4.  APPROFONDIMENTI

-SPAGNA2021-

*Max*

“Kelly arriva come tentativo di togliermi Charles dalla testa. Non è né più né meno di questo. 
È devo dire un ottimo tentativo, perché lei è splendida, brillante, tranquilla e mi calma molto. Non è di quelle isteriche e pesanti, nemmeno pretenziose. 
È oltretutto figlia di Nelson Piquet, un campione di F1, e sa come funziona questo mondo, sa come non rompere le palle a un compagno pilota. Ha anche una figlia piccola, Penelope, che al momento è adorabile. 
Insomma, mi fa sentire normale, mi permette di sognare ed immaginare una famiglia mia, qualcosa di bello e confortevole che ho sempre desiderato. Qualcosa che potrebbe farmi sentire bene. 
Chi non sarebbe felice all’idea di avere dei figli, una famiglia? 
Con Kelly ci provo davvero. Sono sincero. 
Ma è proprio una reazione a Charles. 
La questione con Charles è complicata. 
Mi piaceva, poi ho capito che volevo scoparmelo, poi ho pensato che forse era la scusa per provare quell’esperienza a cui ho sempre pensato. Uno che ha tendenze omosessuali non è che lo farebbe con tutti i ragazzi, magari ci sono pochi che rientrano nei tuoi gusti e di quelli nessuno è disponibile. 
È esattamente questa l’evoluzione. Però al momento di chiudere, non ci sono stato ed ho cercato il modo di rientrare in rapporti e far sì che fossero buoni. 
Dunque attualmente cosa provo per lui? 
Qualunque cosa sia, mi ha spinto a buttarmi su Kelly perché ero frustrato e pensavo troppo a Monza con il continuo pentimento per averlo fermato e non aver approfittato. 
Sono un coglione, ecco cosa sono. 
Diciamo che ora con Charles va bene, ma penso che siamo solo amici all’interno del circuito. Di quelli che se ci incontriamo e c’è il momento giusto, ci fermiamo a parlare molto volentieri e spaziamo anche di varie cose, ma non andiamo mai oltre un certo limite e soprattutto non ci cerchiamo apposta fuori dalla F1. 
Però va bene così, non mi pento di come si sono sistemate le cose. È solo che ogni tanto ci penso a quella notte e mi torna duro. Oppure lo guardo in qualche modalità, magari sudato o bagnato che si toglie la tuta, o quando girano video suoi dove prima di entrare nella macchina si sistema il pacco che sembra ingombrante, e ricordo com’è e tutto torna. La voglia di tanto in tanto c’è, ma credo sia più come un’ossessione mai soddisfatta, tutto lì. 
Al di là di questo, sono contento d’aver trovato il giusto equilibrio con lui e non voglio che le cose tornino a rovinarsi. 

Il 2021 non va male, è meglio del 2020 e per me; comunque meglio di molti altri anni. La macchina va molto bene rispetto ad altre stagioni e stiamo andando bene, fin qua, anche se dobbiamo fare un passo in più per superare Lewis e la Mercedes, ma al momento è presto, sono poche gare fin qua. 
Comunque la F1 è un bel rifugio, quest’anno, cerco di ripetermelo tutte le volte che ho mio padre intorno che decide di esserci a qualche gara che gli piace particolarmente o perché ha cose da fare, persone con cui parlare, affari da portare avanti e situazioni da controllare. 
Sì, sempre come vuoi. 
Non che posso impedirglielo, so benissimo che gli devo molto e comunque ha la mia vita professionale in mano. Di fatto è così. 
Col nervoso ancora addosso per la cena con lui ed altri, rientro nel mio hotel dopo averlo salutato, lieto che non stia nel mio. 
Non è molto tardi, ma nemmeno ancora presto. Mentre passo la hall diretto al corridoio con gli ascensori, lo sguardo vaga di lato verso il bar. 
È tutto tranquillo e oserei direi pure deserto, la sorveglianza è severa durante la settimana di gara negli hotel riservati ai piloti, non mi aspettavo casino, ma con la coda dell’occhio vedo una figura snella e ben vestita appoggiato al bancone del bar. 
Appena lo passo, mi fermo e torno indietro registrando che è fottutamente familiare e quando guardo di nuovo realizzo che è proprio lui. 
Per un momento i brividi mi percorrono. Brividi di non so cosa. 
Non beccavo Charles da solo in un’area tranquilla e deserta da... beh, credo il Belgio? 
È un ricordo dolce amaro. 
Quella volta non eravamo al bar dell’hotel perché era notte inoltrata, ma è una situazione terribilmente analoga. 
Per un momento ci penso. 
Vado da lui o tiro dritto? 
Magari non è solo, magari è andato con qualche amico o collega. Avrà cenato con Carlos, il suo nuovo compagno di squadra che per di più corre in casa? 
Ma quando intravedo il suo sguardo cupo e aggrottato, la sola cosa che tiene scoperto del viso, non ci penso oltre.
I miei piedi si muovono da soli precipitandomi dritto da lui. 
Appena supero la soglia che separa il bar interno dal resto della hall gigantesca e di lusso, con lieto stupore realizzo che è tutto vuoto. 
Forse alla vigilia di una gara, non in molti si fermano a bere al bar. 
In effetti è strano che lui lo faccia, di solito è quello ligio.
Charles ha una camicia che non penso sia troppo elegante, ma su di lui sembra estremamente di classe. Ha la mascherina addosso, mentre la mia era già mezza abbassata. Quando si gira verso di me vedendomi arrivare subito, nasconde l’ombra che attraversava i suoi occhi e l’irritazione nel non potergli vedere interamente il viso per l’ennesima volta, si aggiunge al nervoso procurato dall’esistenza di mio padre. 
Charles, meravigliato, credo sorrida. Credo, perché in realtà con metà faccia coperta che cazzo ne so? 
Cazzo, ho bisogno di vedere se sorride. 
Arrivo spedito al bancone dov’è lui ad aspettare la barista, che è la stessa che sta in hall e che gestisce entrambe le postazioni, gli prendo la mascherina e gliel’abbasso con la mia tipica prepotenza. 
- Che cazzo te la tieni su? Lo vedi che sei solo? 
Charles ride ed era proprio quello che speravo facesse. 
- Adesso no! - fa per fare mezzo passo indietro e rialzarsela, ma poi con un gesto veloce e ancor più prepotente, gliela tolgo del tutto infilandomela in tasca insieme alla mia. Charles allora impallidisce. 
- Max, ci sono delle regole anche qua, dobbiamo... 
- Fanculo le regole, sono stufo delle regole! - sbotto schietto. Lui ride ancora di più e quando la signorina arriva a chiederci cosa prendiamo, mi sposto da lui il necessario per non essere ripresi. 
Lei ci guarda circospetta. 
- Siamo in due ad un metro di distanza e comunque ci siederemo allo stesso tavolo. Il resto è tutto deserto! - spiego prima che rompa le palle con la storia delle mascherine di merda. Cazzo, non le sopporto più!
Charles ridacchia divertito e lei, riconoscendoci, decide di non rompere. 
Alleluia!
Dopo di questo sto per chiedere una birra od un digestivo alcolico anche se alla vigilia della gara non potrei, ma un flash mi riporta al Belgio. Per una volta non a Monza. 
- Una Lemon Soda. - dico veloce. 
Charles mi guarda impallidendo di nuovo. 
È teso davvero, ha qualcosa. Non so come faccio a dirlo, lo so e basta. 
- Due. - fa lui quindi spontaneo per poi aggrottarsi appena lo dice. Ha un altro flashback di Monza. Quando ho chiesto un Gin Tonic e lui ha detto ‘due’. 
Cazzo, e se glielo chiedessi ora? Cosa ricordi di quella sera, Charles? 
Ma lo perderei e non voglio. Sicuramente scapperebbe. 
Così alla fine ci dirigiamo nel tavolino più lontano ed inculato, in fondo alla sala bar per fortuna deserta. Qua nessuno ci sentirà anche se dovessero venire. Per sentirci dovrebbero mettersi attaccati a noi e considerando quanti tavoli sono liberi, è ridicolo. Oltretutto sono tutti sistemati a due metri uno dall’altro in modo da mantenere le distanze sociali. In questo momento le apprezzo. 
Poco dopo la signorina viene a portarci le due Lemon soda e ci lascia soli. 
- Nervoso anche tu? - faccio spontaneo. 
Appena lo dico, mi guarda meravigliato e mi pento immediatamente di quel ‘anche tu’. 
- Anche tu? - ripete infatti lui. 
- Non si vedeva? - chiedo ridacchiando, cercando di distrarlo e alleggerire la situazione. Lui fa un risolino nervoso annuendo. 
- Sì, ma pensavo fosse colpa delle mascherine. 
Colgo la palla al balzo e ne approfitto? 
- Beh, fra le varie cose c’è anche quello, sì. 
Bocca di merda, possibile mai che non riesco a controllarla? 
Charles mi guarda attento e colpito. 
- Cos’altro allora? 
- E tu? - faccio subito di rimando cambiando discorso. A questo Charles sospira appoggiandosi con la schiena alla sedia. Prende la lattina che apre e se la rigira fra le dita per un po’. 
- Si vede? - fa lui poi piano e teso. 
- Adesso ancora di più! - esclamo deciso. Ma il movimento che fa con la bocca è strano, una specie di smorfia che non so come interpretare. 
Per un momento nessuno parla, non so quanto stiamo zitti insieme, iniziamo a bere e non lo forzo a parlare, ma non penso di muovermi finché non mi avrà detto cos’ha. 
- Penso già a Monaco. So che devo concentrarmi su questa gara, ma vedendo che quest’anno la Ferrari fa più cagare dell’anno scorso, temo che non riuscirò a vincerla nemmeno quest’anno. 
Charles si apre incredibilmente. Faccio mente locale. Lui è monegasco, perciò suppongo ci tenga alla gara di casa.
- Ci tieni tanto? - chiedo infatti non sapendo niente di lui. Improvvisamente mi rendo conto che non ho mai ascoltato le interviste che ha dato, forse il mondo sa tutto di lui, ma io, che sono interessato a lui, no. Sono fatto strano. 
Charles a questo punto annuisce con aria colpevole, come se fosse un problema avere una gara a cui tiene tanto. 
Ma non mi guarda e continuando a fissare le lattine nere e gialle da cui beviamo, continua a rigirarsela fra le dita. Io non distolgo lo sguardo dal suo nemmeno per mezzo secondo. 
Scruto e studio a fondo ogni centimetro della sua splendida faccia che mi era mancata nella sua interezza. 
- É la gara mia e di mio padre. Sognavo di diventare pilota di F1 e vincere mondiali con la rossa mentre guardavo le corse di Monaco. - quando mi rivela questa cosa, mi sembra che un pugno allo stomaco mi colpisca e non so perché. 
Trattengo il fiato e non emetto mezzo suono. Lui, piano, continua. 
- Ho promesso a mio padre che avrei vinto questa gara, un giorno. E lui sognava che lo facessi davvero. Era un nostro sogno condiviso. Qualcosa che mi accomuna a lui in modo speciale. 
Charles continua a parlare piano, fra una pausa e l’altra. Sembra difficile per lui, quasi come si estraesse dei denti a freddo. Però siccome lo fa senza che lo obblighi, credo ne abbia bisogno. 
Mi colpisce che vuole condividere questa cosa con me. Ma forse sono solo l’ultimo a cui lo dice, l’ultimo che lo sa. 
- Potrei forse non vincere un mondiale, ma la gara di Monaco un giorno la vincerò.
Quando lo dice è sicuro e cambia tono e viso. Alza lo sguardo sul mio ed è penetrante e deciso, è un altro Charles. 
Sembra quasi rinnovi la sua promessa a me. 
Ma io, invece di sentirmi speciale e commosso, mi sento a disagio. Fottutamente a disagio. Non posso capire. 
Io con mio padre ho un rapporto disastroso e letteralmente la sola cosa che ci lega è la F1 e sogno il momento in cui non avremo più questo fottuto legame, quando finirò di averlo intorno per le gare.
No, non posso proprio capire, ma mi colpisce che me ne parli.
È uno di quei momenti speciali, come quello del Belgio.
Non voglio che smetta, che si interrompa. Scruto a fondo il suo viso che è perso oltre me, nel buio del bar alle mie spalle. Un buio che non è tale, ma che a noi sembra così. 
Non so quanto stiamo in silenzio, non so esattamente cosa dire, lo ascolterei per ore; ma poi lui si rianima ed è come se tornasse in qua. 
- E tu? Hai una gara speciale? So che tuo padre ti segue assiduamente sin da piccolo, era anche un ex pilota, ci tiene molto alla tua carriera... chissà quante gare speciali avete! Quanti ricordi insieme! 
Non lo fa con malizia né per infierire, non ne ha la più pallida idea. La sua è innocenza pura e per un momento vorrei riuscire a mentire e dire che sì, ne abbiamo tante insieme, che la F1 ci lega ed è bellissimo tutte le volte che è qua con me, ma non ce la faccio. La mia è sempre una bocca di merda e non riesco a mentire. 
Così, con amarezza e durezza, rispondo guardando altrove. 
- No io e lui non siamo così, abbiamo condiviso solo il suo di sogno che è dovuto per forza diventare il mio. Ma non abbiamo niente di tutto questo, anzi, mi asfissia e mi ossessiona fino ad allucinarmi.
Appena mi ascolto, capisco d’aver esagerato. Ha appena detto che Monaco è la gara sua e di suo padre che è morto nemmeno da tanto, tutto sommato. So che era legatissimo a lui. Io parlo male del mio. Che sensibile. 
Cercando di rimediare, aggiungo guardandolo: - So che gli devo tutto ciò che sono, ha usato metodi di merda ma che con me hanno funzionato. Metodi che penso non avrebbero funzionato su altri. Però non è stato un sogno. È stato più un incubo, ecco.
E con questo dovevo migliorare il colpo? Sembro sempre più un figlio ingrato del cazzo. Tanti sognerebbero di essere al mio posto. 
Coglione, taci! 
Charles è colpito, si capisce bene, ma non so se in senso positivo o meno. 
- Ma hai una gara a cui tieni da matti? - fa poi glissando totalmente sull’argomento padre, capendo che è un argomento delicato e tabù. 
Wow, per un momento temevo nella predica!
Scuoto la testa. 
- No. 
- Nemmeno quella di casa? - insiste. 
- L’unica a cui terrò davvero, sarà quella che mi consegnerà il titolo mondiale, un giorno. 
Con questo Charles sorride in modo strano, in parte ammirato, in parte sollevato. Forse perché con la mia battuta ho cancellato il momento complicato, togliendo quella coperta scura che era calata su di noi. 
Ma ora che non c’è più, resta il bisogno profondo e potente di aiutarlo e sollevarlo. Dargli conforto. Abbracciarlo. Sì è questo che vorrei fare. Trasmettergli tutta la sicurezza di cui sono capace. 
- Comunque vedrai che prima o poi la vincerai. Sei giovane, hai appena iniziato. E poi la gara di Monaco è sempre una gara a parte, basta fare la pole. 
- Basta avere la macchina giusta! - esclama poi lui schietto di rimando. Non aspettandomi questa risposta, finisco per ridere. 
- Evviva il pessimismo! 
- E tu da quando sei così ottimista? 
- Lo sarò per te! - questa mi scappa, ma per fortuna stiamo entrambi ridendo e non sembra notare il sottinteso sentimentale che mi è scappato. 
Bocca di merda, come sempre. 
Però mi perdo a vederlo ridere, sicuramente più disteso e sereno di prima. Non so se vincerà davvero questa volta, ma sono sicuro che un giorno ci riuscirà e a questo punto glielo auguro davvero.” 

*Charles*

“Per un momento, prima, quando ho chiesto ‘due’ di quello che aveva chiesto Max, ho avuto un altro flashback di quella sera famosa che ogni tanto mi tormenta. 
Avevo fatto così anche quella volta, ma lì non abbiamo bevuto Lemon Soda. 
Rimetto via il breve ricordo insignificante per realizzare che non siamo così soli e tranquilli da molto tempo. Dal Belgio, credo. Però anche a Monza siamo stati soli, anche se non nella stessa maniera. 
Parlare con lui è catartico e facile, è incredibile come mi riesca bene se siamo nelle condizioni giuste. Non so nemmeno controllarmi. 
Dalla mia bocca esce tutto da solo. Mi è capitato di rispondere a quella domanda. 
Tengo alla gara di Monaco? 
Però mai l’ho spiegata così bene, come l’ho fatto con lui. Nemmeno mi ero reso conto di essere nervoso e nemmeno sapevo cosa prendere da bere. Per la verità credo che se fossi stato solo avrei preso qualcosa di forte per calmarmi, anche se io sono uno di quelli ligi alle regole. 
Quel poco che mi dice Max di sé, mi penetra come un pugno allo stomaco. Non immaginavo che avesse questo rapporto con suo padre. Un po’ forse sì, perché so che non erano mai sereni come lo eravamo io ed il mio. Ricordo che a volte non si toglieva il casco, a fine gara, ed aveva una faccia tetra di chi sa che sarà messo in punizione. Solo perché gareggiava male. 
Non lo so, non voglio entrare nel merito della sua storia, ma mi ha fatto piacere che si aprisse con me e mi dicesse qualcosa, anche se è stata come una pugnalata a freddo. 
Era gelido, mentre lo diceva. 
I suoi occhi penetravano ben oltre la mia presenza. 
Fortunatamente quello strano momento in cui si apriva mostrando tutta la durezza che riguarda suo padre, finisce e riusciamo anche a scherzare un po’, ma non è uno di quei momento. Non c’è spazio per giochi e scherzi, stasera. 
Alleggerisce il momento pesante, perché è questo che è. Eppure non è veramente pesante. 
È solo profondo, diverso. 
Simile al Belgio, dove tutto ha iniziato a cambiare fra noi. 
Che poi perché dopo non è più stato così? 
Per Monza. Ci siamo evitati di proposito, eravamo imbarazzati, non volevano affrontare quell’elefante fra noi. 
Però adesso era ora di tornare a prima, riprendere da dove ci eravamo interrotti in Belgio, perché era bello quello che stava nascendo quella notte. Qualunque cosa fosse. 
Amicizia, forse. 
Ma poi fra amici ci sono le cose che sono successe a Monza? 
Beh con Pierre sono amico e scopo. 
Però è diverso. Max è diverso. Non siamo veramente amici, né c’è quell’intimità. Perché se ci fosse, non sarebbe superficiale come è con Pierre. 
Sento che sarebbe totalmente differente, con Max. 
E se glielo chiedessi ora? 
Cosa è successo quella notte? Perché non lo ricordo ed ho il terrore di affrontare questa cosa, ma so che poi non hai accettato la mia corte e non hai mai accennato a nulla, perciò penso che non vuoi tornarci su. Ma ogni tanto qualche ricordo mi torna. Le sue mani sui miei fianchi, le nostre allacciate, la mia sul suo culo. 
Spalanco gli occhi al ricordo inaspettato. Allora era vero, non era un impressione! 
Era duro, sodo, bello!
Mi strofino le labbra mentre una scarica inaspettata d’eccitazione mi attraversa. Appena succede lui si zittisce e mi fissa, se ne accorge subito. 
- Hai ricordato qualcosa di nuovo? - lo fisso sbalordito spalancando gli occhi. 
Davvero me ne parli così come niente? 
Aspetta, non ha specificato ‘di quella notte’. 
- Me ne accorgo sempre quando hai flashback di quella notte. 
E adesso però l’ha detto. 
Mi movo sulla sedia a disagio, ben distanziata da lui per rendere tutto a norma. 
Distanziamento sociale, sia benedetto. Non che ora qualcuno ci direbbe nulla. Oltretutto siamo testati negativi e siamo stati attenti, per quanto puoi stare attento con questa merda che gira ancora. 
Charles torna qua. 
- Ho frammenti. - dico con voce roca e teso come una corda di violino.
- Cosa ricordi? - e finalmente me lo chiede lui. Da quanto cazzo volevi farlo? Perché invece lo fai solo ora? 
- Poco, qualche parte qua e là. Vagamente. Credo d’averci provato con te. - dico a scatti e a disagio, non riesco a guardarlo in faccia, guardo ovunque tranne che lui, ho caldo e vorrei scappare. Lui annuisce, poi si stringe nelle spalle e piega la testa con un sorriso assolutamente tranquillo.
- Scusa se te l’ho chiesto a bruciapelo, ma visto che eravamo in confidenza ho pensato che se non ne avessimo mai parlato, questa cosa ci avrebbe impedito di progredire nel nostro rapporto. - fa lui improvvisamente. Diretto come solo lui sa essere. Inaspettato come nessuno. 
Trattengo il respiro, strigo la lattina ormai finita che si schiaccia e prima che mi ferisca le dita, lui si protende e me la sfila, avvicina la sedia e fregandosene come sempre delle regole, mi si fa vicino e mi prende la mano. 
Le fisso. Sono allacciate. Un altro flashback. 
- Quella sera ci siamo tenuti la mano... - dico piano. 
Lui annuisce, non mi interrompe ed io lascio che i ricordi fluiscano. 
- Sweet but Psycho... - faccio poi ancora a fior di labbra, come ipnotizzato dalle nostre mani allacciate. 
Lui allora si irrigidisce. 
- Wow, grazie, credo? - a questa sparata spontanea e sincera, lo guardo capendo che pensava fosse un commento su di lui, cosa che non è. Anche se mi rendo conto che potrebbe sembrarlo, in effetti. A questo punto scoppio a ridere e tiro via la mano un po’ per paura che ci vedano, un po’ per il terrore di andare oltre i ricordi di quella notte. Temo che ce ne siano parecchi che è meglio non stimolare. 
- No, era il nome della canzone che ad un certo punto è partita e mi ha fatto ballare. - poi spalanco gli occhi con l’ennesimo flashback. - Su di te... - aggiungo a fior di labbra. Poi, aggrottato: - Ma in una versione re-mixata e strana. 
Max non cerca di riprendermi la mano, ma annuisce. 
- Non ne ho idea, non conosco la musica. Ti piaceva, però. E sì, mi hai ballato addosso. 
- Io... - la voce sparisce, la gola è secca, vorrei prendere ancora da bere ma è meglio restare qua da soli seduti, il resto del bar è al buio perché è chiuso, ci lasciano solo le luci dell’angolo in fondo in cui siamo; da fuori non si vede che ci siamo. Devi entrare e cercarci. Tuttavia non riesco a lasciarmi andare. 
Max continua a guardarmi calmo, quasi incoraggiante ed incredibilmente dolce. Sweet but psycho.
- Va bene, anche se non ricordi tutto è ok. È solo che non volevo che il nostro rapporto rimanesse bloccato per il terrore di quella notte. Non importa cos’è successo, volevo solo dirti questo. 
Quando lo dice esprimendo precisamente quel che ho sempre voluto dire senza il coraggio e la forza di farlo, mi sento subito rinascere. 
Il petto si apre e si alleggerisce ed anche il respiro è libero. 
Mi strofino le labbra e con occhi che bruciano di gioia per aver finalmente sbaragliato il fottuto elefante che ogni volta ci disturbava, annuisco e lo ringrazio con trasporto. 
Stasera lui è stato unico. Io non penso che dimenticherò mai questa serata. Tutta questa conversazione intera. 
Dalla confidenza su mio padre al suo ‘sarò positivo per te’, cosa che sa molto più che una frase apparentemente scherzosa buttata a caso, a poi questo chiarimento che ci trascinavamo da un anno e mezzo e forse più. 
- Scusami per quella notte, non ero in me, ero ubriaco. Quando bevo divento maniaco e tu eri lo sfigato bel ragazzo che mi è capitato fra le mani. Non dovevi sopportarmi. Ma sono contento che abbiamo finalmente chiarito. 
Riesco a dire qualcosa di decente e di senso compiuto, anche se è ancora difficilissimo parlarne. Il fatto poi che riesco praticamente a dire senza essere esplicito che mi piacciono i ragazzi, mi dà sollievo. Lui fa finta di nulla su quello, o meglio non ne sembra colpito. Sembra sia assolutamente normale avere davanti uno a cui gli piacciono i ragazzi e che si mette con le ragazze solo per copertura. 
Anche se poi sorride malizioso. Eh sì, è proprio malizioso. 
Dannazione, cosa fai? Che c’entra ora la malizia? Vuoi commentare che mi piacciono i ragazzi? 
Mi tendo sulla sedia cambiando di nuovo posizione a disagio, di nuovo il caldo, di nuovo l’eccitazione. Che facce fa, così di punto in bianco? 
- Non mi sono sentito così sfigato. 
E visto che non so che cazzo fare, rido nervoso imitato da lui, che non è invece nervoso ma molto rilassato e a suo agio. 
Non so cosa sia successo realmente, so solo che abbiamo fatto un altro importante passo avanti nel nostro rapporto. Qualunque sia e ovunque arriveremo. Non so quale sia la meta, ma la strada è ben tracciata e non penso che si possa più tornare indietro. 
Ma a questo punto, chi lo vuole?”


NOTE: ho pensato a lungo alle tappe successive del loro rapporto. Sicuramente a Monaco 21 Max sapeva quanto è importante quella gara per Charles, ci sono foto che lo provano, ma mi sono chiesta come fosse arrivato a quella consapevolezza. Era risaputo in generale, è vero, ma Max non sembra uno che ascolta particolarmente le voci né sente le interviste. Così li ho collocati in una situazione di confidenza la gara prima di Monaco 21, ovvero la Spagna. Ed ho facilmente inventato questa cosa dove hanno addirittura parlato di Monza 19. Max ha lanciato un indizio, bisogna vedere se Charles lo coglie. Alla prossima. Baci Akane