6. LEGAME
*Charles*
–SILVERSTONE 2021–
“Si è ritirato. Non posso fare a meno di pensare che Max quella volta si è ritirato da me.
È come un pensiero costante da quella sera in poi: mi ci tormento come non avessi altro per la testa, rivivo quel momento di continuo. La situazione che diventa intima e profonda, l’avvicinarci–od il mio avvicinarmi?–lui che si ritira–o che resta immobile?–e poi tutto finisce perché mi rendo conto che non mi ha dato un solo segnale positivo in quel senso.
Continuo a provarci con lui, questa volta però non ero ubriaco, ma sobrio.
Sono consapevole che da ubriaco faccio molte cose che da sobrio non farei mai e poi mai, ma non perché non le voglio, bensì perché ho troppi freni da ‘sveglio’. Ma tolti quelli cosa resta? Resta il desiderio reale e basico.
Se lui ci stesse e volesse esattamente la stessa cosa che voglio io, ci starei, ma non so fino a che punto ed in che modo.
Il classico sfizio sessuale? Una botta e via? Sesso senza impegno? Solo divertimento?
Ma a Monaco, a casa mia, qualche settimana fa, sembrava molto più che quello. Non ero eccitato, volevo solo baciarlo.
Però non si è avvicinato come facevo io, è rimasto immobile a fissarmi, non ha mosso mezzo muscolo.
Ok, non si è ritirato davvero, anche se ogni volta che la rivivo con la testa la vedo così. Se devo essere oggettivo, è solo rimasto fermo, ma per me equivale a ritirarsi.
Per fortuna quel tragico momento che poteva essere un autentico disastro, si è fermato in tempo–io mi sono fermato in tempo–e lui anche se ha capito cosa stavo per fare, non ne ha fatto un dramma.
È rimasto come prima, nei miei confronti. Amico.
Posso definirlo così, ormai, no? Gli amici si sostengono anche al di fuori della professione che li accomuna, od il campo che li fa incontrare.
È venuto a casa mia per distrarmi e tenermi su di morale, poi il giorno dopo mi ha cercato di nuovo, discretamente e quasi casualmente, ma era lì mentre per un momento mi sono disperato. Ero seduto sul guardrail a parlare mentalmente con mio padre, scusandomi che nemmeno quest’anno ce la potevo fare, nessuna promessa mantenuta. Un discorso rimandato.
E mi chiedevo, mentre ero chiuso in me stesso anche se in mezzo a migliaia di sguardi, come mi potevo alzare ed andarmene da quella pista a me cara.
Poi ho visto i suoi occhi, Max sembrava aspettarmi anche se si era solo trattenuto un po’ lì per parlare con qualcuno. Non ci voglio vedere cose che non esistono, è stato un caso, ma in quel momento ci siamo guardati e ci siamo sorrisi spontaneamente. Lui incoraggiante e dolce, io con una forza ritrovata.
‘Ecco come faccio ad andarmene’, ho pensato.
Mi sono ricordato le parole che mi aveva detto la sera prima.
Ok, Max ha ragione. Devo mettere tutta la combattività che metto contro di lui, anche nelle cose importanti della mia vita.
Insisterò come un martello pneumatico finché non vincerò quella cazzo di gara.
Se non fosse stato per lui forse mi sarei inabissato.
Pensieri catastrofici mi passano per la testa, mentre l’autista mi porta per le strade inglesi verso l’ospedale dove è stato portato Max dopo il botto terribile in gara. Ripenso a una miriade di cose, fra cui Monaco, un mese e mezzo fa, forse già due ormai.
Cerco di rimanere fisso su di lui, mentre la città che ospita la gara di Silverstone si mostra a me senza che io la veda davvero.
Perché se vado più a ritroso, finisce che penso a Jules e a quando è morto.
Cosa ha significato la sua morte per me.
Non è così grave l’incidente di Max di oggi, anche se ho sentito che si è beccato un 51G ed è per questo che poi è stato comunque portato in ospedale per accertamenti ulteriori.
Gli ho scritto a fine gara se era ancora là e lui ha detto di sì, ma non gli ho chiesto come sta.
Non me l’hanno detto subito quanto potente è stato il botto, né che era in ospedale e non nel centro medico o nel garage RedBull.
Solo dopo che ho finito tutto, è uscito casualmente l’argomento.
Fra l’altro è uscito di pista in seguito ad un contatto con Lewis, non è stato un incidente normale. Sono cose che in F1 succedono, però la velocità con cui si è schiantato contro le barriere a bordo pista, gli ha restituito un trauma del 51G. È tremendo e rischioso, può avere conseguenze future.
Non è un incidente del calibro di Jules, non è in pericolo di vita. Mi hanno detto che sta bene e che è in ospedale solo per accertamenti. Farà una risonanza o qualcosa del genere, lo terranno un po’ in osservazione per essere assolutamente certi che non sia nulla e che non abbia bisogno di collari o cose simili.
La sua colonna vertebrale ha subito un notevole trauma, meglio esagerare in un senso che prendere la cosa sottogamba.
La parte razionale di me mi viene in aiuto, mentre l’autista guida per le trafficate strade inglesi a fine gara. Un gran casino che mi permette di pensare a cose che non voglio.
Esaurito l’argomento Max e rapporto con lui, mi viene l’ansia legata a Jules.
Io gli incidenti gravi in F1 non li vivo per niente bene, specie se sono di miei amici.
Jules prima, Anthoine poi, entrambi morti, entrambi miei amici. Uno dei due più che amico.
Jules è il mio mentore, ha fatto in modo di farmi arrivare dove sono oggi convincendo il suo manager, Nicolas Todt, a prendermi con sé ed investire quando era ancora presto per fidarsi.
Gli devo la mia carriera e non c’è un secondo della mia vita in cui non pensi che se non fosse morto, il posto che occupo oggi in Ferrari sarebbe suo e non mio. Forse sarei in F1, ma sicuramente non sarei mai arrivato alla Ferrari, dove ho detto a mio padre in punto di morte che ero arrivato prima che fosse successo.
All’epoca non avevo nemmeno firmato con un team di F1, io gli ho detto che l’avevo fatto con la Ferrari.
Ci avrà davvero creduto o avrà capito che era una bugia per farlo andare via felice? Beh, lo era. I suoi occhi si sono commossi mentre gliel’ho detto. Non li posso dimenticare.
Eppure il senso di colpa mi ha perseguitato a vita, anche dopo che sono arrivato davvero in Ferrari, due anni dopo il fatto.
Lo stesso senso di colpa che mi perseguita tutte le volte che penso a Jules. Occupo il suo posto in F1 e mi sembra di stare sprecandolo: lui avrebbe fatto molto meglio di me. Io non sono lui, non valgo decisamente niente di quanto valeva lui. È tutto troppo.
Per fortuna la macchina arriva in ospedale e parcheggia nei pressi di un ingresso secondario rispetto a quello principale, l’autista è un esperto di come si fa coi piloti in certe situazioni, si vede che lavora nel settore.
Lo ringrazio a gli chiedo di aspettarmi, che non ci metterò molto.
Per fortuna i pensieri catastrofici si sono fermati, ma non verranno mai scacciati del tutto.
Non valgo quanto le persone importanti della mia vita hanno pensato io valessi.
Non serve che mi maschero e che entro di soppiatto, sono solo un collega ed amico di Max che vuole vedere come sta. So che Seb lo fa di continuo coi colleghi piloti con cui è anche meno in rapporti. Prendendo esempio da lui, accedo al relativo reparto d’emergenza della struttura che mi avevano indicato quando ho chiesto dove fosse Max. Chiedo al triage di Max e mi riconoscono subito spalancando gli occhi. Sorrido gentilmente, lieto per una volta che la mia notorietà mi aiuti; adesso inizia ad essere maggiore rispetto a due anni fa o quando ho iniziato in F1.
Mi fanno entrare subito e mi fanno strada senza nemmeno vagamente dissentire con il fatto che non si può entrare se non si è familiari. Ho una corsia preferenziale e ne godo. Per un momento assurdo penso che se fossi Seb o Lewis, non potrei muovermi così tranquillamente da solo per posti così pubblici e completamente estranei alla F1. Seguo l'infermiera all’accoglienza che mi porta verso una zona specifica per i pazienti che necessitano di accertamenti e osservazione breve.
Anche lui è famoso ma non al punto da meritare una guardia fuori dalla sua porta. Se fosse stato Lewis, ci sarebbe almeno un energumeno a controllare uscite ed ingressi e forse avrebbe anche un reparto intero per sé.
Però è meglio così, è più facile.
Mentre percorro il posto meno caotico di quel che mi immaginavo, molti mi riconoscono, ma per fortuna non hanno il coraggio di fermarmi, forse l’ambiente ospedaliero dà un po’ di buon senso su certi comportamenti. Però in molti mi salutano felici, io ricambio gentilmente e mi sembra di star facendo un ingresso trionfale.
Ne godrei in condizioni normali, mi piacerebbe, credo. Ma oggi è diverso.
Oggi voglio solo varcare quella soglia e vedere Max sorridere in salute.
Per un istante, mentre metto la mano sulla maniglia della stanza indicata dall’infermiera, ho paura.
Paura di vedere Jules nel letto d’ospedale che me l’ha portato via dopo 9 lunghi mesi d’agonia.
Tremo, mi fermo, abbasso la maniglia, mi irrigidisco tutto. Respiro profondamente, chiudo gli occhi e chiedo aiuto. Non so a chi o a cosa, lo chiedo e basta.
Ma poi la voce roca e graffiante di Max, al di là della porta, mi riporta al presente.
Non sono nel 2015. Né nel 2017 o nel 2019.
Sono nel 2021, tutti i lutti sono finiti, tutti i morti sono stati sepolti.
Qua non ce ne sono più.
Appena riesco a varcare questa dannata soglia, Max si mostra a me seduto nel letto d’ospedale che in realtà credo sia più una barella che un letto vero, la schiena completamente sollevata, le gambe stese ed incrociate. Lui è lì, comodo, tranquillo e sorpreso di vedere me.
- Ecco perché mi hai chiesto se ero ancora in ospedale! Non avevo capito che intenzioni avessi! Se mi dimettevano e tu venivi dopo, sarebbe stato comico. Potevi dirmi che volevi passare.
Max parla tranquillo e leggero, anche scherzoso per la verità. Riconosco che gioca, che è felice di vedermi. Non se l’aspettava, perciò è una piacevole sorpresa e a lui, evidentemente, le piacevoli sorprese fanno questo effetto.
Lo ascolto senza capire completamente tutte le cagate che dice, poi registro il senso.
- Ah, non ti ho detto che passavo? - dico avvicinandomi al letto. La stanza è piccola e ci sta appena un letto, non so nemmeno se sia una camera, non credo, comunque è da solo e garantisce una buona privacy. Prima sono passato per degli enormi stanzoni con barelle-letto divisi fra loro da delle tende. Magari non è così famoso da meritare una guardia del corpo, ma lo è abbastanza da meritare una stanza normale e con una porta vera. Buon per lui.
- Non mi hai nemmeno chiesto come stavo. Non sapevo come interpretare il tuo messaggio.
Da come scherza in modo polemico, mi fa capire che sta bene e che non c’è niente di cui preoccuparsi. Così faccio mente locale su ciò che dice.
- Davvero? - riprendo il telefono e leggo la chat dove effettivamente c’è scritto poco e niente. Io e lui non ci scriviamo molto, non abbiamo quel tipo di rapporto, anche se mi ritengo suo amico.
- Oh, è vero. Scusa. - dico grattandomi la nuca imbarazzato e ridendo nervoso come un idiota.
Max ride e permaloso come sono me la prenderei, ma adesso mi distende i nervi sensibili e sospiro scuotendo il capo. Non ci sono sedie né punti dove appoggiarmi, perciò resto vicino al suo letto che sembra scomodo e smetto di ridere repentinamente.
- Come stai? - chiedo poi basso e delicato. Mi rendo conto di star facendo un’espressione seria e che l’allegria è appena stata scacciata. Non è grave, sta bene, si vede. Ma io non ce la faccio. In questo momento sento chiaramente che non ce la faccio a non pensarci.
È che ho appena capito che se gli fosse successo qualcosa come a Jules e Anthoine non mi sarei mai rialzato, mai più.
E non so come affrontare questa terribile consapevolezza che mi investe come un treno.
Tengo a Max. Tengo da matti.”
*Max*
“Vederlo qua mi traumatizza, per un momento.
Il suo ingresso è strano e appena lo vedo capisco immediatamente che è teso, più teso del necessario. Ma non gli avevano detto che sto bene e che sto solo facendo accertamenti?
La prima cosa che mi viene in mente, la più importante, è tirarlo su, tranquillizzarlo alla mia maniera. Ovviamente lo faccio scherzando sulla prima cosa che mi viene in mente, ma appena lo vedo un po’ meglio, noto l’ombra. Quella domanda semplice che su di lui non sembra tanto serena.
Cos’ha? Ha qualcosa, non so cosa, ma ha qualcosa.
È così preoccupato per me? Ci sono incidenti più gravi, più preoccupanti.
Sono uscito camminando. Ero sorretto dalla squadra d’emergenza, però camminavo. Insomma, è stato un bel botto, ma non così drammatico.
- Ho subito un 51G, perciò sono spossato, ma sto bene. Mi basterà riposare. Hanno voluto farmi una risonanza per escludere traumi vari, stiamo aspettando i risultati e poi potrò andare a casa, penso.
Gli spiego tutto quel che so, che non è molto perché non c’è molto da dire, in realtà.
Sono cose di routine, alla fin fine.
- Sei solo qua? - si gira intorno cercando di svegliarsi e tornare alla normalità, ma si vede che fa fatica, sembra un robot.
- sì, mio padre è andato a cercare un bar per prendere da bere e da mangiare con quello della Red Bull che ci ha accompagnato.
Charles annuisce e sospira tormentandosi le dita come se dovesse spaccarsele.
È teso come non so cosa, non riesce a tranquillizzarsi. Ma ci tiene così tanto a me? È così preoccupato?
- Ma tu come stai? - continua a chiedere. Ma ho già risposto a questa domanda.
- E tu? - faccio io a questo punto pensando che non ha senso continuare a rispondere alla stessa sciocca domanda all’infinito.
Charles mi guarda spaesato senza capire perché glielo chiedo.
- Sei tu che ti sei schiantato ad una velocità pazzesca, dimmelo tu.
- Ma te l’ho già detto. A questo punto sei tu che non stai bene. Charles? - lo chiamo perché si guarda in giro come se cercasse qualcosa. È davvero allucinato e prima di vederlo scappare, gli afferro le dita che sta cercando di rompersi.
- Charles! - lo richiamo ancora. Gli prendo l’indice e lo tiro verso di me costringendolo ad avvicinarsi ancora di più al mio lettino di merda che è fottutamente scomodo. Quando finalmente mi guarda in viso, sorrido dolcemente.
- Guarda che sto bene. Non è niente di grave. Va tutto bene.
Quando lo dico, mi rendo conto che sembro un fidanzato e lui forse torna in qua col contatto delle nostre dita. Un contatto dolcissimo, caldo, solido.
Lui guarda le nostre mani, prima è sorpreso poi si ammorbidisce con un tenero sorriso, infine ricambia la stretta del dito sul mio.
Poi sembra ricordare qualcosa, forse che siamo in ospedale e che potrebbe entrare chiunque, e si ritira rimanendo però vicino a me. Infila le mani in tasca, ma la posizione è meno rigida di prima. Anche la sua espressione sembra finalmente normale.
- Mi dispiace, mi sono preoccupato. Certi incidenti non li vivo bene, credo di essere andato in tilt quando ho saputo che eri in ospedale e non verso casa. Pensavo che dopo il centro medico fossi andato via, ma sapere che ti hanno mandato qua mi ha... non so... - poi arrossisce, distoglie lo sguardo e cerca di calmarsi.
Ben per lui se ci riesce, perché ora sono io nell’estasi di quel che sembra questa cosa.
Ci tiene a me fino a questo punto?
So che ha avuto degli amici morti in pista, li ricordo tutti ovviamente, sicuramente certe cose gli fanno pensare ai suoi fantasmi. Ma sapere che mi ha associato a persone a lui così care, mi fa vedere più cose di quelle che ci sono.
Stai buono, Max. Resta coi piedi per terra.
Siete comunque solo amici. Da parte sua. Da parte tua se si chinasse a baciarti come quella sera, non staresti più fermo come un coglione e rischieresti il pugno in faccia, piuttosto che vivere nel rimpianto di quella mossa mancata che non ha portato ad un bacio che volevi da matti.
Che difficile avere a che fare con lui.
Però ora lo sento vicino, più vicino che mai. Anzi. C’è un legame vero, che poi sia amicizia e non ciò che vorrei, è un altro discorso. Ma a prescindere dal nome che ha nella realtà questo legame, conta che ci sia davvero.
Pensandoci, sorrido contento e subito dopo mi metto a scherzare dicendo qualcuna delle mie solite stronzate, solo per farlo ridere.
- Comunque dovrei citarti per danni, hai ispirato Lewis coi tuoi metodi del ‘non esiste solo lui in pista!’
Quando lo dico, Charles mi guarda stralunato; non capisce come posso dire una cosa simile, ma ad un’occhiata attenta capisce che scherzo e si abbassa subito al mio stesso livello demenziale.
- Con te quello è l’unico modo per non essere quelli con la gara rovinata!
- Sì, ma non serviva che lo rendessi così pubblico!
- Pubblico? Scusa se le gare sono in diretta mondiale e poi in replica tipo per sempre ovunque! Per non parlare di tutto il pubblico in presenza!
- Che pignolo!
- Ma poi io che c’entro con Lewis? Non gli ho detto niente su di te! - fa poi come se continuassimo a scherzare, invece è appena passato dalla stronzata alla frase seria ed a momenti mi torna a girare la testa per colpa sua.
- È tutto l’anno che parafrasa la tua famosa frase di due anni fa, quando hai detto che non ci sono solo io in pista. - Charles mi guarda spaesato. Credo ricordi la sua frase, ovviamente, visto che conoscendolo sarà molto orgoglioso di averla detta all’epoca, ma non capisce cosa c’entra con oggi.
- Continuo a non capire che c’entra con quello che è successo oggi! - non so se si è veramente spento il suo cervello o se è sconnesso a tratti di natura. In ogni caso la sua testa fra le nuvole è adorabile.
- Oggi è andato dritto senza lasciarmi spazio, era ovvio che sarei finito fuori, ma se ne è fottuto il cazzo e mi ha mandato fuori consapevolmente!
- Io quella volta però non ti ho mandato fuori! - precisa allora lui accennando ad un sorrisino divertito delizioso. Sta tornando da me, lo adoro!
- È stata solo fortuna, mi avresti spedito anche tu sulle barriere ad una velocità stratosferica e solo per dirmi che ti devo fare spazio! Adesso che usa anche lui questo metodo di merda che odio... - Charles mi interrompe ridendo.
- Il mio metodo di merda.
- Il tuo metodo di merda. - gli concedo. - sarà ancor più difficile gareggiare con lui.
- Come lo è con me?
Perché è vero e lo sa che con lui uso un occhio di riguardo rispetto che con chiunque altro, dopo Silverstone 2019. Con gli altri uso il mio stile da killer. Tiro dritto, non do spazio, non mi fotte un cazzo di nessuno.
Con Charles, dopo quella gara famosa, non ho avuto scelta che lasciargli spazio quando gareggia con me. Beh, non che mi abbia mai obbligato, potrei tutte le volte rischiare un incidente, ma non sono così idiota. So che se guido così con uno che guida allo stesso modo, il rischio di non finire le gare si alza di molto. Di solito lo faccio perché so che gli altri mi considerano un pazzo pronto a buttarli fuori, così alzano il pedale e si fanno in là. È un rischio calcolato, ma se ho un Charles, ed ora un Lewis a quanto pare, che non alzano assolutamente il pedale con me, mi si ritorce contro e non sono un coglione, anche se a volte non sempre.
Insomma, mi tocca guidare bene, da manuale, no?
- Non ti ha scritto?
- No, non credo si sia nemmeno informato su come sto.
- Ma sì, sicuramente ha saputo che fai solo accertamenti ma che stai bene...
Quando lo dice lo guardo scettico.
- Io non l’avrei fatto al suo posto. - risponde schietto.
Charles ride di gusto.
- Ma non sono tutti stronzi come te!
Accompagna questo non molto velato insulto ad un’occhiata maliziosa e non posso che rispondergli alla mia tipica maniera.
- Fanculo Charles.
Siamo spontanei, così come lo è la sua risata ad una risposta che forse si aspettava; è qua che entra mio padre con il rappresentante della Red Bull e Seb che probabilmente hanno incontrato venendo qua. Figurati se non veniva anche lui? È famoso per venire a trovare sempre tutti i piloti che subiscono traumi e fanno incidenti. È molto carino.
Finiamo per parlare insieme, ma molto brevemente perché da fuori vengono subito a dirci che siamo troppi e di andare via, perché è consentito al massimo un parente, di norma.
Oltretutto mi hanno già sistemato in una posizione agiata rispetto agli altri. Dovevo stare in quello stanzone con tutta quella gente, diviso solo da delle tende. Col cazzo.
Alla fine Charles mi fa un occhiolino storto dei suoi che mi fa uno strano effetto, gli sorrido ebete con l’aria di chi è stordito per via del colpo subito–anche se invece lo sono per lui–e se ne va con mio padre e il tipo della RedBull che non ricordo come si chiama. Resta un attimo Seb, ma sono distratto dal fatto che Charles se ne va parlando con mio padre e la cosa mi fa venire i brividi, per un momento. Non so perché.
Sono così diversi, Charles aveva un padre che era l’opposto del mio e poi... beh, e poi potrebbero essere un giorno suocero e genero. Oh mio Dio ma che cazzo mi hanno dato da bere?
Che pensieri del cazzo ho?
Max, torna in te!”
Notes: So che ho recentemente messo la versione de 'Per il tuo sorriso' proprio di questo momento ed è un caso che siano coincisi nello stesso periodo, ma per me è uno di quelli determinanti nella loro relazione perché si passa dal 2020 dove non c'è stato nulla di notevole fra loro, e prima ancora si viene da un 2019 dove era tutto teso e formale se non normale, e poi se guardi nel 2022 c'è già da subito un rapporto molto stretto e bellissimo. Perciò riflettendoci deve esserci stato qualcosa nel 2021 che ha cambiato nettamente il loro rapporto, specie perché c'è poco in quell'anno di loro, ma quel poco è veramente notevole, sia vedendo Monaco21, che notando la foto che ho messo in questo banner dove si guardano in quel modo complice, che sarebbe di Baku21. Ma ce ne sono diverse altre di quella stagione che li mostra in approcci fra loro decisamente diversi rispetto agli anni precedenti, perciò il mio ragionamento è stato: sicuramente in quell'anno qualcosa ha rinforzato il loro legame, il rapporto è cambiato lì.
Ci sono dei punti in comune fra i due capitoli delle due fic, perché nella realtà Max è andato in ospedale per degli accertamenti ed è impossibile non considerare quel fatto specie perché per lui è stata una cosa notevole. Sono piuttosto sicura che Seb sia andato a trovarlo perché lo ha sempre fatto con tutti i suoi colleghi incidentati, su Charles ovviamente è solo una mia personale convinzione.
Penso che questo fatto possa aver colpito Charles per via di Jules ed Anthoine e averli ulteriormente uniti. Perché se c'è un momento in cui Charles può aver capito che tiene davvero a Max, è proprio lì in quell'occasione. Alla prossima. Baci Akane