1. LA SCINTILLA
*Max*
- GRAN BRETAGNA 2019 -
Non avrei mai detto che l’avrei rivalutato, quel principe snob con la puzza sotto il naso ed un eccessiva considerazione di sé stesso.
L’ho sempre visto come lo stronzo fortunato con la famiglia migliore, l’infanzia migliore e tutto ciò che un ragazzo può desiderare. Per questo non mi è mai piaciuto, non abbiamo mai legato. Ci siamo sempre odiati ed ero convinto che anche in F1 avremmo continuato così.
Perciò sono stupito di questo suo modo prepotente e non convenzionale di affrontare questa situazione in pista.
Charles Leclerc è uno che è sempre stato a tutte le regole, gli piace fare le cose per bene e preciso, si prende tempo se necessario, pur di riuscire, ma odia farle male. Però oggi lo stronzo mi ha ritornato la stessa manovra sporca e ‘fuori regola’ della scorsa gara.
Aveva provato a farmi penalizzare per quella, ma per fortuna i commissari hanno deciso proprio lì di permetterci di gareggiare in pista senza sanzionare ogni singola manovra. Meglio tardi che mai.
Certo, posso capire la frustrazione, ma sono cazzi loro. Non mi lamento di certo di un verdetto che per una volta è in mio favore. Fanno sempre di tutto per rompermi i coglioni, non piaccio a nessuno perché ho una faccia di merda e la mia boccaccia non la tengo mai chiusa, perciò mi odiano e appena possono mi sanzionano.
Per una volta che non è successo, non mi lamento, ma riconosco che hanno avuto un tempismo di merda per cambiare le regole ed essere meno severi, specie considerando che in Canada la Ferrari di Seb era stata penalizzata per la stessa manovra che ho rifilato io a Charles in Austria.
Però il pandemonio che a fatto Seb quella volta, deve aver funzionato. Guarda caso contro la Ferrari.
La cosa fa ridere, è ironia allo stato puro; rido allo stesso modo ripensando a quel che è successo in questa gara inglese.
Quando in corsa mi hanno detto che Charles non veniva penalizzato per quella manovra che ha copiato a me apposta–perché so che l’ha fatto apposta–ho riso.
Ma va bene così, mi sono detto. Quel che è giusto è giusto.
Non è questo in sé che mi sorprende e mi piace davvero, ma l’idea che uno corretto e giusto come Charles, che la mena da morire con il guidare pulito e bene per essere un bravo pilota–perché se vinci con mosse sporche non sei un bravo pilota–poi si metta a fare mosse sporche di proposito per darmi delle lezioni e dei messaggi chiari.
In un istante, ripensando a quel momento preciso, rivaluto immediatamente Charles.
Non è più il ragazzino odioso saccente che mi guarda dall'alto in basso, il piccolo principe del cazzo.
È uno stronzo fottutamente interessante, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e pur di mettere a posto qualcuno, è disposto a mandare a puttane la sua gara.
Incredibile.
La sua frase in risposta ai giornalisti su cosa pensava del verdetto della gara austriaca, mi torna in mente.
Ha detto qualcosa tipo ‘bene, mi basta sapere come ragionano, mi saprò regolare’. Non erano le parole esatte, ma le ho sentite per caso e non mi si sono più tolte dalla testa.
Quasi mi aspettavo una mossa simile, oggi, ma siccome non sarebbe stato dal Charles corretto noioso che pensavo di conoscere, non ci volevo credere finché non l’ho visto coi miei occhi. E mi è piaciuto.
Cazzo, mi è piaciuto da morire.
È da qui che capisco com’è veramente Charles e non riesco a nascondere che questa versione è molto più consona a me e al mio modo di essere.
Non è il fatto che sia ‘sporco’ come me, sotto quell’aria perfetta che si mette addosso, ma che non si faccia mettere i piedi in testa perché lui, in realtà, vuole solo stare davanti a tutti. L’idea che in realtà questo sia il suo vero carattere mi si infila in testa e non mi molla più. Perché è fottutamente bello, in realtà.
Non che lo cerchi, ma diciamo che sto in area media più del necessario, invece di limitarmi alle solite solite risposte veloci post gara per potermene andare il prima possibile.
Charles è arrivato terzo, perciò ha qualche impegno più di me. Non che lo voglio incrociare per forza, ma se ci riuscissi vorrei chiederglielo; per vedere se avrebbe la faccia tosta di guardarmi negli occhi e rispondermi.
Perché io sono provocatore nato, ma se ho appena capito bene com’è fatto davvero, non si tirerà indietro da niente.
Alla fine la mia pazienza e testardaggine vengono ricompensate. Appena vedo che lui finisce con le sue e sta per andare verso la sala stampa, scatto ed accelero il passo. Cerco in tutti i modi di essere naturale e non sembrare morso da una tarantola, ma appena si allontana dai giornalisti e dalle loro telecamera, lo affianco come se andassi nella sua stessa direzione, cosa che in realtà non è così perché dovrei andare a cambiarmi per andarmene.
Gli do un colpetto col gomito come per salutarlo nel trovarmi ‘casualmente’ vicino a lui. Charles mi nota e con sorpresa fa un altro cenno, poi svolta a sinistra e fa per salire le scale verso la sala, seguendo gli altri due piloti vincitori di oggi. È qua, in questo brevissimo istante e tratto in cui siamo quasi soli o comunque senza scocciatori particolari intorno, che lo saluto con una frase sferzanti delle mie.
- Ehi! - lo chiamo arrogante. Charles si ferma dopo due gradini, si gira sorpreso e mi guarda. Non sembra teso o in soggezione, non è nemmeno incazzato come la volta scorsa. Ovviamente no, oggi gli è andata bene a lui, anche se tutto il nostro confronto è stato lungo e molto bello, per la verità. E forse è questo, più che la sua mossa restituita, ad essermi piaciuta di oggi.
- Bella sfida, oggi! - e che cazzo dici, Max? Ora gli fai i complimenti? Non dovevi dirgli una frase di merda delle tue per vedere se si incazza e se butta giù la maschera?
Ma Charles, sorpreso quanto lo sono io, sorride meravigliato ed annuisce.
- Sì, molto bella! Bei sorpassi. Congratulazioni! - si riferisce al fatto che nonostante quel momento fra noi dove mi ha accompagnato dolcemente e volontariamente fuori pista, alla fine la nostra sfida personale oggi l’ho vinta io in modo legale, seppure a salire sul podio sia stato lui anche se non perché mi ha superato in modo diretto.
Devo dire che ha ragione, sono stato fottutamente bravo oggi con lui. E senza mosse sporche. Insomma, ce le siamo date a vicenda di santa ragione, ma in generale è stato fottutamente eccitante.
Appena sorride noto che quando lo fa è bello. È la prima volta che lo penso guardandolo, ma mentre facciamo per separarci–io per tornare indietro nella direzione reale che devo prendere e lui su per le scale–si ferma di nuovo e torna a girarsi e chiamarmi allo stesso modo.
- Ehi! - fa poi. Un colpo allo stomaco mi fa trattenere il fiato. Che cos’è, ora, questo? Mi fermo e torno indietro spuntando dall’angolo dietro cui ero sparito, siamo ad una distanza di poco più di un metro, forse due al massimo.
Lui ha un’espressione indecifrabile, ma penso curiosa. Ed è ancora bello come poco fa, quando mi ha sorriso. Forse era il primo sorriso che mi ha regalato.
- Pensavo avresti detto qualcosa su quel che ho detto prima. - fa lui.
Io, che non ho sentito mezza parola delle sue interviste anche se ero lì, rispondo: - Non ho sentito, sinceramente. Cosa hai detto?
A questo punto Charles torna a sorridere, ma non è lo stesso di prima. È un sorriso ben diverso. Malizioso ed ironico.
E qua, invece che bello, lo trovo fottutamente sexy!
Oh, cazzo!
- Che adesso Verstappen sa di non essere solo in pista!
Appena me lo rende noto lui stesso, come se ci tenesse a sapere cosa ne penso, finisco per ridere spontaneo e divertito.
- Ben fatta! Adesso lo so!
Faccio per andarmene con ancora la sua splendida faccia sexy che mi fa quel sorrisino ironico bello da morire; ma mentre sparisco, aggiungo forte e chiaro per farmi sentire da lui: - Era ora!
- Ehi, era ora cosa? - Charles addirittura ridiscende le scale e si affaccia lui dall’angolo del muro che ci separava; io mi giro continuando a camminare, ma gli rispondo con lo stesso sorriso ironico che mi ha appena regalato. So che non avrà lo stesso effetto perché non sono bello come lui, ma lo faccio lo stesso.
E, ovviamente, torno ai miei modi provocatori.
- Di non essere solo in pista!
Charles a questo non risponde, ma mi guarda ironico e divertito mentre continuo a camminare, poi siccome sto per sbattere contro qualcuno, devo girarmi e guardare avanti; lo faccio ridendo, ma mi volto ancora una volta e vedo che ride pure lui.
Cazzo, è appena successo qualcosa.
Ma qualunque cosa sia, mi piace. Mi piace da matti. Sento che è l’inizio di qualcosa, e non so se sia solo in pista, ma anche se fosse solo lì mi andrebbe benissimo.”
*Charles*
- BELGIO 2019 -
“L’ennesimo lutto della mia vita arriva a colpirmi incredibilmente ravvicinato dal precedente; troppo, forse.
Specie considerando di chi si tratta.
Un ragazzo di 23 anni, nel 2019 non dovrebbe morire in pista. Specie dopo 4 anni dal precedente.
Guarda caso amico mio anche lui.
Wow, Charles. Che bella statistica hai all’attivo. Preferivo averne una diversa, come il pilota più giovane a vincere una gara, ma ovviamente quel record lo detiene qualcuno che mi brucia lo abbia. Tuttavia non è questo che mi importa realmente.
Mi muovo per i corridoi bui dell’hotel di lusso dove pernottiamo noi piloti, ma non so cosa faccio né dove vado.
È tutto vuoto, tutto silenzioso, non so nemmeno che ora è. Tardi?
Ma poi dove sto andando? Non ne ho idea, avevo solo bisogno di uscire dalla camera, di staccarmi un momento da Pierre. Ne ho approfittato che si è appisolato, finalmente, dopo infinite lacrime.
La notizia della morte di Anthoine dopo qualche ora di agonia in ospedale, mi risuona ancora nella testa come se l’avessi appena ricevuta.
Così come le lacrime di Pierre e la sua stretta dilaniante. Mi ha abbracciato così forte che ad un certo punto mi sono trovato a sostenerlo. Ha pianto anche per me e per fortuna che c’era: dovendomi occupare di lui non ho avuto modo di pensare e capire bene, di vivere a fondo ciò che è successo. Rivivere i miei fottuti drammi. È andato tutto veloce, così tanto che ora, in un orario imprecisato della nottata, cammino per l’hotel deserto e buio senza sapere nemmeno dove vado.
Sono in ciabatte, in shorts e t-shirt, senza niente in mano, nemmeno il telefono. Solo la mia chiave elettronica.
Mi muovo senza pensare, col solo bisogno di allontanarmi da quell’aria densa carica di lacrime e disperazione, ma non ho un’idea precisa, né un bisogno. Vago fino a raggiungere l’area relax dove ci sono delle macchinette, ma non ho nemmeno spiccioli con me e comunque non ho voglia di niente.
Prima di raggiungere la saletta a disposizione dei clienti, rallento e mi fermo sentendo una voce che parla bassa in inglese.
La voce roca e graffiante è familiare e mi fa venire i brividi prima di realizzare di chi si tratta.
- No, non lo conoscevo veramente bene. - fa in ricezione del silenzio. Una risposta ovattata e lontana mi fa capire che è al telefono, ma per esserne sicuro mi affaccio all’uscio che si apre alla destra del corridoio che stavo percorrendo.
È un’area di medie dimensioni, con qualche poltroncina, delle macchinette per i notturni, una televisione spenta, dei tavolini bassi, una luce bassa di servizio ed un’altra proveniente dalle macchinette davanti cui c’è la persona che parlava.
Appena metto a fuoco Max nella penombra, rabbrividisco e non so nemmeno perché.
Resto qua sulla soglia e l’osservo, non per spiarlo, ma semplicemente perché non riesco a staccare gli occhi da lui, per qualche motivo che non capisco.
È un ragazzo normale, né brutto né bello, vestito come me: shorts, t-shirt e infradito.
L’ho sempre visto in tenuta da pista, che fosse la tuta da corsa o la maglietta della Red Bull. Qualche volta l’ho beccato fuori, in hotel, ma di rado ed era vestito normale. Adesso siamo scappati dal letto.
Parla al telefono, ha un’espressione pensierosa e seria mentre si prende una bibita alla macchinetta.
Dopo che la recupera, si siede in una delle comode poltroncine imbottite, vi sprofonda dentro e continua a parlare al cellulare. Apre la lattina con una mano, poi se la passa sulla fronte perché è fresca e qua nonostante l’aria condizionata, fa caldo.
O forse lo sentiamo noi, il caldo.
- Sì, abbiamo frequentato un po’ le stesse piste, ma lui girava più con gli altri. Sai, Gasly, Leclerc... - l’altra persona dice qualcosa, deduco sia sua madre perché sento una voce femminile molto dolce, ma non capisco cosa dica. Poi lui risponde: - non lo so, non li ho visti, penso ci siano rimasti male.
Vorrei avvicinarmi per sentire meglio cosa dice lei.
Mia madre mi ha chiamato, così come i miei fratelli, ma ho eluso i discorsi e loro non sapevano bene cosa dirmi. Solo di stare attento e che gli dispiaceva, di chiamarli se avevo bisogno di parlare.
Ma non ne ho bisogno. Non credo. Non lo so.
Ascolto Max come incuriosito. Cosa dicono le persone normali in situazioni simili?
Pierre piange e si dispera, lui che fa?
- Mah, non lo so come sto. Normale, credo. Mi dispiace ovviamente, ma non conoscendolo benissimo come lo conoscevano loro, forse sono facilitato. E poi sai come sono fatto, tendo a soffocare le cose...
Sorride a qualcosa che lei gli dice.
- Lo so che questo non significa che non provo nulla. Ma davvero, mamma... non so cosa dire su questa cosa. È una fottuta tragedia. Scusa la parola. - sorrido, deve averlo ammonito. Mi sembrava strano che non dicesse parolacce, di solito ne spara dieci in una frase.
- Però è una tragedia che non dovrebbe capitare più nel 2019, ma purtroppo è la F1, no? Sai che il rischio è questo. La morte. Per questo siamo ben pagati, perché se ci va male possiamo morire. Non è bello per nessuno e nessuno vuole, ma per quanto assurdo sia, ne vale la pena.
Lei dice qualcosa.
- Sì, ovvio. Solo per noi piloti vale la pena.
Appena lo dice, capisco che ha ragione. Che ha perfettamente ragione.
È esattamente come dice lui.
Nessuno può capire, solo altri piloti come noi.
- No, non ho paura. Sono il solito incosciente, lo so. Ma farò attenzione, per quanto si può a 200 chilometri orari.
Lei dice qualcosa, lui sorride e la saluta con una dolcezza che mi colpisce. Solo quando mette giù, mi rendo conto d’averlo spiato. Non me ne sono nemmeno accorto.
In realtà credo di essermi ipnotizzato in qualche modo.
Lui mi ha ipnotizzato. Il suo profilo deciso in penombra.
Nemmeno quando chiude mi rendo conto di essere rimasto qua a spiarlo tutto il tempo. Resto a fissare nel vuoto riflettendo sull’ultima cosa che ha detto, che scava in me, e non mi accorgo che Max si alza e fa per uscire dalla saletta, ma appena mi vede si ferma imprecando sorpreso.
- Cazzo Charles! Mi hai fatto venire un colpo! - fa lui spontaneo raggiungendomi alla soglia dove sono fermo a bloccare la strada.
Ha ancora la lattina mezza piena in mano. Ci guardiamo in penombra, senza vederci bene. Siamo seri. Lui lo diventa appena vede che io lo sono.
È come se fossi ancora ipnotizzato dalla sua conversazione e da quel che ha detto.
- Hai ragione, solo dei piloti possono capire perché ne vale comunque la pena. Ed è impensabile che qualcuno che non corre lo capisca.
Sembrava stessimo parlando tutti e tre insieme e che ora io e lui proseguiamo la conversazione da soli.
Max è spaesato per qualche secondo, ma poi si adatta subito alla mia strana modalità e risponde come fosse tutto normale, anche se sappiamo che non lo è. Specie perché io e lui così non abbiamo mai parlato.
- Non puoi nemmeno spiegarlo bene. Come fai a dire dopo che è appena morto un ragazzo in pista, che comunque ne vale la pena? Credo che sia l’adrenalina che ci rende tossicodipendenti di qualcosa che ci piace anche se ci fa male.
Non l’ho mai sentito parlare tanto, soprattutto non seriamente e profondamente così come ora, ma mi colpisce ancora di più ciò che dice e ascolto con attenzione annuendo stupito.
- Non intendevo dire che la sua morte vale la pena, eh? Non mi sono espresso bene... - si affretta poi a specificare. Io faccio mezzo sorriso annuendo assorto.
- Sì, ho capito, tranquillo.
Ha ragione, è come ha detto. Non lo puoi spiegare a chi non corre.
Resto assorto senza aggiungere nulla e lui poco dopo mi chiede: - Come stai?
Alzo la spalla che non appoggia allo stipite dove resto tutto storto.
- Non lo so, avevo solo bisogno di uscire dalla camera. - Max inarca le sopracciglia interrogativo. - ho Pierre da me, mi ha chiesto di dormire insieme stanotte. Piangeva come un matto. Non ce la facevo, dovevo solo uscire. Appena si è addormentato sono venuto via, ma non so nemmeno a fare cosa.
- Vuoi compagnia? - chiede piano. È così delicato. Così diverso dal solito Max.
La conversazione con sua madre torna a colpirmi. Abbiamo più cose in comune di quel che pensavo.
- Non volevo spiarti, non sono riuscito a staccarmi dalle tue parole. Sembrava mi leggessi dentro.
Forse parlo strano, non certo come un normale ventenne.
Inghiotto a disagio convinto che ora riderà di me, ma lui sembra assolutamente tranquillo e mi porge la sua lattina che guardo.
- Vuoi?
No, non ho sete, ma la prendo e sorseggio un po’ della sua Lemon Soda fresca. Poi gliela restituisco ringraziandolo.
- Non sai nemmeno tu cosa dire quando ti chiedono come stai? - sorrido tirato di rimando, rivelando che ci ha preso in pieno. A questo sorride anche lui con aria di scuse.
- Scusami per avertelo chiesto! Non ci ho nemmeno pensato, eppure avevo appena pensato con mia madre ‘che domanda del cazzo’.
Sono risate nervose e superficiali, risate tese, ma che lentamente sciolgono qualcosa. Del ghiaccio che si era formato fra noi. O che forse c’era sempre stato, ma che ha cominciato a creparsi a Silverstone.
- Fa nulla. La verità è che non so come farò domani. - faccio poi scuotendo il capo ed iniziando ad avviarmi con lui verso le camere.
Percorriamo il corridoio buio, poche luci d’emergenza notturne indicano il percorso giusto per non inciampare.
- A correre? - scuoto la testa.
- A stare davanti a sua madre. Ci sarà una cerimonia prima della gara. Io e Pierre faremo le veci di tutti i piloti in quanto lo conoscevamo meglio. - spiego poi lontano e distante, già come se fossi a domani.
Max rallenta e si gira guardandomi.
- E a correre come farai? - chiede poi stranito. Io mi fermo con lui, forse siamo arrivati alle nostre camere, ma non lo so davvero.
Mi giro verso di lui, lo guardo, non lo vedo bene perché adesso è tanto buio.
- Come ho fatto con Jules e mio padre. - rispondo con estrema semplicità. Mi stringo nelle spalle e faccio un sorrisino imbarazzato, riconoscendo forse di essere strano per questo. Diverso. Sbagliato, magari. Di sicuro non normale.
- Quando salgo in macchina e abbasso il visore è tutto cancellato. Non esiste più niente. Solo la macchina e la pista. È l’unico momento in cui sto davvero bene.
Appena lo dico è come se tutto avesse senso, per Max.
- Non ho paura di correre. Ho paura di stare davanti a sua madre. Ma di correre no. Credevo capissi. - faccio spaesato dalla sua reazione shoccata. Di cosa ti sconvolgi, Max?
- Ma io non sono coinvolto come lo sei tu.
Appena lo dice, è come se uno schiaffone mi raggiungesse la faccia e mi sveglio traumatizzato, sbatto le palpebre e lo fisso sconvolto.
- Sono così orribile? - chiedo a fior di labbra, doveva essere un pensiero ed invece mi è uscito davvero. Appena lo dico me ne pento subito, ma lui è più veloce di me e realizzando cosa ho percepito, mi prende subito il braccio con la mano, scusandosi.
- Non volevo dire questo. Non sei orribile, sei forte. Incredibilmente forte. Non tutti avrebbero quella forza, nemmeno fra i piloti! Io non lo so come correrò domani, penso che non sarò lucido come al solito, non lo so. - Max si affretta a spiegare più di quel che farebbe normalmente, la sua agitazione e paura per avermi ferito mi addolciscono e mi scongelano. Così come il contatto della sua mano sul mio braccio che scende lieve come in una carezza timida.
È così diverso da sempre. Non l’ho mai visto così... umano?
Ma è bello. È bello non esteticamente, anche se non è affatto male in realtà. È bello dentro. Bello come non l’avevo mai considerato.
Purtroppo però la sua mano lascia il mio braccio e si ritira subito come se si pentisse del gesto, pensando d’aver esagerato, ma gli sorrido per tranquillizzarlo.
Spero di essere abbastanza convincente, perché non so proprio che faccia io stia facendo.
- Grazie, Max. Lo apprezzo.
Il buio ci impedisce di vederci bene in viso, ma capisco che anche lui sorride imbarazzato ed annuisce.
- Sii semplice, domani. Penso che in quei momenti la gente in lutto non sente davvero niente di ciò che gli viene detto. Ma lo sai meglio di me. - aggiunge infine come se si ricordasse che sono il re dei lutti pesanti.
Ricordandomene, annuisco.
- Sarò semplice e breve. Non riuscirei ad essere diversamente.
- Se avrai bisogno di scappare, fammi un cenno e creerò un diversivo.
Con questa aggiunta, mi fa anche sorridere; mentre lo faccio annuisco, ma non credo di essere molto bello da vedere. Devo essere grottesco.
- Lo terrò a mente. - faccio poi.
Con un cenno fa per andarsene leggendo il numero delle camere davanti cui siamo, si volge verso la sua che è più indietro e qua, mentre muove un passo lontano da me, agendo d’impulso come normalmente non faccio, gli prendo il polso ed infine la mano. Trattengo due dita e lui si gira verso di me sorpreso. Le sue dita stringono di rimando istintivamente.
- Grazie. - faccio poi. Dopo di questo lo lascio a malincuore e lo guardo entrare nella sua camera.
Resto per un po’ qua in corridoio da solo, fermo in piedi, perso come non mai.
Cosa è appena successo?
È appena cambiato tutto fra noi. Ecco cosa è successo.
“Max Verstappen. Alla fine sei una bella persona, eh?”
Con questo pensiero, trovo la forza di tornare in camera mia da Pierre, che spero dorma ancora.”