NOTE: Scusate la pausa, mi ero persa via a scrivere che non sempre ho tempo per farlo come vorrei e quando ce l'ho mi faccio assorbire. Avevamo lasciato Charles che dice a Max di fare tre giorni insieme da soli a Manama prima del GP, e poi con Jos che chiama Max proprio in quel momento, rovinando momentaneamente tutto. Arriva così l'occasione giusta per Charles di fare ciò che si è seriamente ripromesso quando si è messo con lui: prendersene cura a dovere. Buona lettura. Baci Akane
82. QUA PER TE
/Max/
“- Max non parlarmi in quel modo perché sai che ho ragione, poi che fai se fai cagare come sempre nonostante ‘le solite cose’? Pensi di poter vincere solo grazie alle brutte gare di Lewis? E se quest’anno la Ferrari e Charles riescono ad essere competitivi? Lo sai che quel ragazzo prima o poi ti soffierà le vittorie, lo faceva da piccolo, lo farà di nuovo. Non devi mai essere soddisfatto. Non si arriva mai, ricordatelo!
Il nome di Charles sulla sua dannata bocca di merda mi fa impazzire, per un momento sto per mandarlo a fanculo, sto per farlo davvero, ma la mano di Charles sulla mia nuca che mi carezza dolcemente, mi fa capire che ha captato il suo nome e che sta capendo il senso di quel che ci diciamo, non grazie alla lingua che non comprende, ma al tono e al mio corpo sempre più teso.
Prima di rispondere alzo lo guardo verso lo specchio di cui mi ricordo solo ora, e noto che mi ha guardato tutto il tempo. Fisso i suoi occhi come se ci inchiodassi i miei ed invece di sentirmi carico di vergogna, rabbia, arrossire e voler sparire, mi appoggio fisicamente ed emotivamente a lui ed improvvisamente mi sento in grado di respirare, stare dritto e rispondere senza ritrovarmi sotterrato.
- Sì, papà, lo so. Non sono soddisfatto, ma la stagione non è nemmeno iniziata. Puoi lasciarmi respirare almeno fino alla prima gara?
- Respirerai quando smetterai di correre, Max! La carriera del pilota non dura in eterno e tu che non hai voglia di fare un cazzo sicuramente la farai durare anche meno! Perciò vedi di meritarti almeno un cazzo di mondiale per far vedere a tutti chi cazzo sei veramente! Ti assicuro che se non lo farai, quando smetterai non farai che pensarci! Che il tuo unico mondiale era per merito di un dirigente che ti ha fatto vincere!
Tendo ogni muscolo del mio corpo, stringo la mano sulla schiena di Charles a cui sono aggrappato e prima di dirgli quel ‘vaffanculo’ che ho pensato e che ho sulla punta della lingua, mordo la spalla del mio ragazzo che si tende, fa una smorfia, ma non emette mezzo suono e non si ribella.
Mi tiene a sé e stringe più forte, la mano sempre sulla mia nuca, fra i miei capelli, i nostri sguardi incatenati attraverso lo specchio accanto a noi. Lui nonostante la smorfia è anche serio, corrucciato e pronto a prendere la parola, ma so che sa sempre fare ciò che va fatto, perciò non ho paura che si intrometta.
Io, in cambio, riesco a respirare e chiudere gli occhi, quando lo faccio smetto di mordere e rispondo gelido.
- Sì, grazie di ricordarmi ogni fottuto fallimento della mia vita anche in mezzo alle vittorie e alle conquiste. Non so cosa farei senza di te. Forse sarei più felice, chi lo sa. Ma la felicità non ti fa vincere un cazzo, no? Ci vediamo più avanti, io vado a Manama prima per i cazzi miei.
Con questo chiudo la comunicazione dallo Smart Watch con un colpo del polso sulla fronte e affondo il viso nel suo collo girandolo verso di lui, evado dallo specchio e dal suo sguardo, mi nascondo letteralmente e mi faccio piccolo fra le sue braccia.
Ho bisogno che mi prendi e mi fai tuo, che mi guidi in una strada facile e bella da percorrere, che mi porti tu per un momento e che mi faccia sentire di nuovo bene.
Charles, ho bisogno di te.
Gli occhi bruciano, ma li tengo stretti e non esce niente. Non ne vale la pena. Quello stronzo non vale le mie lacrime. Non ho mai pianto di rabbia, odio, dolore e frustrazione. Solo felicità quella volta di qualche mese fa.
Non posso farlo ora, sono adulto, ne sono uscito, ormai non è più nella mia vita e non mi fa più niente per cui valga la pena incazzarmi e star male.
Non gli voglio dare tutto questo potere.
Charles mi stringe a sé, si muove come se mi cullasse e mi bacia il collo lì dove arriva la sua bocca, i brividi di piacere mi corrono lungo la spina dorsale aiutandomi a riscaldarmi e stare meglio, e mi viene in mente ciò che faceva sempre Daniel quando sentivo o vedevo mio padre. Si prendeva cura di me, mi coccolava, mi riempiva di piacere e scacciava via l’ombra di quell’uomo. Penso che Charles farà lo stesso, del resto non vedo cos’altro si potrebbe fare.
- Mi dispiace. - mormora lui con le sue splendide ‘erre’ francesi che adoro. Normalmente sorriderei e gli salterei addosso, ma adesso ho bisogno che sia lui a farlo.
Stringo di più le braccia intorno a lui, ancora non fa una piega e non accenna a voler essere lasciato, poi mi rendo conto che l’ho morso e mi stacco di scatto prendendolo per le spalle. Gli tiro il colletto della felpa comoda che indossa e scopro la spalla dove ho affondato istericamente i denti.
- Scusa. Non volevo. Ti ho fatto tanto male?
Mi vergogno. Mi vergogno così tanto che se Charles non continuasse a tenermi a sé per la vita, scapperei a nascondermi.
Ho fatto la parte dello psicopatico.
Dannazione!
Adesso scapperà, vedrai. Non ho mai fatto una cosa simile con nessuno, nemmeno Daniel che mi ha sentito litigare con lui tante volte.
È diverso, quel che è successo ora è diverso. Non so in che modo.
Mi sono aggrappato a Charles mentre litigavo con lui, è assurdo.
Charles scuote la testa e mi prende il viso fra le mani per fermarmi e costringermi a guardarlo, ma io non ce la faccio. Tengo gli occhi bassi, incapace di affrontare quel che è appena successo. Non volevo farmi vedere così. Non volevo.
È come se mostrando questo lato debole di me io fossi costretto a dargli una forma reale e non l’ho mai fatto, non voglio certo iniziare adesso. Non è una cosa di cui voglio preoccuparmi e a cui voglio minimamente pensare, perché se lo faccio sto peggio. Voglio solo scacciarlo, dimenticarlo e metterlo in un angolo di me così nascosto da renderlo trasparente.
Ho bisogno di scopare con Charles, ma è come se fosse uno specchio.
Daniel non voleva essere lì mentre litigavo con papà e mi lasciava solo per poi consolarmi dopo e scacciare quello stronzo, ma Charles è rimasto ancorato a me dall’inizio alla fine anche se non capiva un cazzo di ciò che dicevamo, e mi ha dato addirittura l’impressione che fosse proprio qua che voleva essere. Voleva vedere. Voleva sapere.
Conoscendolo penso che gli brucia non aver capito un cazzo di cosa ci siamo detti. Mi ha fissato attento e penetrante tutto il tempo attraverso lo specchio.
Forse nemmeno gli basta ciò che ha visto. Forse ne vuole sapere di più.
Lui non vuole scacciare mio padre, lui vuole qualcos’altro.
È una realizzazione ridicola che ho mentre le sue dita sul mento mi costringono a sollevare anche gli occhi; quando li aggancio ai suoi mi sembra di essere ancora sul punto di piangere, ma mi concentro per non farlo.
- Sto bene, Maxie. - mi dice quindi in relazione al morso. È calmissimo e dolcissimo. - Cosa ti ha detto?
La sua semplicissima domanda è come un pugno allo stomaco, spalanco istintivamente gli occhi e lo guardo da vicino per capire se sia serio, e appena lui inarca le sopracciglia in una sottolineatura della domanda che intende seriamente, mi manca il fiato e un’ondata d’ansia mi assale.
Non è mai successo che qualcuno arrivasse a tanto. Nessuno, nemmeno Daniel, mi ha mai chiesto cosa dicevamo nei nostri litigi, specie quelli ovvi. Era sempre meglio per tutti non sapere. Lui davvero vuole sapere?
Gli avevo già accennato qualcosa l’anno scorso ma sono stato vago e lui non ha approfondito, non ha cambiato discorso imbarazzato, però non ha insistito per sapere più di quel che gli avevo detto. Non mi piace parlarne e l’aveva capito ed accettato e ricordo d’aver pensato ‘bene, almeno questo lo capisce e mi rispetta, non cerca come sempre di fare quel cazzo che gli pare’.
Questa domanda sembra casuale, quasi doverosa forse, ma continua a fissarmi serio ed intensamente in attesa di questa risposta. Mi tiene fra le sue braccia, un braccio intorno al mio corpo a stringermi a sé forte, l’altra mano sul mento a costringermi a fissarlo; io fermo e zitto con la testa vuota e la lingua che non vuole proprio saperne di rispondere.
- Tu vuoi sapere davvero cosa ci siamo detti? - chiedo con un filo stupito di voce.
Charles annuisce sorpreso che io lo chieda.
- Certo. Voglio sapere tutto, lo sai. - in questo ‘tutto’ mi sembra di percepire qualcosa che va oltre la discussione di poco fa. Charles non è mai stato molto espressivo, ma negli ultimi anni ha iniziato ad esserlo ed ora, almeno con me, lo è enormemente. Adesso i suoi occhi parlano in tanti modi anche senza usare molte parole.
Un altro pugno allo stomaco mi colpisce, l’aria torna a mancarmi nei polmoni e mi sento boccheggiante. Cosa diavolo dovrei dirgli? Cosa vuole sapere?
- Tutto cosa? - chiedo con un tono più difensivo di quel che pensavo di voler usare.
Charles non mi lascia, ma mi sento soffocare e non riesco più a reggere i suoi occhi inquisitori. Non inquisisce me ma mio padre. Cosa pensa di fare?
- Lo sai cosa. Tutto. Ogni cosa. Di ora, di prima, di domani. Voglio sapere.
Non è una richiesta, mi sta dicendo che lui pretende di sapere e che io sia d’accordo o no, mi romperà le palle per questo.
Bene, caro, intanto io non sono obbligato ad accontentarti se non mi va, e poi comunque meglio che ridimensiono subito le tue aspettative che altrimenti qua finisce male.
- Non c’è un cazzo da dire, io e lui litighiamo sempre da sempre e non smetteremo. - sbotto respingendolo e schizzando via dalle sue braccia, lo faccio così improvvisamente che Charles non riesce a trattenermi, rimane lì piantato in mezzo al salotto inebetito mentre continuo lo scoppio rabbioso e secco.
- Abbiamo un rapporto di odio amore, non c’è nulla da raccontare. Se pensi che ci sia qualche storia scabrosa ti devo deludere, non c’è niente che non vivono miliardi di persone. Non sono una vittima, non lo sono mai stato. Le vittime sono gli altri perciò non c’è niente da dire e condividere. Io sto bene, sono sempre stato bene. Sono normali litigi coi padri.
La mia reazione è immediata e spontanea, non ci ho pensato molto. Ho solo pensato di non volermi sentire di nuovo così come mi sentivo da piccolo, quando nascondevo a me stesso per primo questo stato d’animo patetico. Non c’è niente da raccontare né da nascondere. Non c’è un cazzo. Sono normale, come tutti quanti. Basta così!
Cammino veloce in giro come un’anima in pena senza meta, sembra che io debba fare chissà cosa, ma in realtà sto solo investendo sedie e mobili, spostandoli e scalciando cose a caso, per lo più giochi della piccola e dei gatti.
- Un normale litigio col padre non ti fa mordere il tuo ragazzo pur di non mandarlo a fanculo.
Sottolinea lui deciso, mani ai fianchi, fermo immobile a fissarmi mentre giro per casa come un allucinato. Lui è lì pacato, sicuro di sé e mi guarda aspettando. Non mollerà. Me ne rendo conto ora e mentre lo realizzo è come se mi tagliassero un filo, quello che mi teneva su. L’unico rimasto.
Le gambe improvvisamente non mi permettono di percorrere cerchi a caso per casa, ma anzi mi si piegano e devo sedermi di schianto sul divano. Charles rimane lì fermo a guardarmi, non sembra avere reazioni specifiche, non è di sicuro agitato. Sembrava in attesa proprio di questo. Rimane un po’ lì ad aspettare non so cosa, poi sospira come a mettere un punto e va in cucina tornando con una bottiglietta d’acqua di frigo che mi consegna aperta, appoggiandomela sulla fronte.
Solo dopo che lo fa mi rendo conto che mi ero seduto ricurvo, gomiti sulle ginocchia e palmi sugli occhi chiusi.
Non mollerà finché non saprà ed io non so nemmeno cosa vuole che gli dica. Non c’è niente da dire. Niente. Eppure mi sento di dovermi arrendere, di non avere scelta. Che ora o più avanti, ma finirò per dirgli ciò che vuole sapere.
La sensazione dell’acqua fresca sulla fronte mi dà un primo sollievo, il resto lo fa la sua mano sulla schiena che mi carezza mentre mi tiro su per bere.
- Perché vuoi sapere? Di solito nessuno vuole sapere, anzi. Di solito meno sanno e meglio è. E poi perché ora? Solo perché stiamo insieme ti senti in dovere? Non devi, sai? Alla fine non c’è niente di che da dire. Litigi, stronzate solite fra padri e figli. Niente di che.
Charles sospira ancora e si stringe nelle spalle guardando in basso, come se ora fosse lui a vergognarsi di qualcosa e lo guardo meravigliato, qua seduto accanto a me.
- Non è perché adesso stiamo insieme e non mi sento in dovere, no. È che... - Charles esita incerto per poi trovare la forza e le parole prendendomi la mano, intreccia deciso le dita alle mie ed io non riesco a respingerlo, lentamente le mie difese cedono e lo lascio fare.
La sua voce lieve continua a parlare, mi guarda sempre con quella luce di vergogna addosso.
- Sai, è quello che ho sempre fatto. Ho sempre guardato altrove lasciando i tuoi affari a te stesso, ma quando ho capito che in realtà c’erano cose serie che non volevo vedere, e non volevo vederle apposta proprio perché erano serie, mi sono vergognato per mesi di questo e non riuscivo ad avvicinarmi a te come volevo per questo, perché mi sentivo terribile e mi vergognavo di me stesso. Ma adesso voglio rimediare...
A questo aggiunge l’altra mano sulla mia guancia; mi guarda da più vicino, qua accanto a me. Il contatto mi fa rabbrividire e mi riscalda al punto che sto meglio. Vorrei dire che non sono una macchina da aggiustare, ma lui con un’intensità poetica assurda e soprattutto senza imbarazzo, conclude: - Non voglio più vergognarmi di me stesso e aver motivo di nascondermi da te.
Mi fa stare subito meglio, come quando Daniel mi scopava dopo quei litigi. Solo che Charles ci è riuscito senza alcuna penetrazione fisica.
Mi aggrappo a questo calore ed anche se normalmente reagirei male respingendolo, parlo fiacco e arrendevole. Senza forze. Come se avessi fatto una lunga gara estenuante.
- Non capisco cosa pensi che ci sia da sapere. Ti sei fatto dei film, ma rimarrai deluso.
Il tentativo di ridimensionare qualcosa che non ho mai voluto assumesse dimensioni gigantesche lo faccio, ma non è molto convinto e continuo a non guardarlo anche se lui mi tiene sempre la guancia e la mano.
Muove le dita sul mio viso carezzandomi e questo mi procura ancora sollievo.
- Quando ti sentirai pronto mi dirai tutto e lo tirerai fuori tu da solo. Ma voglio che tu sappia che sono qua e che voglio sapere.
E qua, improvvisamente, stringendo a mia volta la sua mano, lo capisco e lo faccio guardandolo di nuovo negli occhi a questa vicinanza ubriacante.
La verità è che è qua che voglio stare, qua con lui e guardato in questo modo. Scrutato nel profondo. Visto veramente sul serio. Non so nemmeno cosa potrebbe vedere, ma voglio che non smetta e che non si allontani mai più.
E così, nonostante io non sappia realmente cosa dire, comincio con quello a cui ha appena assistito e che a quanto pare è qualcosa da raccontare. Anche se non so come uno potrebbe voler sapere cose così.
Piano e come se mi togliessi dei sassi da sotto una ferita che si apre e si chiude in continuazione, racconto più dettagliatamente la mia telefonata con lui, evadendo molto meno rispetto all’altra volta a Monaco, quando mi beccò a discutere con lui e gli raccontai vagamente. Ricordo come mi tirò su, come mi stette vicino, come mi strinse la mano, come lasciò che la sua spalla fungesse da appoggio per la mia testa stanca. Ho sempre pensato di non aver mai vissuto niente di speciale e di non doverci pensare troppo, perché così era più facile sopportarlo, ma tutte le volte che mi appiccio a Charles accennandogli qualcosa, sento che ho sempre sbagliato tutto.
Adesso come quella volta Charles ascolta attento e serio senza interrompermi, mentre parlo non fa nemmeno mezza espressione, non mi vuole influenzare, come capisse che ho una percezione diversa di quel che mi accade, diversa da quella che hanno gli altri e non vuole che io mi senta influenzato e che eventualmente racconti di meno o nasconda.
Perciò in totale silenzio e immobile, ascolta tenendomi la mano proprio come quel famoso giorno, si limita a bere dalla mia stessa bottiglietta. Solo mentre inghiotte l’acqua vedo i muscoli mascellari irrigidirsi di più del necessario e capisco che in realtà Charles deve essere fottutamente furioso. Capendolo, mi sento stupidamente meglio.
Non importa cosa io creda d’aver vissuto e come lo vedo, conta che Charles è comunque dalla mia parte. Improvvisamente è tutto ciò che mi serve, non necessito di altro. Improvvisamente sto di nuovo meglio e voglio solo pensare a questi splendidi 3 giorni insieme da soli a Manama. La nostra prima piccola vacanza da coppia, oserei dire.
La prima di una lunga serie, spero.
Mentre racconto, il cervello si distrae con queste consapevolezze e tutto assume una connotazione meno grave ed oscura.
Mio padre è solo una schifosa insulsa parentesi nella mia felicità. Felicità di cui ora lui è protagonista. Lui ed i miei successi in F1. Ma oserei dire più lui che la F1.
Sto bene, sto di nuovo bene e forse anzi sto anche meglio.
Chissà, forse ha ragione. Forse dopotutto qualcosa da esorcizzare c’è. Ma lo vedrò con calma, non devo pensarci ed occuparmene ora. Con calma, più avanti, con lui.”
/Charles/
“Non ricordo quando l’ho realizzato, ma ricordo d’averlo fatto.
Ho sempre pensato che Max corresse contro dei demoni e che quei demoni fossero i suoi avversari, ma in realtà il demone era uno ed era suo padre.
Credo sia ancora così nonostante le varie vittorie ed il mondiale.
Certo, è stato un mondiale discusso che sarà tale per sempre ed in molti lo vedranno come quello di Lewis, io stesso onestamente lo considero come l’ottavo di Lewis, però a conti fatti è finito nella bacheca di Max ed è la sola cosa che conta. In ogni caso era lì ad un punto di distanza, così vicino che sarebbe stato giusto assegnarlo a tutti e due.
È stato straordinario specie perché ha spodestato il re incontrastato e suo padre ancora lo critica. Sono modi di fare, più che di essere.
Il flash di una conversazione con Seb mi torna mentre Max mi racconta di questa telefonata.
‘Ci sono padri e padri. Qualcuno è convinto che il modo migliore per crescere il proprio figlio sia criticarlo sempre per spingerlo a migliorarsi e cercare di ottenere sempre di più. Questo sistema però non dovrebbe implicare umiliazioni e cattiveria gratuita e di sicuro nessun genere di violenza, che sia mentale o fisica. Ovviamente non posso sapere, solo Max sa, però se fossi uno che scommette direi che Jos le ha usate tutte su suo figlio.’
Padri e padri.
Il pensiero mi è andato inevitabilmente al mio che anche se non c’è stato a lungo, quel poco che è rimasto accanto a me mi ha dato così tanto sostegno ed amore che riesco ad usarlo tutt’ora per andare avanti. È vero, a volte mi manca e la sua assenza mi è pesata addosso come un macigno, mentre cercavo di renderlo fiero nonostante io fossi così diverso dal suo concetto di essere umano.
Finché ho fatto pace con questa mia differenza. Non sono la persona migliore del mondo e forse non quella che lui si figurava io dovessi essere, però sto facendo del mio meglio per essere una brava persona di cui lui comunque potrà un giorno essere fiero ugualmente. Sarò diverso da quel che lui desiderava io fossi, ma gli piacerò lo stesso, spero.
Ho iniziato guardandomi per quel che sono realmente e accettandomi, adesso sto cercando di migliorare, ma penso sia un percorso lungo e lento.
Sicuramente il primo passo e quello più importante sarà non avere mai più motivo di vergognarmi di me stesso.
Stringo la mano di Max nella mia, le nostre dita allacciate mentre lui finisce di raccontare e trattengo a stento la voglia di telefonare a quello stronzo ed insultarlo.
Per un momento mi chiedo cosa dovrei dire, cosa si aspetta o cosa è meglio, ma poi mio padre mi torna in mente di nuovo e non ho più dubbi.
Senza pronunciare mezza parola, mi allungo verso di lui e sfioro lieve le sue labbra. Max si aggrappa alle mie subito quasi che non aspettasse altro, così schiudo le labbra, le fondo in un’unica cosa e con le lingue il bacio viene approfondito.
Cerco di metterci tutta la dolcezza che ho usato prima suonando il piano a casa, e altre parti melodiche mi sovvengono da aggiungere a quelle canzoni. Spero di ricordarle.
Max si rilassa distintamente contro di me, non solo le sue labbra ed il suo bacio sono meno nervosi e disperati, ma anche la sua mano mi stringe con meno ossessione ed io sollevato rimango a baciarlo più a lungo.
Quando lo sento sereno, mi separo dalla sua bocca, appoggio la fronte alla sua e aggiungo una mano sulla sua guancia carezzandolo delicatamente.
Apro gli occhi in attesa che lui faccia altrettanto e quando si decide, mi mostra i suoi occhi blu intensi e carichi di così tante emozioni che non saprei nemmeno tradurle tutte.
Non è semplicemente nervoso e turbato o confuso, è tutto insieme. È così meraviglioso ed io vorrei un giorno riuscire ad esprimere così tanto nello stesso momento.
- Sei arrivato all’ultima giornata col punteggio uguale a quello del miglior pilota della della storia. Non ha importanza com’è andata l’ultima gara e come sarebbe stata se Masi non avesse fatto niente. Hai fatto la storia già prima di quella gara. Alla fine sarebbe stato comunque sbagliato escludere uno di voi due dalla vittoria finale, è la stagione che tutti ricorderanno per sempre. Ognuno può avere la propria opinione e considerare Lewis il vero vincitore, ma i fatti parlano ed i fatti dicono che tu prima dell’ultima gara dell’anno eri a pari punti col migliore di sempre. Questo nessuno lo potrà mai confutare.
Max sentendo la mia opinione in merito, si apre in un sorriso sorpreso. Era una versione che non aveva mai considerato, e probabilmente parla il meno possibile di quella famosa gara proprio perché ne parlano tutti fin troppo.
Ci sono state molte opinioni in merito, ma forse gli mancava la mia perché le congratulazioni che gli ho fatto quella sera non credo nemmeno le ricordi, e poi dopo ho solo puntato sul fatto che ero invidioso del fatto che ha vinto un mondiale prima di me, perciò dovevo scusarmi di quello.
Sapere come la penso e che la mia considerazione è così valida, lo rilassa e scaccia suo padre.
Mentre lo facciamo, mentre lo mettiamo da parte, mi rendo conto d’aver sbagliato.
Non dovevo metterlo da parte, prima si aspettava scopassimo per non fargli più pensare a lui, ma mi sono messo a parlare e così lui l’ha fatto. Spero si sia sentito un po’ meglio nel farlo, ma alla fine non volevo aiutarlo a mettere di nuovo da parte suo padre.
Volevo esorcizzarlo. Solo che ero preso alla sprovvista, non mi aspettavo succedesse ora. La prossima volta sarò pronto. Deve parlarne ed estirparlo, non metterlo da parte.
Max torna a baciarmi ed io accetto per poi staccarmi per ripetergli: - Io sarò sempre qua per te. Voglio che me ne parli.
Max annuisce e finalmente smette di dire che non c’è niente da dire. Forse ha capito che invece c’è e forse era quello il problema più grosso per lui finora.
Non voleva vedere che un problema in realtà c’era. Adesso pare averlo capito e forse è il primo passo, questo, per aiutarlo. Gli altri arriveranno piano piano, non abbiamo fretta, non c’è una scadenza.
Lascio le mani per poterlo abbracciare e riprendere a baciarlo con più forza e calore, finché non scivola lui stesso fragile contro il mio collo ed il mio petto. Si sistema lì facendosi avvolgere da me ed altre note dolcissime mi vengono in mente alle composizioni che facevo prima.
Spero proprio di ricordarle.
Max, ci penserò io a te. Non a dimenticare, ma a ricordare e tirare fuori.
Tirerai fuori non solo dei ricordi dolorosi e degli sfoghi tonanti, tirerai fuori anche il dolore stesso che sono sicuro, conoscendoti, non hai mai riconosciuto ed eviscerato.
Ti farò stare bene, stare bene sul serio. Perché quel che provo per te sta crescendo al punto che dovrò dargli un nome appropriato, ma nel frattempo che io trovo il coraggio di farlo, mi occuperò di te e della tua felicità.
Non voglio che niente e nessuno ti turbi.
Non so che nome ha ciò che provo, non lo so proprio, ma è prepotente e crescente e caldo proprio come te.
Sono felice, non voglio essere da nessun altra parte che qua al tuo fianco e questi tre giorni a Manama da soli saranno straordinari perché sarò con la sola persona al mondo di cui mi importa più di ogni altra cosa.
Non merito di dirti ancora cosa provo per te, ma un giorno lo farò, quando mi sentirò meglio con me stesso e con la mia coscienza. Quando la vergogna per non aver mai voluto vedere il tuo disagio e dolore sparirà e non sarà più forte del sentimento che provo per te.”