2. UN VIAGGIO PER APPROFONDIRE
Ripreso il controllo dell’auto, Carlos si staccò dalla maniglia sopra la portiera, rilassandosi.
- Allora, dove mi porti? - chiese tornando allegro.
Jannik gli lanciò una breve occhiata. Era totalmente a suo agio e sembrava semplicemente godersi l’attimo senza alcuna premeditazione anticipata. Lui tendeva ad averne bisogno, ma capì che con lui non avrebbe potuto programmare tutto. Gli aveva permesso di organizzare quell’uscita al go-kart solo perché era la prima, ma presumeva che essere veramente amico di Carlos Alcaraz significasse improvvisare, buttarsi e lasciarsi andare.
“Proprio io?”
Al suo silenzio, Carlos si girò in tempo per incrociare il suo sguardo perplesso e rispondendogli con un gran sorriso spontaneo, Jannik lo imitò quasi arrendendosi.
“Lui nella mia vita, in qualunque vece sia, potrebbe essere la ‘cosa’ migliore che mi stia per capitare. Staremo a vedere dove mi porta questa serata!”
- Cucina italiana? - chiese Jannik cercando faticosamente di tornare alla loro conversazione.
- Beh, quello era scontato! - disse subito Carlos ridendo. Rideva sempre, anche se non c’era ragione per farlo o se nessuno aveva fatto battute. Ma lui rideva ed era la parte di Carlos che adorava.
- Allora c’è solo un posto dove posso portarti. Ma non è vicinissimo, dovremo fare un po’ di strada. Ti va?
Non lo stava facendo apposta, non era premeditato, ma forse stare con lui era contagioso.
- Con te mi va bene tutto, puoi portarmi anche in capo al mondo, mi sta benissimo! - rispose Carlos con un tale candore e spontaneità che per poco, di nuovo, non fece uscire di strada Jannik, preda dell’ennesima botta emotiva.
- Ok, se vuoi però guido io. Basta dirlo che non hai voglia, non sono problemi, eh? - brontolò con voce tremolante riappendendosi alla maniglia.
- No no ce la faccio. - non sapeva se ridere o piangere.
- Sicuro? - Carlos invece era apertamente spaventato.
Il silenzio restò per circa dieci secondi.
- Quindi dove mi porti?
- Da mio padre!
E qua fu Carlos a girarsi di scatto teatrale con braccia larghe ed aria terrorizzata.
- Così brutalmente?
- In-in che senso? Perché brutalmente? - poteva essere una reazione giusta nel caso stessero insieme, ma Jannik sapeva che non erano ancora una coppia. Faticava a ricordarselo, per la verità, ma ne era ancora piuttosto sicuro. Perciò quando guardò per l’ennesima volta Carlos, non capì in che senso reagisse in quella maniera spropositata.
- No, non so, è tuo padre e non l’ho mai conosciuto veramente e...
Jannik si guardò dal dirgli che ci sarebbe stata anche sua madre.
- Ma io ho conosciuto il tuo. - gli fece invece notare logicamente.
- Sì, ma era un contesto diverso, eravamo negli spogliatoi dopo una partita e... - il suo lo seguiva, ma meno rispetto a quello di Carlos; in parte per questioni di lavoro, in parte perché se veniva era per guardare qualche partita all’interno dei suoi tornei, ma non partecipava mai ai suoi allenamenti. Era anche più schivo, a fine partita non scendeva mai negli spogliatoi come faceva quello di Carlos, perciò non era mai capitato di poterglielo presentare. Né lui né la madre.
- Che significa? Cosa c’è di male se ti faccio conoscere i miei? - Jannik non capiva proprio la sua reazione, non aveva minimamente senso.
- I TUOI? - sottolineò Carlos drammatico, realizzando che ci sarebbe stata anche la madre. - E se non gli piaccio? - Jannik faticava da matti a tenere la macchina dritta ed ora stava guidando davvero malissimo.
- Intanto è impossibile che tu non piaccia a qualcuno, - cominciò spontaneo preso in contropiede per quella strana reazione. - e poi ti conoscono già come ti conosce tutto il pianeta. È solo una formalità. E comunque non stiamo insieme, non ti presento in qualità del mio ragazzo, no?
Alla fine chiese per assicurarsene, magari si era perso qualcosa, ma se ne pentì subito, perché vide qualcosa che non aveva mai visto in lui.
Imbarazzo.
Candido, cristallino imbarazzo.
Jannik non poteva dire se era anche arrossito, era ormai buio e non poteva osservarlo bene, però quando cercò di guardarlo, Carlos brontolò un poco comprensibile: - Sì sì giusto.
- Se non vuoi andiamo da un’altra parte. Non devi sentirti imbarazzato a conoscere i miei, è che hanno gestito un rifugio per anni, mio padre è cuoco ed è bravo a cucinare, mi ha insegnato lui e...
- No no, va bene! - fece Carlos fermando il suo fiume di parole. - Portami da loro! - mormorò con un tono che non gli aveva mai sentito. Indecifrabile, assolutamente indecifrabile.
- Sì? - si assicurò ancora guardandolo di nuovo. Carlos annuì con un sorriso tirato.
- Sì!
- Posso avvertirli? Carlos, devi essere sincero. - Carlos così si girò e gli sorrise radioso annuendo, era un sorriso forzatissimo.
“Dannazione, non sa fingere. Ma se non mi dice di no non posso portarlo altrove, rovinerei la serata. Però è strano, che gli è preso? È come se fosse imbarazzato all’idea di conoscere i genitori del suo fidanzato per la prima volta, ma non stiamo insieme, no? Oltretutto lo porto dai miei perché non mi fiderei a portarlo da nessun’altra parte. So che non faranno domande e accetteranno quel che gli dirò e non c’è un cuoco migliore di mio padre nei dintorni. Voglio solo che questa giornata organizzata da me sia perfetta, fare colpo su di lui in qualche modo.”
Stava ancora riflettendo come un fiume in piena, quando la radio di punto in bianco si accese. Jannik, saltando sul posto e frenando di colpo, guardò il dito di Carlos ed il suo sorriso di scuse per aver preso l’iniziativa.
- Ti dà fastidio? - scosse il capo.
- Fai pure.
Ma rimase il silenzio fra loro, interrotto solo dalla musica che il suo passeggero cambiava di continuo, quasi nervosamente.
Jannik capì che aveva sbagliato a dire che non erano fidanzati, ma non capiva la sua reazione.
Non parlarono per un po’ e quando Carlos trovò una stazione che gli piaceva che trasmetteva pop-latino, si mise a muoversi e ballare da seduto come se gli avessero inserito una spina o se ci fossero interruttori segreti che, una volta schiacciati, lo rianimavano come per magia.
“Ha uno spirito incrollabile!” commentò fra sé e sé rilassandosi nel vederlo di nuovo acceso.
Forse anche troppo.
Alla seconda occhiata si rese conto che quell’interruttore era meglio evitarlo. A Carlos, a quanto pareva, la musica piaceva parecchio e se c’erano delle canzoni da lui particolarmente gradite, non riusciva a starsene fermo.
Si muoveva.
Si muoveva molto bene, anche se poteva farlo in modo estremamente limitato e nonostante quello era incredibilmente sensuale, per quel po’ che poteva roteare e muovere.
Ipnotico e sexy.
In altre parole, deleterio.
“Ma io dovevo per forza portarlo a cena dai miei e stare un’ora in macchina con lui? Non so, cazzo di idee di merda! Bravo, Jannik! Creati l’occasione di prolungare questo inaspettato appuntamento con lui. Passa più tempo che puoi con lui! Comunque la sua reazione di prima non ha senso. Cosa mi sono perso?”
Decise di non citare più quel momento per evitare di rovinare l’atmosfera, consapevole che comunque continuare a farlo muovere in quel modo era anche più difficile.
All’ennesimo ballo da seduto, Jannik sentendosi terribilmente accaldato e anche troppo eccitato, abbassò il finestrino lasciando che l’aria fredda dell’Alto Adige dei primi di novembre, li schiaffeggiasse abbassando brutalmente ogni bollente spirito.
- Wow, amico, mi vuoi uccidere? - con questo Carlos abbassò la musica e si fermò strofinandosi le mani sulle braccia.
Jannik lo guardò perplesso e Carlos si difese: - Ehi, io sono spagnolo, vivo per il caldo, tu vivrai per il freddo, ma non sopporto... ehi, chiudi! - concluse stizzito non riuscendo nemmeno a ragionare per il freddo.
Jannik, incredibilmente divertito, scosse il capo shoccato.
- Non ci penso proprio, sto morendo di caldo!
Non aveva reale necessità di stare col finestrino abbassato, ma voleva solo punzecchiarlo per distrarlo e farlo smettere di ballare, temeva di schiantarsi sul serio e finire giù per un burrone, se avesse continuato.
Peccato che Carlos non conoscesse i dinieghi e davanti ad una qualsiasi sfida, ci si buttava senza rifletterci.
Cioè, letteralmente.
A quella risposta, infatti, Carlos lo guardò esterrefatto che osasse imporgli il finestrino abbassato e si gettò su di lui raggiungendo con il dito il suo pulsante per alzare il vetro.
Jannik che si ritrovò Carlos steso addosso, si irrigidì e faticò enormemente a tenere la macchina, tanto che tolse immediatamente il piede dal pedale dell’acceleratore. Mentre gestiva a fatica la macchina, dimenticandosi che esisteva il freno, col cuore in gola e l’eccitazione di nuovo alle stelle, lo guardò sussurrando un allucinato: - Carlitos, sei pazzo?
Era la prima volta che lo chiamava così e forse fu per questo che Carlos girò di scatto la testa per guardarlo meravigliato. In quello, i loro visi si trovarono vicinissimi, a portata di bacio, e mentre succedeva la macchina si fermò nello stradone per fortuna vuoto in quel momento.
Jannik, automaticamente e senza accorgersene, mise la macchina in folle mantenendola accesa e stabile.
Il finestrino si richiuse, ma Carlos restò tutto steso su di lui, col dito su quel pulsante che ormai non serviva più tenere.
Quanti centimetri li separavano?
Sentivano i loro fiati addosso ed anche se era quasi tutto buio, si intravedevano addirittura i colori dei loro occhi.
Quelli di Jannik corsero inevitabilmente sulle labbra carnose e non molto segretamente desiderate di Carlos. Ora le guardava con la consapevolezza che gli piaceva e poteva capire tutte le altre volte che si era perso ad osservargliele: c’era sempre stato un solo motivo dietro.
Le voleva da molto ed ora erano lì così vicine, ad una portata facile.
Sarebbe bastato poco, poteva muovere la testa di poco e si sarebbero unite. Anche Carlos gliele guardava, ora.
Ma poi poteva essere tutto e niente, con Carlos. Perché era così, no?
Era imprevedibile. Bello.
“Lo bacio o no? E se si tira indietro?”
- Devi... - la sua voce era roca e la tirò fuori a fatica. - Devi stare fermo o finiamo fuori strada... - disse infine Jannik con la logica che gli veniva in aiuto.
Carlos sembrò svegliarsi dall’ipnosi, annuì, si ritrasse e tornò dritto.
“Maledetto idiota. Perché non l’hai baciato e basta?” pensò Jannik immediatamente, mentre sentiva il gelo nel non avere più Carlos addosso, era furioso con sé stesso e carico di rimpianti.
Forse non era successo niente, ma forse sì.
“Certo, e se lui è semplicemente così con tutti e non ci sta provando con me? Lo baci, lui si ritrae e dice ‘guarda che hai capito male!’ Gli spagnoli sono così, come i sudamericani. Sono molto fisici, affettuosi, adorano il contatto, non conoscono il concetto di spazio vitale. Noi italiani del nord non siamo così, anzi. Siamo schivi, ognuno i propri spazi, meno contatti possibili. Per me una cosa simile significa tutto, ma per lui potrebbe non essere niente!”
- Dovremo fare golf. - fece poi Carlos di punto in bianco dopo un po' di silenzio ed essersi perso in un paesaggio montano che non si vedeva più bene come prima. Stranamente non aveva riattaccato con la musica, come avesse capito da solo che non andava bene per qualche ragione, la stessa che gli impediva di spalmarsi di nuovo su di lui.
Carlos non era ottuso, aveva solo un modo molto personale di interpretare il mondo. Un modo meraviglioso, realizzò Jannik.
- Eh? - fece di nuovo spaesato dall’ennesimo cambiamento.
Ma dove diavolo erano gli interruttori che schiacciava a quanto pareva casualmente? Se li conosceva magari poteva evitare di pigiarli per essere preso meno in contropiede.
- Sì, golf! È divertente, sono sicuro che ti piacerà! E poi è anche rilassante!
Carlos era di nuovo partito col suo tipico entusiasmo, incapace di stare zitto e buono.
- Ma non ho alba di come si faccia. È divertente se lo sai fare! - dedusse Jannik semplicemente assecondandolo, capendo che tanto non aveva molta scelta.
Carlos alzò le spalle.
- Ti insegno io, non è complicato. Dopo un po’ fai pratica ed inizi a divertirti!
Jannik non voleva, era convinto fosse un’enorme cazzata mettersi a fare golf, ne era fermamente convinto, ma la propria bocca, come colta dallo spirito imprevedibile di Carlos, si mosse da sola.
- E tu ti farai insegnare da me lo sci? - chiese in un tono molto più seducente che divertito, come aveva sperato di essere.
Carlos si girò di scatto probabilmente proprio per il tono, Jannik fece altrettanto rallentando, i loro occhi si incontrarono di nuovo nel buio dell’abitacolo, ma brillavano un sacco tutti e due e si videro carichi di speranza, era la stessa. Jannik ne era sicuro.
Il momento fu breve come tutti gli altri, non poteva di certo perdersi per minuti lunghissimi nei suoi occhioni mentre guidava.
- Allora abbiamo altri appuntamenti fuori dai campi di tennis?
Carlos aveva parlato impulsivamente e con un dolce sorriso entusiasta che aveva coinvolto e scaldato Jannik. Di nuovo ci sperava. Di nuovo sperava che fossero sulla stessa barca.
Sembrava, ma era vero?
- Sì, perché no?
- Ma io ho il terrore degli sci. - si ricordò poi Carlos demoralizzandosi come un pazzo. Jannik lo guardò di nuovo faticando a rimanere sulla strada che stava per finire, per fortuna.
Una volta arrivato a casa dei suoi, sarebbero stati tranquilli. Avrebbero avuto anche dei momenti da soli, i suoi genitori non erano asfissianti e non gli stavano sempre addosso. Poteva creare un’altra occasione perfetta, se fosse stato abile a gestire la situazione, ed in quel momento, se Carlos non ci sarebbe stato, avrebbe avuto la sua risposta definitiva e si sarebbe messo il cuore in pace. Aveva bisogno di saperlo.
Carlos provava lo stesso per lui?
- Davvero? - chiese sorpreso, era chiaro non stesse scherzando. Sembrava essersene ricordato dopo l’onda di entusiasmo impulsiva tipica sua.
- Sì, ho paura di cadere e distruggermi giù per la pista. Mi immagino come un’enorme palla di neve che rotola ed investe tutti. Non so, ognuno ha le sue paure!
Jannik rise, Carlos l’aveva edulcorata per alleggerirla e farla sembrare ridicola, ma capiva che doveva essere vero e dopo la risata, si sentì deluso. Aveva sperato d’avere un altro appuntamento speciale con lui, soprattutto nel suo ambiente naturale, la neve.
- Eh, se hai paura non posso obbligarti. Però io non ho paura di una mazza da golf, dai. Temo solo la figura di merda che ne conseguirà nel tenerla in mano, ma posso sopportarlo, quello!
Con orgoglio si rese conto che gli era uscita bene, lo appurò alla risata distesa e rilassata di Carlos che rasserenò come per magia l’atmosfera brevemente incupita.
Improvvisamente, sperava che quella strada durasse in eterno.
NOTE: È vero che gli spagnoli, così come i sudamericani, sono molto affettuosi, passionali e gli piacciono i contatti fisici, al contrario dei nordici (io da Italiana del nord lo posso confermare, non è un luogo comune) che tendono ad evitare contatti, abbracci, manifestazioni eccessive d'affetto. Perciò non è scontato per Jannik capire se Carlos lo ricambia in quanto potrebbe semplicemente essere così con tutti e non solo con lui.
Siccome il papà di Jannik è cuoco da sempre e che attualmente è anche nel suo staff come cuoco personale, ho immaginato che quando sono a casa per qualche pausa fra un torneo e l'altro, il nostro giovane campione rossino preferisca comunque sempre la sua cucina a qualsiasi ristorante (diverso è il discorso quando magari è in vacanza altrove, ma siccome nella mia fic sono proprio vicino a casa sua, ho fatto questo ragionamento).
Siccome Carlos dice che Jannik è bravo nel karting, suppongo abbia esperienza nel settore ed in effetti pare che ogni tanto corra col go-kart per svagarsi con gli amici. Uno dei suoi kartodromi preferiti è proprio quello lì in provincia di Bolzano ed ecco spiegato quanto scritto. L'unico dubbio che mi rimane è che forse fra la Pista di Vadena, dove sono a correre, e casa dei genitori di Jannik, che sarebbe a Sesto, c'è un bel po' di strada (due orette circa) e non so se sarebbe realmente fattibile, ma in questo caso mi sono avvalsa della licenza poetica e l'ho fatto lo stesso (che poi sono consapevole che spesso la gente non ragiona come me che reputo 2 ore di strada tanta, per qualcuno non è una tragedia).
Grazie dell'attenzione. Alla prossima. Baci Akane