diverse nella mia vita. Più facili. Ed io non sarei così esausto dalle gare continue contro tutto e tutti. 
E Charles non se ne sarebbe andato, ora, scappando terrorizzato. 
Se solo qualcuno mi stesse ad ascoltare per una buona volta, cazzo. Se solo. 
Gli occhi di Seb incrociano i miei quando dice che va via, capisce al volo che non sto bene. Forse si immaginava di ritrovarmi felice ed in estasi, ma invece gli faccio un cenno per poi girare subito di nuovo la testa verso il tramonto che incandescente penetra dalla finestra. Una saracinesca chiusa a metà permette alla stanzetta di inondarsi di luci dorate. 
Sono un casino vivente, cazzo. Sono un fottuto casino vivente. Nessuno, in questo momento, sa come fare con me. Ma figurati, non lo so nemmeno io, come può pensare Charles che sia io a decidere per lui? 

Il mio numero finisce nel telefono di Seb e leggo il suo messaggio quando finalmente sono riuscito a ricaricarlo e ad accenderlo, un paio d’ore dopo. La mia mente fatica a focalizzarsi su ciò che leggo, ci metto un po’, ma poi realizzo il significato. 
‘Prova a staccare un po’ da tutto e tutti, vedrai che ti ricaricherai. A me aiuta, quando mi sento esasperato e vicino al limite.’
Lancio l’ennesimo sguardo allucinato a mio padre che continua a ribattere e tuonare contro Lewis, Toto, la Mercedes, la FIA, la F1 e tutti quanti, senza darmi una cazzo di pace. 
‘Sarebbe facile se mio padre se ne andasse dal cazzo’, rispondo di slancio.
Sarebbe facile, sì. Ma anche se siamo usciti dall’ospedale e siamo in viaggio verso casa, niente va meglio. Perché qua con me c’è l’ultima persona al mondo che vorrei vicino, mentre il solo che invece vorrei accanto non c’è. 
Mio padre mi accompagna a casa continuando a parlare. Inveire. Criticare. Cagare il cazzo. 
Farò quel che ha detto Seb. Appena se ne va dalle palle nessuno mi sente più. Ancora una gara e poi c’è la pausa estiva. Intendo prendermela tutta per me. Tutta. Non parlerò a nessuno. Farò le mie cazzo di vacanze come cazzo mi parrà, farò tutto quel cazzo che vorrò e non sentirò nessuno di quelli che mi stanno facendo impazzire. Nessuno. 
Un mese. 
Sì sì, penso proprio che seguirò il consiglio di quello che per un momento, là dentro in ospedale, ho desiderato fosse il mio vero padre. Se lo fosse stato sarei sicuramente felice, ora. Invece devo aver fatto qualcosa di male prima di nascere, visto che il mio vero padre è qualcuno di ben più esasperante ed odioso.

Non ho parlato a Charles aspettando di proposito di vedere come avrebbe fatto lui, se mi avrebbe scritto o cercato. Ma siccome mi evita come la peste aspettando che sia io a fare qualsiasi cosa, non faccio proprio un cazzo. 
Perché sono stufo. 
Evito Charles per vedere se mi cercherà, se mi troverà, se farà qualcosa. 
Ma qua in Ungheria facciamo il gioco opposto fatto finora. Improvvisamente invece di inseguirci, scappiamo entrambi e forse è meglio così perché più fa così, più mi viene voglia di mandarlo a cagare. 
CHIEDIMI COSA CAZZO VOGLIO INVECE DI DARE PER SCONTATO DI SAPERLO! 
Chi cazzo ti ha chiesto di farmi decidere tutto a me, ora? 

Trovo una sorprendente pace in queste prime vacanze di famiglia, per così dire, con Kelly e la piccola dolce Penelope. 
Sua figlia ha due anni ed è un amore. Inizialmente mi spaventava l’idea di una bambina così piccola fra noi, ma poi mi sono detto che sarebbe stata sua figlia e che io non c’entravo. 
Però ora qua in vacanza con lei ed anche nei giorni che passiamo insieme a casa o fuori dai circuiti, mi piace. È assurdo, ma questa piccola bambolina mi dà quella pace che non pensavo di poter avere. La pace che ho tanto cercato specie in questi ultimi giorni. 
È stando con lei, che lentamente lo realizzo. Non ho mai minimamente pensato al discorso di fare figli, essere padre, crearmi realmente una famiglia. Ho cercato Kelly perché ero esaurito e volevo qualcosa che mi facesse finalmente sentire normale, ma alla fine era una reazione a Charles. Volevo una famiglia, ma lo volevo realmente? 
Eppure ora che vivo un po’ con lei e con sua figlia, mi rendo conto che forse, dopotutto, era vero. 
Forse è questo che volevo davvero. 
Una famiglia mia, un posto dove stare bene, stare con gente che mi capisce o almeno con cui sto bene. 
Nessuno che mi faccia pressioni, che mi comandi, che pretenda qualcosa. Solo ciò che ci va di fare. 
Famiglia. Inizio a considerare il concetto di famiglia. Una mia dove non farò mai gli errori che ha fatto mio padre. Non voglio una famiglia per far vivere a mio figlio ciò che non ho potuto vivere io, vivrò io quel che voglio vivere io! 
Voglio una famiglia per stare bene ed essere felice. 
Succhio il ciuccio che Penelope mi mette in bocca, mentre la brezza calda del sole e del mare ci carezza in barca. È uno di quei giorni dove finalmente, per la prima volta da tanto, sento ricaricarmi. Anche se... è bello qua con loro, più di quel che avrei mai pensato, e credo potrei farlo più a lungo di quel che immaginavo. Magari per anni, chissà. Ma manca qualcosa, no? Manca qualcuno.
Charles, brutto idiota. Quanto ci metti a farti vivo?”


NOTE:  Non ho mai ricevuto un 51 G, ma ho letto le interviste di Max su quell'incidente ed ho cercato di essere fedele a quel che lui ha dichiarato. Mal di testa bestiali, indolenzimenti nella metà che ha subito il colpo, stanchezza. In quelle condizioni è facile essere esasperati, specie con uno come Jos accanto che sicuramente avrà rotto le palle. La situazione che ho immaginato è quella che ho scritto. Comunque era in ospedale per una TAC dove è rimasto un po' in osservazione, questo non l'ho inventato io. Poi ogni tanto devo inserire momenti che 'spiegano' e danno senso a Kelly, naturalmente, visto che in effetti c'è e non la posso ignorare del tutto. Ma basta saper manipolare bene la realtà. Alla prossima. Baci Akane