5. VICINANZA
*Charles*
-MONACO 2021-
“Stupido idiota imbecille che non sono altro. Un fottutissimo stupido idiota.
Lo scontro contro la parete a bordo pista è forte, così dannatamente forte che per un momento sono confuso e non so se sto veramente bene, ma tutto ciò a cui riesco a pensare è la macchina fottutamente distrutta contro la dannata parete della pista.
Ho appena fatto la pole, mi avevano detto che era un tempo da pole e proprio mentre Max stava facendo il suo che forse mi avrebbe superato, mi schianto distruggendo la macchina con cui domani dovrei gareggiare.
Mica una bottarella di poco conto, poi!
Quando scendo dicendo che sto bene anche se non lo so davvero, mi rendo perfettamente conto di quanto sia messa male la macchina, ma lo sapevo da quanto è stato forte l’impatto. Me ne sono accorto, in realtà.
È dannatamente distrutta.
Non ce la faranno mai a sistemarla per domani. Mai.
Sei uno stupido, Charles. Così fottutamente stupido.
Non ce la farò nemmeno quest’anno.
C’ero vicino, così vicino.
Cazzo, quanto brucia.
Gli occhi mi vanno a fuoco e vorrei far salire la mascherina su tutta la faccia, ma devo accontentarmi di nascondere solo naso e bocca.
Voglio sparire.
Dio come sto male.
Mi muovo per il Parc Ferme per i soliti compiti da primo classificato in qualifica, ma so che è una stupida illusione perché domani non partirò. È impossibile.
Mi sento risucchiare da un buco nero sotto ai miei piedi, nemmeno so cosa sto facendo, cammino ma non so dove vado, ma arrivano i suoi occhi blu dispiaciuti ed espressivi a fermarmi dal crollo immediato.
Io e Max xi scontriamo o forse è lui che fa in modo io gli vada addosso, ma in realtà è più un appoggiarci uno all’altro mentre ci guardiamo da una vicinanza soffocante. Per un momento è come se tutto il resto intorno a noi non esistesse, tutto viene cancellato. Il caos, la pista, il paddock, la gente, i giornalisti, i fotografi, i piloti, gli ingegneri, gli assistenti, i commissari, il casino che ho appena fatto, la gara di domani.
Ci sono solo i suoi occhi blu dispiaciuti e consapevoli di chi sa, sa benissimo e perfettamente cosa sto passando. Mi capisce, è un istante velocissimo, ma non ho un solo dubbio sul fatto che lui, ora, mi stia capendo veramente.
Ci tocchiamo coi dorsi dei pugni, tutto ciò che in questo periodo è concesso, ma siamo così vicini e delicati al tempo stesso, che è come una carezza ed un abbraccio.
È lieve, è dolce, è caldo e confortevole.
La prima sensazione sopportabile da quando mi sono schiantato con la macchina.
Non ho nemmeno avuto il tempo di capire che avevo appena fatto la Pole.
Max comunica coi suoi occhi senza necessità di dire nulla, assolutamente nulla. Ed io, allo stesso modo, rispondo con il mio animo in subbuglio e questa voglia di piangere, perché sento che le lacrime sono lì dietro la soglia.
Non ce la farò nemmeno quest’anno, papà. Scusami.
Sono stupido, è solo colpa mia.
- Dai, magari riescono a sistemarla per domani, non è detto.
Lo so che lo fa per me, perché aveva detto che sarebbe stato positivo per me, ma in questo momento è una magra consolazione.
È bello sapere che Max si sforza per me e che spera in un impresa che andrebbe totalmente contro di lui, però sto male. Sto così male.
- Non dico nulla, sai cosa penso.
Max addolcisce il suo volto scoperto dalla mascherina, al contrario del mio che resta ben coperto e vorrei lo fosse di più.
Mi sorride con una tale delicatezza che se non fossi ottenebrato dalla mia negatività e dal mio dolore, vedrei amore.
- Aspetta domani a disperarti.
Con questo sospiro e scuoto il capo per poi annuire, non so nemmeno io che sto dicendo e pensando, so solo che sto male e sicuramente esagero, è solo una gara.
Dopo di questo–uno scambio in realtà brevissimo ma intenso e caro– ci muoviamo insieme verso le incombenze dei primi tre classificati–interviste, foto, stronzate varie–e lui è sempre accanto a me, continua a darmi coraggio e man forte con frasi positive, addirittura ha il coraggio di scherzare. Ed io ho il coraggio di sorridere e rispondere a tono. Sì, proprio un gran coraggio.
Grazie per averlo, Max.
A parte il ‘Tanto so che l’hai fatto apposta a schiantarti per impedirmi di fare il mio tempo!’, e la mia risposta scontata ‘ovviamente è più importante impedirti momentaneamente di partire davanti a tutti che cercare di mantenere me là davanti!’, dice anche che la squadra potrebbe comunque riuscire a farcela stanotte, che finché non apri la macchina non sai l’entità del danno, anche se da fuori sembra male, poi non è detto.
Non credo che Max sia mai stato così positivo per sé stesso, le sue interviste sono piuttosto famose, ma è bello che si sforzi di essere diverso da com’è normalmente solo per me.
Proprio Sweet but Psycho.
Mi cacciano dal garage quando cerco di rimanere con la squadra per aiutarli a ricomporre la macchina, mi dicono che perderebbero più tempo ad impedirmi di far danni e che comunque, nel caso in cui ce la facciano, domani io dovrò essere ben riposato.
So che nessuno ci crede sul serio, me per primo, ma so anche che tutti faranno il massimo e l’impossibile per ottenere il miracolo.
Non ci credo, ma farò finta di sforzarmi.
È che una volta che so una cosa, non riesco a togliermela dalla testa. Mi si ficca nel cervello e non mi smuovo da lì. In questo caso, so che non ce la possono fare e so che domani non partirò. La mia esperienza nelle gare è tale da sapere un risultato ancor prima di vederlo realizzarsi; sarò giovane, ma ne so abbastanza di quello che è il mio lavoro.
Mentre me ne vado spingendo la bici a mano, con il broncio e l’aria per nulla convinta, una voce roca e familiare mi raggiunge alle spalle.
- Che fai ancora qua? - appena la sento, mi sembra che il cuore si metta stupidamente ad accelerare.
Mi giro e Max è poco dietro di me, anche lui con la bici in mano, già vestito in borghese; come me se ne sta andando.
- E tu? - chiedo aggrottato aspettando che mi affianchi.
Max si abbassa la mascherina in quanto siamo all’aperto e a quest’ora non c’è molta gente in giro. Basta comunque non stare troppo vicini.
Io ovviamente la tengo su.
- Una riunione più lunga del previsto. C’erano molti scenari da considerare... - con questo mi lancia un’occhiata allusiva che so cosa significa, infatti faccio una smorfia.
- Partirai primo, domani. È l’unico scenario che dovete considerare. - dico secco camminando verso l’uscita del paddock che qua a Monaco è ben diversa da quelle normali. Praticamente giriamo per delle strade cittadine a ridosso di case e palazzi, solo che ad un certo punto ci sono delle transenne che limitano uscite e accessi vari.
- Io dico secondo. Ma si discuteva tanto di questo.
Continuo a ridacchiare scuotendo il capo.
- Sei inquietante così positivo.
- E tu sei pesante così negativo! - risponde senza pietà. Superiamo una delle uscite secondarie del paddock, considerando che quella principale sarebbe per mare. Lo guardo male, sempre con la mascherina su.
- Non riesco a farne a meno. - non mi infastidisce che mi abbia dato del pesante, so di esserlo e apprezzo che sia sincero fino alla crudeltà. Mi dà meno fastidio, così. Gli altri mi trattano coi guanti di velluto e mi irritano di più.
- E brucia di meno se vivi così? - fa lui salendo sulla bici mentre io faccio altrettanto.
- No. - rispondo schietto senza filtri. Con lui riesco ad essere schifosamente sincero come lo è lui.
- E allora che cazzo ci stai male prima? - che domanda di merda.
- Ma credi che sia facile? Non funziona a comando! - a questo punto, fermo sul sellino ed una mano sul manubrio, mi abbasso la mascherina, non respirerei a correre con questa roba addosso.
- Pensavo fossi razionale. - replica in un tono che può sembrare sia serio che scherzoso. Onestamente nemmeno mi interessa di capirlo bene, ormai.
- Pensavi male. Lo sono su tutto tranne che su Monaco!
Con questo faccio per partire e andare a casa, ma lui con un ‘aspetta’ mi afferra al volo il braccio e mi impedisce la fuga.
- Che c’è? - faccio seccato. Max è complicato, non riesco a capire se lo apprezzo o se vorrei prenderlo a sberle. A volte è piacevole, il secondo successivo facendo la stessa identica cosa riesce ad essere irritante. Ma stasera è colpa mia, sono insofferente.
- Cosa fai ora? - la sua domanda mi spiazza e lo guardo meravigliato.
- Casa. - replico ancora secco.
- Da solo? - annuisco deciso.
- Non potrei sopportare anima viva. Ho già scritto a tutti di non rompermi le palle che devo stare solo.
- E ti daranno retta? - chiede ironico.
- Oh sì credimi. Ci hanno provato una volta a fare di testa loro, non l’hanno fatto due volte. Se dico ‘no’ è ‘no’.
Lui piega le labbra all’ingiù ammirato e con una vena costante di malizia che per un momento mi accende strani istinti, poi però la scaccia e si piega sulla bici pronto a partire.
- Ok, vorrà dire che correrò il rischio!
A questo lo guardo meravigliato spalancando gli occhi, quasi inorridito.
- Cosa?
- Fammi strada, non so dove abiti! - fa lui deciso, indicando col mento la strada davanti a noi.
- Vuoi stare con me stasera? - chiedo allucinato. Lui annuisce deciso, mezzo sorriso stampato sulla bocca. Io, sinceramente, non so nemmeno che sto pensando e provando.
Mille cose si susseguono in un istante, esplodono tutte insieme e non capisco un cazzo. Proprio un cazzo.
- Ma ho detto che voglio stare solo.
- Ti ho sentito, ma negativo come sei stasera temo ti taglieresti le vene. E sicuramente non mangerai! - all’idea di mettere qualcosa nello stomaco, la mia faccia si contrae in un’espressione inorridita.
- Perché dovrei anche mangiare?
Max ride, peccato che non stavo facendo una battuta, così continua ad indicare la strada deciso.
- Dai, vai avanti che ti seguo!
- Ma non se ne parla! Devo stare solo, stasera!
- Coi tuoi demoni?
- E tutto l’inferno!
- Bene, sarò il tuo cane da guardia, starò attento che non ti sbranino! Come correrai domani se ti lasci troppo andare?
Mio Dio, ma cosa si è messo in testa? Di salvarmi in una notte?
Ma improvvisamente all’idea di passarla davvero con lui, un calore assurdo mi invade ed è così potente ed inaspettato, che mi ritrovo a muovermi davvero in bici.
- Beh, penso che mi seguiresti comunque... - borbotto giustificando così il fatto che alla fine acconsento. Non che acconsento proprio, più che altro mi decido ad andare.
Sento Max che mi segue, mi affianca ma rimane a mezzo metro più indietro rispetto a me per potermi guardare e seguire contemporaneamente.
Ogni tanto ci lanciamo delle occhiate, lui è vittorioso ed io esterrefatto; tutte le volte scuoto la testa e lui ride. La sua risata è bella.
Il ricordo di com’era cupo parlando di suo padre due settimane fa, si sovrappone a questo.
Non lo facevo così dolce.
Proprio Sweet but psycho. Ormai è la sua canzone, non l’ascolterò più allo stesso modo.
Mentre percorriamo la strada, non parliamo molto. Mi chiede cosa voglio mangiare, io dico niente, lui dice se ho qualcosa in casa, io dico boh. Poi gli chiedo se sa cucinare, lui risponde assolutamente no, così chiedo qual era il suo piano. A questo punto dice che non se ne fa mai, improvvisa tutto sul momento.
Così non ho tempo di capire come mi sento realmente, so solo che in realtà mi fa piacere che venga da me. Anche se non volevo nessuno, improvvisamente se è lui che viola la mia solitudine va bene.
Non ci voglio vedere niente dietro. Non c’è niente. Siamo solo amici. O lo stiamo diventando.
Tutto qua.
Gli amici passano il tempo insieme anche al di fuori delle corse.
Sa che ho bisogno di una figura positiva vicino e vuole esserlo per me.
Quando arrivo, per un momento credo che l’emozione prenderà il sopravvento. L’imbarazzo, l’elettricità sembrano palpabili, per lo meno in me.
Ma è fugace, resta un attimo, perché quello successivo siamo in casa e lui sta facendo il pagliaccio in modo molto naturale e non per forza. E lo fa mentre apre tutti i miei sportelli alla ricerca di qualcosa da mangiare.
- Eddai, è possibile che tua mamma non ti abbia riempito di cibo da riscaldare?
Quando lo dice, scoppio a ridere.
- Ci ha provato una volta, poi quando ha visto che buttavo tutto perché non era nella mia dieta, non mi ha più portato niente!
Max così si gira a guardarmi shoccato.
- E cosa mangi? - come se facessi la fame. A questo punto, ridendo, esclamo.
- Cibo, Max, cosa vuoi che mangi?
- Ma hai detto che sei in dieta! Che poi mica ne hai bisogno!
Continuando a ridere, mi prendo pure la briga di rispondere anche se non lo meriterebbe.
- La dieta non significa fare la fame, ma mangiare sano e mirato. È una dieta da sportivi per non mettere su massa, ma rimanere energici e leggeri.
A questo Max alza un sopracciglio scettico con le braccia incrociate sul petto con aria di sfida ed io non posso far altro che dimostrargli che ho ragione alzandomi la maglia e abbassandomi di qualche centimetro i pantaloni larghi. Giro su me stesso e mi massaggio gli addominali che so avere in forma.
- Ti sembro patito?
- No, sei perfetto, in realtà.
Ma il tono in cui lo dice non è minimamente come prima, non c’è più scherzo e quando torno a guardarlo è malizioso e compiaciuto.
Si lecca anche le labbra ed io, trattenendo il fiato, esito un istante prima di riabbassarmi la maglia. Quasi come fosse un peccato non continuare a farmi fissare in questo modo famelico.
Quasi curioso di vedere che succede se resto a farmi ammirare così.
Mi mangerà davvero, come sembra voglia fare?
Ma poi apro la mano e lascio che la stoffa leggera ricada sulla pancia e lui torna a me, al mio viso e all’idiozia del dialogo di poco fa.
- Quindi che si mangia?
- Non avevo intenzione di farlo, sei tu che ti sei auto invitato.
- Sciocchezze, devi mangiare.
- Non ho voglia.
Con questo mi siedo su una sedia incrociando le braccia sul tavolo, ma lui con un: - peggio per te! - inizia a tirare fuori cose a caso dal frigo e qua impallidendo prendo il telefono arrendendomi.
- E va bene, cazzo! Sei un treno! Non ti fermi proprio mai, eh?
- No, non è mia abitudine! - poi aggiunge. - Che fai?
- Ordino una pizza, rompipalle!
- E la dieta?
- Fanculo, Max!
Ma la sua risata mi coinvolge e mi accorgo di non essere mai stato così leggero e sereno da quando mi sono schiantato con la macchina; ma anche da prima, perché sono nervoso e ansioso da settimane, per questa gara.
Ora è la prima volta che scherzo, rido e sto addirittura bene.
Mentre chiamo ordinando una margherita–il massimo che ci concediamo, una in due fra l’altro–lo guardo che si aggira per casa mia guardandola per la prima volta da quando è arrivato, in quanto appena messo piede dentro, si è subito precipitato in cucina alla ricerca di cibo.
È solo ora che me ne rendo conto, mentre va verso il pianoforte che ho iniziato a suonare dall’anno scorso, durante l’isolamento forzato, innamorandomene.
Max è a casa mia.
È nel mio mondo.
Inghiottendo a vuoto, l’emozione di prima torna a galla e anche se chiudo la comunicazione con la pizza a domicilio, resto col telefono all’orecchio senza accorgermene. Con quello strano qualcosa che mi investe togliendomi il fiato.
Cosa sta succedendo?”
*Max*
“Non l’avevo di certo progettata, ma vederlo ridere e sentirlo gridare così rilassato e a suo agio, mentre giochiamo insieme alla play, è qualcosa che mi porterò nel cuore comunque si metteranno le cose fra noi.
Già condividere la pizza è qualcosa da fidanzati, così come lo è passare la serata insieme da soli a casa sua. È tutto così strano, ma mi abituo in fretta.
Per tutta la serata ho fatto in modo di non tirare fuori argomenti pesanti su padri, promesse del passato, sogni di bambini. Non tanto per evitare di sentirmi difettato rispetto a lui, ma più che altro per non farlo ridiscendere a quegli inferi da cui l’ho afferrato quando l’ho incontrato che se ne andava dal Paddock.
Era cupo come non l’ho mai visto ed anche isterico. Ma guardarlo ora è incredibile, sembra un altro e non intendo cambiare modalità. Sono arrivato a farlo ridere e rilassare proprio evitando totalmente ogni argomento riguardante la F1, l’ho fatto di proposito ed ho avuto successo.
Non abbiamo più avuto momenti intimi o profondi come in Spagna, è stato bellissimo e questa sembrerebbe una di quelle occasioni da corri o muori, però sapevo perfettamente cos’era meglio per Charles. Non so come, ma lo sapevo. Ed anche se andava contro ciò che volevo io per me stesso–un altro momento con lui–alla fine ho solo fatto ciò che era meglio per lui.
Adesso il suono della sua risata e lo sfondamento di timpani–portato dalle sue urla mentre lo batto e chiede rivincite di continuo con il suo famoso lato competitivo che arde–mi mostrano un Charles ben diverso da quello che il mondo conosce. Forse un giorno lo vedranno anche gli altri; si scioglierà, magari, ma per ora è solo una mia prerogativa.
Questo Charles così spontaneo e divertente e urlante è solo mio ed è bellissimo.
Vorrei che il tempo si fermasse, che fosse eterno.
Non so cosa sto facendo con lui, non so a che punto siamo del nostro rapporto e forse ci penserò a casa o domani o fra qualche giorno, ma al momento posso solo vivere qualsiasi cosa stia succedendo, consapevole che stiamo di nuovo cambiando. Ma è un cambiamento iniziato da qualche settimana. Dalla Spagna, forse?
- Charles, devi allenarti di più, penso di poterti battere tutta la notte! Sei veramente una mezza sega! - lo prendo in giro apposta dopo l’ennesima vittoria e lui fa una smorfia feroce mentre vorrebbe trucidarmi.
- Ed io tenterò finché non ti batterò! Avanti, ricominciamo!
Appena lo dice, colgo un’occasione importante e senza rifletterci passo dalla modalità idiota a quella cara e dolce, come uno psicopatico, come mi ha definito teneramente senza volerlo in Spagna.
- Devi mantenere questa mentalità anche quando sei solo. E domani. Soprattutto domani.
Appena lo dico, Charles spalanca gli occhi ed è come se gli staccassi una spina per attaccargliene un’altra.
Mi guarda così da vicino come siamo, nel suo divano bianco, gomito a gomito, tutti seduti in avanti in punta, i controller in mano. Ma mentre io sono forse dolce, lui è di pietra e non respira.
- Non servirà se non partirò. Posso essere agguerrito, testardo e ossessivo quanto voglio, ma se la macchina non sarà in grado di partire, non ci posso fare nulla.
Charles torna in un attimo a quella mentalità. Quel buco nero. Quella nube oscura.
Lascio giù il controller rimanendo in questa posizione protesa in avanti, i gomiti sulle ginocchia, lui uguale a me lascia andare a sua volta il suo. Ci guardiamo da vicino, le braccia si toccano così come i fianchi. C’era spazio però ci siamo appiccicati mentre ci spingevamo a vicenda per disturbarci agguerriti nelle sfide appena fatte. Così siamo rimasti attaccati.
Così ora rimaniamo a respirarci a vicenda.
Ma lui non sta più bene come prima e non sembra essere nemmeno dell’umore di qualcosa di erotico, come vorrei io.
- Puoi rimanere combattivo anche se domani non correrai. - sussurro piano e calmo ma assolutamente sereno.
- Non vedo come.
Charles respira piano e si aggrotta non capendo; così, guardandomi bene dal prendergli la mano ora, anche se non c’è niente di più che vorrei fare, cerco di fargli capire ciò che intendo.
Se gli prendessi la mano non riuscirei a ragionare, mentre ora è importante che usi bene le parole e che lo convinca a star fuori da quella voragine dentro cui sta per tornare.
Se necessario posso passare la notte qua per tenerlo fuori, ma non è una soluzione, è solo un cerotto su una ferita da suturare. Charles deve curarsi da solo imparando a vivere bene ed in modo sano questa cosa che per lui è tanto importante.
- Non importa se domani non correrai, la gara si ripete ogni anno da tempi immemori. Perché mai dovrebbero cancellarla così da un momento all’altro? Solo per impedirti di vincerla un giorno? Non succederà. Se non sarà quest’anno, sarà il prossimo o quello successivo. Devi mantenere questa testardaggine nel volermi battere anche al di fuori della playstation. Tentare con furore finché non ci riuscirai. Allo stesso modo in cui mi vuoi sempre battere a tutti i costi.
Penso d’aver usato le parole giuste, cosa che nel mio caso non è scontata perché di solito non sono bravo coi discorsi.
Appena parlo, però, lo vedo rilassarsi e schiarirsi, come se capisse cosa intendo e realizzasse che ho ragione.
Tanto che alla fine sorride dolcemente e mi guarda come fosse la prima volta che mi vede davvero.
Sembra preda di una rivelazione e di una rivoluzione, ma non voglio vederci cose che non esistono o che semplicemente desidero.
Perché che desidero Charles da matti è ormai assodato, semplicemente ci ho messo una pietra sopra perché è chiaro che per lui non è la stessa cosa.
- Grazie. - fa lui allora emozionato. La voce è bassa e tesa. Io annuisco sorridendo dolcemente. Siamo ancora così vicini uno all’altro, le braccia ancora a contatto, in particolare i gomiti e la parte esterna delle ginocchia. Ma improvvisamente diventano di più i punti di contatto.
Spalanco gli occhi mentre vedo che il suo viso sembra avvicinarsi troppo e non sono io a farlo. È lui a muoversi.
Trattengo il fiato consapevole che qualunque cosa succeda, dovrà essere lui a cercarla visti i nostri trascorsi. Non posso sbagliare, con lui. Non posso assolutamente interpretare male le sue azioni e quindi agire precipitosamente rischiando di perderlo. Quel che stiamo costruendo è troppo bello per rischiarlo.
Posso rischiare tutto in gara, la mia stessa vita, ma non Charles.
- Sei una persona meravigliosa. Proprio Sweet but psycho. - con questa definizione, questa volta fatta seriamente e dolcemente, il calore si espande. Guardo le sue labbra piccole ma ben disegnate, così vicine. Il respiro sul mio viso.
Stiamo per baciarci?
- Non dimenticherò mai questa notte, queste tue parole. Le farò mie.
Se mi sporgessi potrei baciarlo, ma resto assolutamente immobile senza fare nulla, nessun segno, nessun vago errore da parte mia e lui ad un certo punto smette di avvicinarsi, mi sorride più serenamente ma con una punta di rimpianto che forse non c’è davvero. Magari è solo tristezza per la gara di domani a cui non riesce a smettere di pensare.
Alla fine non succede e non so se sia stata colpa mia o semplicemente non c’era davvero quel che pensavo di vedere.
Ho creduto volesse baciarmi, ma se così non fosse stato e mi fossi sporto, sarebbe stato un fottuto disastro.
Così alla fine si raddrizza e si rimette ‘a posto’, allo stesso modo sospiro e lascio andare quel breve ma intenso momento che mi si pianterà nel cervello e rivivrò con ossessione fino alla fine dei miei giorni.
Quello era un bacio mancato?
Mio malgrado lo saluto con normalità alzandomi e stiracchiandomi e senza dire più nulla di strano e profondo, gli dico che ci vediamo domani e di provare a dormire.
Lui annuisce, sorride ancora debolmente, strano più che mai, pensieroso, e poi mi fa andare via da solo senza accompagnarmi alla porta.
È delusione o shock? C’è una bella differenza. Se solo gli leggessi nel pensiero sarebbe così facile. Cazzo.
L’indomani non abbiamo modo di incontrarci ed incrociarci, ma nessuno dei due si cerca davvero. Solo quando siamo tutti insieme per gli inni, lui arriva con aria abbattuta ma non devastata. Capisco da come scuote la testa guardando Seb, mentre gli si affianca, che alla fine non ce l’hanno fatta.
Seb lo consola dolcemente come vorrei avere il coraggio di fare io; dopo anche altri lo tirano su, quasi tutti hanno una parola per lui. Io resto a distanza a guardare, indeciso su cosa fare. Non potrei essere dolce come lo sono tutti quanti. Vorrei ma non posso.
Però dopo gli inni, mentre tutti vanno a sistemarsi nelle rispettive macchine, pronti per partire, esito e rallento guardandolo sedersi su un guardrail a bordo pista. Afferra il metallo caldo su cui appoggia, incassa la testa nelle spalle e guarda ricurvo verso il basso. Chiude gli occhi, si oscura, si inabissa.
Per un momento penso d’averlo perso di nuovo, che da solo non sarà capace di stare su, ma non posso capire davvero quanto tenga a questa gara, perché non posso capire il suo legame con suo padre. Non potrò mai capirlo. Però alla fine, quando sto per andare alla mia squadra, indeciso se andare da lui e dirgli qualcosa, lo vedo sospirare e raddrizzarsi, poi si alza e proprio mentre si avvia verso il proprio garage per assistere alla gara da una zona privilegiata, mi nota e mi sorride illuminandosi brevemente.
L’aspetto mentre cammina raggiungendomi, andando chiaramente nella stessa direzione. È un affiancamento breve.
- Mi dispiace. - mormoro delicato.
- Ci riproverò finché non ci riuscirò. Non sarà quest’anno, ma prima o poi ce la farò. Non mollerò.
Ripete le parole che gli ho detto io ieri sera e sentendolo gli sorrido sollevato; lui mi vede e ricambia il mio sorriso.
- Approfitta quest’anno, perché non avrai altre occasioni come questa!
Con questa battuta spaccona, accetto la modalità che decide di mantenere fra noi, qualunque sia, e mi adatto.
- E tu guarda ed impara!
A questo Charles si anima e torna combattivo come ieri sera.
- Cosa? Guarda che nessuno la conosce come me, questa pista! Guardo la gara dal mio balcone da quando sono piccolo!
- Beh, non sei mica così vecchio!
Continuiamo a scherzare finché non dobbiamo separarci, arrivati ognuno al proprio garage.
È quasi come riprendere da prima di quel momento, di quel quasi bacio. Ma sarà possibile ritornarci oppure non è mai esistito?”