89. FUORI DALLA PRIGIONE
/Charles/
“Le dita allacciate pendono esattamente nel mezzo dei lettini affiancati sul posteriore del mio yacht, su cui siamo stesi a prendere il sole; siamo a pancia in giù, i visi rivolti uno verso l’altro a crogiolarci al caldo di questa splendida giornata a due che vorremmo non finisse mai.
So che con lui le sto provando tutte, ma visto che prima aveva iniziato lui, credo sia pronto o che quanto meno lo voglia. Me l’ha praticamente detto.
Da un lato vorrebbe tirare tutto fuori e sfogarsi, dall’altro non vuole perché si sente un ingrato.
Ma siamo io e lui, anche se lo fa non succede nulla, non si tratta di andare davvero da lui e dirgli chissà cosa.
Prima in acqua mi è apparso chiaro: deve piangere, ma non è una cosa che si può fare a comando, né puoi indirizzare.
È solo che so gli serve questo.
Uno di quei sfoghi grossi che finiscono in pianti e urla, non necessariamente in faccia a suo padre, ma lo deve fare per sé stesso e per quel bambino che ha patito solo lui sa cosa con quell’uomo.
Così mi mordo il labbro mentre osservo con una certa ansia il suo viso.
Spingerlo adesso forse è rischioso, ma credo che sia nello stato d’animo più disposto che gli abbia mai visto; ritrovare un altro momento perfetto potrebbe essere impossibile.
- Se potessi tornare indietro ora a quel giorno ad Abu Dhabi cosa gli diresti?
La prendo larga, perché non è questo che voglio sapere. Voglio sapere che diavolo gli ha fatto, ma una parte di me sa che quando lo saprò potrei scoprire un nuovo lato di me che non sapevo di avere.
Stringo ulteriormente le nostre dita allacciate e lui apre pigramente gli occhi, sapevo che non dormiva.
La barca si dondola lieve e quasi impercettibilmente, il mare oggi è splendido e calmissimo, una giornata davvero perfetta.
I suoi occhi blu si fissano sui miei inizialmente appannati, poi incerti sul darmi corda o meno; infine, forse un po’ perché ne vuole parlare ed un po’ perché altrimenti non mollerò mai di rompergli le palle, finalmente si decide.
La sua voce bassa e roca inizia a levarsi, gli occhi si perdono oltre la mia testa, la balaustra, il mare, l’orizzonte, il cielo. Proprio quello che vedo io andando oltre la sua testa.
- Non è quando mi ha detto che sapeva di essere stato troppo duro con me, ma che era convinto sarebbe stato efficace solo quel metodo perché sono una testa dura come lui. Quello lo posso condividere, va bene, dopotutto.
Max inizia come se avesse inciso a fuoco ogni singola parola che gli ha detto. Me ne rendo conto perché sembrano parole troppo precise.
Non le potrà mai dimenticare: non per le parole in sé, ma per le mancate risposte.
Io non lo interrompo, ma mi stupisce che non devo esortarlo.
- Però quando ha detto che ha vissuto il suo sogno attraverso me, avrei voluto dirgli ‘ed il mio?’
È quello che gli ho detto prima, deve averlo colpito.
Respiro piano per paura che la magia che si è creata si rompa. Mentre Max continua, mi rendo conto che ha davvero un sacco voglia di parlarne; forse il fatto di non doverlo fare con lui ma con me lo sta aiutando. Insomma, finalmente ha capito che se lo fa con me non ci sono pericoli.
Si deve iniziare da qualche parte. Io sono convinto dovrà dirglielo anche a lui, un giorno, ma so anche per esperienza che non si può passare da zero a cento così. Prima ci sono i numeri intermedi.
- E quando mi ha detto che non l’ho deluso e che voleva solo tenere alta la mia motivazione, volevo chiedergli se non bastavano le parole, se servivano per forza anche le punizioni.
Quando lo dice, i brividi mi corrono lungo la schiena e faccio una fatica bestiale a non battere ciglio.
È un istante velocissimo, un’ondata di rabbia mi investe, ma sto immobile e non muovo nemmeno mezzo muscolo. Mi concentro un sacco. Perché vorrei scattare in piedi e cominciare a fare il pazzo, ma non sarebbe nel mio stile. È solo che sento di aver bisogno io, ora, di fare qualcosa.
Ma devo stare immobile o lui si chiuderà a riccio.
È come se non possa accettare pienamente ciò che lui stesso ha vissuto. Un po’ come quelli che rimuovono i traumi per difesa personale.
Lui non li rimuove, ma li sminuisce. Ma adesso con le mie continue stimolazioni comincia a capire e a vederle per quel che sono, ma spero vivamente che i miei occhi ed il mio viso, ora, siano encomiabili.
Sono qua per lui, non per sfogarmi io.
Punizioni?
Stai fermo, Charles. Stai immobile. Stai zitto. Zitto e ascolta. Lui vuole solo essere ascoltato, perché era vero, cazzo.
Aveva bisogno di parlarne. Ne aveva una fottutissima voglia.
- E quando ha detto che sapeva non erano buoni metodi, volevo chiedergli ‘davvero? E allora perché li hai usati comunque? Era davvero così importante motivarmi? Il tuo fottuto sogno di merda era più importante del benessere di tuo figlio? Dici che non erano buoni metodi riempirmi la testa di pugni quando sbagliavo delle gare o farmi tornare a piedi indietro dalle gare dove facevo cagare?’
Come se fosse possibile. Io ricordo tutte le sue gare dei go-kart perché le abbiamo fatte insieme, ed è sempre stato bravissimo—cosa che mi rodeva molto infatti. Dopo è passato alla monoposto, ma ha fatto un solo anno, e senza di me ha vinto tutte le gare. Perciò so di cosa parla e non ha mai fatto così tanto schifo da dover essere punito e comunque di sicuro non in quel modo.
Le voci erano vere e la realtà le supera di gran lunga.
Sta fermo, Charles. Non muoverti. Stringigli la mano come lui stringe la tua.
Sii saldo.
Il tuo ragazzo ha bisogno di te.
Stai qui con lui.
Non muoverti.
Lo picchiava.
Non fiatare.
Lo faceva tornare a piedi dalle gare.
Non battere ciglio.
Chissà quante altre cose non mi dice.
- E poi quando ha concluso dicendo che era fiero di me e che sapeva ce l’avrei fatta, vorrei avergli detto ‘ma vaffanculo!’ Invece che ‘va bene così’. Ma volevo vedere delle scuse in quelle parole, e volevo credere di essere fuori da quella prigione e di essere finalmente libero. Ne avevo bisogno, perciò mi sono aggrappato a quello anche se sapevo che non andava bene per un cazzo, e che fingere quando divento campione del mondo di essere un padre normale, in realtà è patetico. Ma sai, Charlie...
Qua esita e ci riflette guardando di lato, verso il cielo, io alzo la guancia dal cuscino del lettino per guardarlo con più attenzione, mentre le nostre mani restano dolcemente allacciate pendendo nel mezzo.
Non respiro e finalmente prosegue.
- A volte hai solo così tanto bisogno di chiudere una dannata faccenda che ti ha consumato, che non importa anche se non succede in modo giusto e soddisfacente. Prendi quello che ti offrono e lo accetti e ci vedi quel che hai bisogno che sia, pur di stare meglio e voltare pagina. Ma la verità è che non mi sono mai liberato da lui e non so davvero cosa cazzo posso fare per togliermelo di torno. Vorrei solo che facesse veramente solo il padre e se non ne è capace, allora che mi lasciasse fottutamente in pace.
In poco ha finalmente detto tantissimo e non me la sento di approfondire per saperne di più, anche se vorrei da matti. Ma mi rendo conto che non si può, ora.
Ora devo fare il fidanzato e sorreggerlo, perciò mi mi giro mettendomi a pancia in su, contemporaneamente lo tiro con la mia solita prepotenza.
- Vieni qua. - mormoro solo con un filo di voce, mentre il bisogno di gridare ed inveire contro quel pezzo di merda svanisce perché qua c’è lui, ora, che viene sopra qualsiasi altra cosa.
Max si alza senza lasciarmi la mano e mi si stende addosso a pancia in giù. Si adagia sul mio petto come un bambino, quel bambino che non ha mai potuto godere di un’infanzia serena e che ha invidiato quella degli altri.
- Va tutto bene, ci sono io. Non devi sopportarlo da solo, né ingoiarlo o ignorarlo o soffocarlo. Ci sono io, lo sopporto io con te. Vedrai che diventerà più facile. Sei fuori da quella prigione, è solo che lo deve capire anche lui. Ma sai una cosa? Piano piano glielo faremo capire. Troveremo un modo che ti vada bene e che sia efficace.
Mentre lo dico con una calma ed una dolcezza che non so se ho mai avuto con altri, mi rendo conto di una cosa.
Era una gran fortuna che oggi fossimo qua da soli e che quello stronzo di suo padre non fosse alla mia vista.
Una fottutissima fortuna.
- L’unica cosa efficace sono le maniere dure, l’ha detto lui stesso! - dice in un misto fra l’amaro e l’ironico, in un grottesco tentativo di alleggerire un momento pesantissimo.
- Sono qua per te. - continuo a mormorare carezzandolo.
Max nasconde il viso contro il mio collo e sentendo la sua schiena bollente dal sole appena preso, prendo dal suo lettino appena abbandonato l’asciugamano e glielo tiro sopra per evitargli un’ustione vista la sua pelle delicata da biondo di cui sono più preoccupato di lui.
Max si lascia fare, non si muove e non parla più. Non cerca di scherzare, non si ribella.
Una doccia fredda. A me ci vorrebbe una doccia gelida. Od un tuffo nel mare congelato.
Ma è mio dovere stare qua e sorreggerlo, abbracciarlo e stare con lui.
Gli bacio la fronte e non dico nulla. Non commento oltre. Non provo a fare discorsi filosofici. Seb saprebbe cosa dire, probabilmente direbbe qualcosa di simile a ciò che direbbe mio padre.
I figli non sono il riflesso dei padri. Non sono il loro riscatto, non sono un modo per ottenere ciò che hanno mancato. I figli devono solo essere felici.
Ma la mia bocca rimane sigillata, posata sulla sua fronte, e le mie mani sulle sue spalle, sulla sua schiena, sulla sua nuca, sul suo collo.
- Ci sono io, ora, con te.
Questo però sì che è da me. Perché ho la presunzione di pensare di essere abbastanza per lui, perciò è questo tutto ciò che continuo a dirgli. Tutto ciò che mi sembra sensato e che io vorrei sentirmi dire in un momento di crollo. “
/Max/
“Se mi passava sotto un tritacarne sarebbe stato meglio. È stato meno brutale dello schianto al 51G che ho fatto l’anno scorso.
Questo... cazzo, questo ha la potenza di uno tsunami.
Anneghi e basta, non tenti di sopravvivere, nemmeno provi a nuotare.
Ti fai travolgere e basta, e poi dopo alla fine cerchi di capire se sei ancora vivo o se sei già morto.
Sono vivo o morto?
Dire a Charles ciò che avrei voluto dire a mio padre qualche mese fa ad Abu Dhabi, è stato fottutamente catartico. Non come dirlo a lui, non credo riuscirei a farlo, non così calmo come l’ho fatto ora.
Adesso ci sono riuscito perché lo dicevo a lui ed è incredibile; mentre gli sono steso addosso come un gatto che si allunga sulla pancia del suo umano, me ne rendo conto.
Aveva di nuovo ragione, ma non glielo dirò mai!
Ce l’aveva ad insistere tanto su questa storia di mio padre. Non gli ho nemmeno detto tutto, molte cose non le ho tirate fuori, ma adesso sono massacrato così, figurati se ho la forza di dirgli altro.
Adesso che sa molto di più, sento che freme sotto di me; lo sentivo prima ed era proprio quella tensione che attraversava tutto il suo corpo e che arrivava a me attraverso le nostre mani allacciate, che mi ha dato la forza di continuare.
Perché credo che fosse furibondo come non l’ho mai visto, tanto da essere irriconoscibile; ed io so che lui ha in realtà un temperamento complicato. Ma non si è mosso, non ha battuto ciglio, a momenti nemmeno respirava, ma io sapevo. Sapevo che era fuori di sé, profondamente toccato e sconvolto da quel che gli dicevo.
E non è tutto ciò che ho detto.
Ma ci andrò piano, un po’ per volta, sia per me che per lui. Sono cose che bisogna avere il tempo e la forza di sopportare, oltre che di raccontare.
Però mi sento già un sacco leggero e diverso.
Aveva fottutamente ragione, aveva senso dirla a qualcuno. Certo, non poteva funzionare con uno qualunque, penso che funzioni perché è lui, la persona che so benissimo di amare. Ma so che se glielo dico ora lo metto nel panico, adesso è il momento sbagliato per dichiararsi.
Con una persona normale non ci sarebbero problemi, ma Charles non è normale; ha sempre avuto paura di non poter provare emozioni o di non essere capace di esprimerle, perciò sicuramente questa cosa dell’amore è delicata, è un campo pieno di mine nascoste.
Charles è il mio splendido campo minato, ma se fosse un semplice prato fiorito non sarebbe la stessa cosa. Forse sono innamorato perso proprio perché è così dannatamente diverso da tutti e complicato e delicato e strano.
No, se fosse normale non lo amerei tanto.
Ma lui si annulla per stare con me e capisce di cosa ho bisogno, e non avevo dubbi che ci riuscisse.
Voglio solo che stia con me e che qualunque cosa venga fuori, lui mi sostenga e mi stia vicino.
Ne sono uscito, da quella prigione, ma non ne ero sicuro e di certo non lo è mio padre che pensa di avere ancora quella chiave in mano che mi impedisce di andarmene.
Ma io sono libero; se me lo dice Charlie è vero.
Ripenso a quando ha detto che troveremo un modo efficace per fargli capire che non mi tiene più in pugno e non mi può trattare come cazzo gli pare, che adesso sono libero e ho la mia vita da vivere.
È più facile a dirsi che farsi. Un metodo efficace con mio padre? Ne esiste solo uno e lo conosciamo tutti.
So che ci litigherò di brutto, un giorno. Che gli vomiterò addosso tutto, ma proprio tutto.
Solo che prima di ora non potevo farlo, non volevo e non ne sarei stato capace. Adesso sì perché Charles mi ha definitivamente liberato. Quella dannata porta era aperta, bastava solo spalancarla, lui è entrato e mi ha preso per mano trascinandomi fuori a forza.
Sto vivendo la mia cazzo di vita come voglio. E sto bene. E sono felice. Ed è la vita che lui non vorrebbe io vivessi, ma la vivo comunque perché è mia e sono libero. Sono davvero libero. Solo che non l’avevamo capito.
Ma adesso grazie a Charles ci sono riuscito ed ora lo faremo capire anche a quell’altro coglione di cui porto il cognome.
Strofino la faccia contro il suo collo, i battiti del suo cuore impetuoso si calmano via via sempre più.
Mi lascia tanti piccoli baci e mi carezza dolcemente dalla nuca alla schiena sotto il telo umido, riempiendomi di brividi di piacere.
Sto di nuovo bene ma ne voglio ancora di più.
Inizio a strofinarmi lentamente su di lui. Ormai i nostri costumi sono asciutti e muovo le dita abbassando entrambi con una certa abilità, limitandomi a sollevare il bacino solamente quel che serve.
Charles capisce subito cosa voglio fare e passa dal carezzarmi la nuca ed il collo, a prendermi per i fianchi nudi e aiutarmi ad indirizzarmi su di lui, mentre mi muovo lentamente ma in modo molto esplicito.
I brividi aumentano e dal silenzio in cui eravamo, ora si levano i nostri sospiri.
I nostri cazzi si strofinano a vicenda uno addosso all’altro indurendosi e pulsando. Giro sul suo col mio andando via via sempre più alla ricerca di piacere e godimento. Ogni volta che mi muovo affondo sempre più come se lo scopassi, e Charles mi accompagna lasciandomi libero di muovermi come voglio.
Mi sollevo col capo e lecco il suo collo che sa di sale, crema e sudore, salgo sul mento che gli succhio dove c’è un po’ di barba trascurata di questi giorni che lo rende fottutamente sexy. Poi faccio mie le sue labbra che succhio insieme alla sua lingua, infine ci baciamo.
È come suggellare una dichiarazione che non ci siamo fatti. Ti amo, ma non lo sai, perciò potresti viverlo come un grazie. O magari come un non abbandonarmi mai sul serio, ti prego. O annegherei.
In qualunque modo la viva va bene.
Quando sento che nessuno dei due ce la fa più, mi alzo togliendomi del tutto il costume che avevo solo abbassato per non staccarmi da lui. Lo lascio a terra insieme all’asciugamano, poi mi rimetto sopra a cavalcioni, mi lecco abbondantemente la mano e gli lubrifico il cazzo.
Charles spinge la nuca all’indietro gemendo, affonda le dita sulle mie cosce. Quando mi pare scivoloso a sufficienza, mi sollevo sulle ginocchia e mi muovo fino a sistemarmelo fra le natiche che apro con l’altra mano.
Lui, steso dritto sotto di me, mi indirizza e mi aiuta tenendomi i fianchi; mentre lo fa, ci guardiamo un istante. lLo sento grosso sotto la mano mentre cerco di beccare il mio buco pronto per lui.
Lo vuole da matti, dopo il trattamento, ma io ne ho proprio bisogno. Così dopo aver trovato il punto giusto, scendo con un movimento fluido e deciso.
Il suo cazzo fa per entrare, ma poi scappa perché mi tendo con un riflesso incondizionato; così Charles infila la mano fra di noi e mi aiuta a metterlo meglio. In due ci riusciamo, ridiamo eccitati e nervosi per poi tornare a riprovarci.
La posizione non è comoda e pratica perché lui non può aiutare molto e i movimenti sono limitati, soprattutto se non sei molto agile, ma alla fine riesco a scendere bene su di lui e questa volta rimane dentro.
Sto fermo un istante per abituarmi e poco dopo inizio a muovermi fluido, inarcandomi in avanti e schiacciandomi su di lui per poi alzarmi con attenzione fino a trovare i movimenti giusti, sensuali. Come un’onda perpetua che via via aumenta sempre più fino a diventare un cavallone alto.
Ma non è di quelli che fanno paura. È di quelli a cui ci si abbandona, come quando lo cavalchi col surf.
Io e Charles finalmente siamo perfettamente sincronizzati: mi scopa lui, ma in realtà è come se lo facessi io ed è strano, è bello. Per la prima volta mi lascia fare e questo mi fa impazzire al punto che se non ero emotivamente sconvolto, probabilmente questa volta l’avrei scopato io.
E credo che lo voglia pure lui.
Questo pensiero mi eccita da matti ed aumento i movimenti mentre lo cavalco come farei con l’onda impetuosa. Lui mi tiene per i fianchi accompagnandomi, cercando di farmi andare più forte e affondando di più, ma visto che sembro non soddisfarlo abbastanza, sua maestà passa agli ordini vocali, tornando di fatto in sé, cosa che adoro.
- Maxie, più forte. Più forte e più veloce. Sto impazzando...
Quando scopi detti tu il ritmo, è difficile rimanere passivi sotto e lo capisco, ma per me è la prima volta che lo facciamo così ed è sconvolgentemente bello. Così bello che voglio rifarlo.
O meglio.
Voglio farmi lui.
Lo accontento aumentando sia i movimenti che la forza con cui lo cavalco; ben presto mi raddrizzo, i brividi corrono su di noi aumentando il piacere a dismisura al punto che mentre mi faccio scopare scopandolo io stesso, mi masturbo non facendocela più.
Il mio cazzo duro trova finalmente soddisfazione e quando gli schizzo sul petto e sulla pancia abbronzata, Charles guarda, poi con un gemito forte, rotea gli occhi all’indietro, si inarca tendendosi tutto e mi viene dentro.
Lo sento che mi inonda bollente e lo fa affondando le unghie sulle mie cosce.
Non l’ho mai visto così coinvolto e carico d’erotismo. È sesso puro, è l’essere più bello che abbia mai visto.
Si vede che gli è piaciuto più del solito, forse perché era come se comandassi io.
Ansimando sfinito più che mai, mi accascio su di lui appoggiandomi al suo petto, poi lo bacio succhiandogli il mento ed il labbro. Charles apre la bocca e mi viene incontro nonostante sia ancora nell’estasi e sfinito.
Non ci diciamo niente, non ne saremmo in grado, ma solleva faticosamente le braccia e mi cinge il collo; affonda le dita fra miei capelli e mi stringe a sé prepotentemente.
Sì, sono ancora suo ed è la cosa più bella del mondo.
Essere voluti così è meraviglioso ed io sono libero di sentirmi così tutte le cazzo di volte che voglio.
Io, là dentro in quella cazzo di prigione, non ci tornerò mai più.
Sono libero. Fottutamente libero. E amo Charles. Lo amo da impazzire.”
NOTE: tutte le volte che parlo di quel che ha subito Max da piccolo, è sempre difficile. In parte ho preso quel po’ che è risaputo—alcune punizioni sono di dominio pubblico purtroppo—altre cose sono chiaramente frutto della mia immaginazione. Non lo dirò mai abbastanza: è solo una storia su persone reali, ispirata ad alcuni fatti veri, ma prevalentemente inventata.
Da un punto di vista psicologico, chi ha subito abusi—intesi come infanzia particolarmente dura—reagisce in vari modi. Uno di questi è chiudersi e sminuire i fatti dolorosi per sopravvivere, in certi casi addirittura vengono cancellati. Sono tipici meccanismi di difesa.
Nel caso di Max ho pensato che lui li ricorda bene tutti, ma li ha sempre sminuiti per normalizzarli e sentirsi meno diverso possibile dagli altri, convincendosi che era comune per i figli essere trattati così duramente dal proprio padre. Per lui ora aprirsi e parlarne è molto difficile, ed è una cosa che viene fatta piano e a piccole dosi. Lentamente verrà fuori tutto l’iceberg.
Ho usato per tutta la fic il modo di fare sesso come mezzo di esternazione dei loro processi interiori di crescita e dei loro stati d’animo. Ogni volta che lo fanno in un determinato modo particolare, c’è un nesso con quel che stanno passando emotivamente. Qua, per esempio, il fatto che sia Max a gestire l’amplesso nonostante sia ancora passivo, dimostra la volontà di uscire dal suo bozzolo ed i primi tentativi che iniziano a dare frutto.
Grazie come sempre a chi legge e commenta. Alla prossima. Baci Akane