3. UNA CENA PER LEGARE
Jannik vedendo il nome del suo paese, mise la freccia per uscire dalla statale e raggiungere in poco casa dei suoi che ormai l’aspettavano ‘con un amico’.
Sicuramente sua madre era andata in confusione, mentre suo padre aveva probabilmente gestito tutta la cena senza problemi.
“Vabbè, mi aspettavano comunque, gli porto solo una persona in più a cena...” si disse sperando di non aver turbato troppo la madre che era la classica persona che aveva bisogno di tempo per preparare le cose bene. A lei le sorprese non piacevano per niente, ma suo padre controbilanciava il suo bisogno di programmazione precisa ed anticipata.
Una volta da piccolo per averle portato un amico a cena senza dirglielo prima, gli aveva fatto una sceneggiata. Da quella volta almeno l’avvertiva prima e si limitava al massimo ad una persona in più.
- Sei sicuro che non disturbo i tuoi? Non voglio creare scompiglio... - di punto in bianco Carlos tornò a parlare dei suoi genitori, come gli leggesse nel pensiero, probabilmente spinto dalla consapevolezza che ormai stavano per arrivare.
Jannik non capiva se era ansioso o a disagio. Non si sarebbe mai aspettato di vederlo così teso all’idea di conoscere i suoi genitori, ma non vedeva il problema visto che lui quelli di Carlos aveva già avuto modo di incontrarli nei tornei.
“Non sembra timido, ma forse invece lo è....”
- No, stai sereno, è il posto migliore dove farti mangiare italiano da queste parti e per stare sicuri di essere lasciati in pace.
Appena lo disse si rese conto di come sembrava.
- Essere lasciati in pace? - sottolineò infatti Carlos guardandolo coi suoi grandi occhi espressivi. Erano forse carichi di speranza?
Poteva essere?
Stava per rispondere, ma l’arrivo a casa lo tolse dall’impaccio.
“Il momento fra noi non può venire mentre guido, no?”
- Siamo arrivati. - fece quindi sollevato, entrando nel parcheggio di casa dei suoi.
Carlos sussultò girandosi di scatto a guardare fuori e si zittì di colpo.
“Dio mio, sembra proprio teso come un fidanzato dai suoceri per la prima volta! Faccio la battuta che non siamo nel set di ‘Ti presento i miei’? No, forse non abbasserebbe la tensione, anzi. Ma tu guarda che carino che è. Chi l’avrebbe mai detto?”
I genitori di Jannik rimasero sorpresi nel ritrovarsi Carlos Alcaraz in casa, non avendo saputo prima chi fosse il misterioso amico, ma furono subito felici di vederlo e conoscerlo come si doveva.
Dopo le spiegazioni dovute, più semplici e stringate che mai, andarono subito a mangiare. Jannik studiò la madre, non sembrava agitata, doveva averla presa bene e se ne compiacque, non gli piaceva turbarla. Aveva un carattere ansioso, ma per fortuna il padre era un’ottimo sostegno. Era più spavaldo e a suo agio. In breve prese in mano la situazione spiegando la cena che aveva preparando, tutti piatti preferiti di Jannik.
Dopo un primo momento di imbarazzo da parte di Carlos, lo vide sciogliersi rimanendo comunque sempre un po’ contenuto rispetto a come appariva con lui in privato o in un ambiente familiare.
Parlava e scherzava con loro, ma sempre con un certo rispetto e freno.
“Wow, dunque è veramente come un genero coi suoceri?”
Pensandolo, mentre li osservava approcciarsi in vista della cena imminente, Jannik rimase come abbagliato.
Si sentiva improvvisamente strano e stordito.
Quando aveva deciso di portarlo lì, non aveva seriamente pensato alle conseguenze e solo ora che li vedeva, capiva la reazione di Carlos di prima..
Era come inserirlo nel proprio mondo personale. Come passare ad una sorta di fase successiva.
Aveva agito impulsivamente per la prima volta in vita sua, contagiato dalla vicinanza di Carlos che tipicamente agiva senza pensare prima, ora ne pagava le conseguenze.
Suo padre parlava bene l’inglese, mentre sua madre di meno, ma Carlos aveva questa strana capacità di capire l’italiano senza parlarlo, perciò in qualche modo se la cavarono piuttosto bene ed in modo alquanto bizzarro.
Era bello, pensò Jannik. Bello ed intossicante.
Così tanto che non voleva quella serata finisse. Non poteva. Non doveva.
Finendo il secondo coi contorni, si sentì lo stomaco stretto in una morsa, ma sapeva che non era colpa di cosa aveva mangiato.
“Idiota patetico. Non siamo una coppia e lui non è il mio ragazzo appena presentato ai miei genitori. È solo un amico. Beh, è comunque molto più di quello che era fino a mesi fa, quando era solo un rivale.”
Se ne rese conto col dispiacere che si faceva strada nel vedere i loro piatti vuoti; che scusa avrebbe avuto, ora, per prolungare quel momento splendido fra loro?
Ma lì, come se suo padre gli leggesse nel pensiero e sapesse qualcosa che lui non sapeva, chiese a Carlos: - Dove pernotterai?
Carlos, distolto dalla concentrazione nel capire uno scambio in italiano fra i suoi genitori, lo guardò smarrito e fu come se si ricordasse solo a quel punto di un fattore piccolo e trascurabile.
Una sciocchezza, insomma.
- Oh, non so. Pensavo di andare nell’hotel o affittacamere più vicino! Non sapevo quanto saremmo stati e dove saremmo finiti, perciò non ho prenotato nulla. Immaginavo di improvvisare.
Jannik lo guardò shoccato, in quel momento lo stesso sguardo della madre che non poteva concepire un metodo di vita così irragionevole e rischioso.
Per assicurarsi d’aver capito bene, gli chiese in tedesco se avesse capito bene.
- Non ha un posto dove dormire? - Jannik annuì confermandole la comprensione corretta dell’inglese inventato di Carlos. A quello lei impallidì sconcertata: - Ma sono le dieci di sera!
- Cosa c’è? - chiese Carlos non capendo nemmeno mezza parola di tedesco.
Il padre ridendo prese la parola al loro posto.
- Niente, sono sconvolti che vivi alla giornata. - Carlos guardò i due ridendo per stemperare la loro tensione, dispiaciuto che fossero sconvolti per causa sua.
- Ma no, sono abituato. Per me fare programmi è motivo d’agitazione perché mi piace essere libero di fare quel che mi pare sul momento. Mi sapete dire se c’è un posto adatto nelle vicinanze?
Jannik sospirò scuotendo il capo e coprendosi la bocca con la mano nella speranza di nascondere parzialmente shock ed ansia che ora attanagliavano lui. Perché lo sapeva cosa sarebbe successo, eccome se lo sapeva. E sapeva anche che non era un piano strategico di Carlos, ma tutto un puro caso. Questo lo rendeva ancora più agitato. Carlos poteva rifiutare e scappare a gambe levate, prima si era dimostrato incredibilmente imbarazzato, non era scontata la sua reazione.
Mentre lui era nel pieno del patema d’animo, i suoi genitori si scambiarono uno sguardo complice e ovvio, infine l’uomo prese la parola di nuovo a nome di entrambi.
- Se non ti dà fastidio, puoi fermarti qua. Ci sono due camere, una è quella di Jannik, l’altra è di suo fratello che non è qua stasera, perciò non ci sono problemi per noi.
Carlos avvampò immediatamente e spalancò la bocca come se fosse una proposta indecente, poi guardò di scatto Jannik per capire se andasse veramente bene o se fosse un problema, ma in quel momento il figlio dei padroni di casa divenne una sfinge costringendosi con non poca fatica a non fare assolutamente nessuna espressione, nonostante dentro di sé stesse morendo male, malissimo, come mai era morto in vita sua.
L’ansia era alle stelle, il cuore batteva da matti e nemmeno respirava, ma mantenendo una posa neutra del corpo, della testa e del volto, non fiatò e non proferì parola aspettando.
Dal proprio volto non uscì nulla se non un cenno divertito.
- Per me non sono problemi, puoi stare con noi.
“Ti prego, ti prego, ti prego, dì di sì, dì di sì, dì di sì!”
La sua preghiera ossessiva implosa nel proprio cuore, venne inconsapevolmente ascoltata da un Carlos che stringendosi nelle spalle e grattandosi la nuca teneramente, accettò la gentile proposta.
- Va bene, in questo caso accetto volentieri. Sicuri che non disturbo? - i genitori ovviamente scossero la testa, più lui che lei, la quale rimase perplessa ancora shoccata dall’idea che Carlos alle dieci di sera non avesse pensato a dove dormire.
- Jannik, mi dispiace, se sapevo di fermarmi a dormire vi portavo un presente, mi sento un cafone, ora! Gli spedirò qualcosa da casa, non me lo dimentico, eh? Se i miei sapessero che mi fermo qua e che non ho portato niente, mi ucciderebbero!
Carlos continuò a parlare a macchinetta sempre nel suo inglese spagnolizzato che Jannik capiva ormai per abitudine, lo lasciò fare realizzando che doveva essere il suo modo di affrontare l’imbarazzo.
“Eh sì, deve essere timido a modo suo. Nelle situazioni nuove, magari fuori dal suo ambiente solito. Dio mio ma è tenerissimo!”
Rimase perso ad osservarlo come se stesse realmente ascoltando i suoi lunghi insulsi sproloqui sui regali e sul ricambiare le gentilezze ricevute.
Ovviamente non sentiva nemmeno mezza parola, ma i suoi occhi memorizzavano persino il movimento dei muscoli facciali rivelatori di imbarazzo, ogni pagliuzza, ogni pelo, ogni imperfezione o meraviglia del suo viso. Tutto.
“Wow. Sono proprio cotto!” pensò disarmato non potendoci ormai fare niente. “Vorrei sapere cosa diavolo prova lui in tutto questo, a parte l’imbarazzo, voglio dire. Fra le mille parole che è in grado di sparare sotto stress, ci sarà qualcosa di utile a capire cosa prova per me?”
Per sua fortuna, per quanto contagiato dai modi impulsivi di Carlos, Jannik tornò velocemente in sé ricordandosi che indagare sui sentimenti di Carlos davanti ai suoi genitori, non era una grande idea.
“Abbiamo una notte intera davanti, ma è rischioso proseguire per questa strada.” pensò Jannik osservando Carlos aiutare sua madre a sistemare la cucina con lei che non voleva saperne di scomodare l’ospite. Una lotta senza quartiere che fece ridere gli altri due che assistevano alla scena divertiti.
Poteva effettivamente capire cosa provava Carlos per lui, alla fine di quella nottata speciale, ma se quello che avesse scoperto non fosse stato di suo gradimento, sarebbe stata dura, poi, conviverci.
Poteva correre quel rischio?
Assolutamente no. Non era nel suo stile. Lui agiva solo quando era sicuro di una buona percentuale di vittoria, altrimenti non provava. No, proprio no.
Richiamato dalla madre che gli chiese in tedesco di impedire al suo amico di farla apparire come una pessima padrona di casa, Jannik continuando a ridere prese Carlos sotto braccio con estrema naturalezza e se lo trascinò verso la zona camere per distrarlo.
- Vieni, se vuoi aiutare qualcuno, aiuta me a prepararti la camera! - con questo Carlos si spense e smise di cercare di sparecchiare la tavola.
Abile come pochi a rigirarsi gli altri, specie se semplici come Carlos.
“La strada che sto intraprendendo è pericolosa, molto pericolosa. Finirò per illudermi di essere il suo ragazzo e al termine di tutto questo mi renderò conto che era solo al massimo un amico, se va bene. Ma è esattamente questo che mi sto sentendo nel tenerlo in casa mia, farlo cenare coi miei, farlo dormire da me. Il suo ragazzo. Jannik frenati o ti farai male.”
Appena entrarono in quella che attualmente veniva usata come camera degli ospiti e che normalmente era di suo fratello, fu come entrare di nuovo in un’altra dimensione. Come se si passasse di livello ad ogni cosa nuova che facevano.
Erano partiti con una specie di appuntamento a due, poi un viaggio in macchina aveva elevato il contesto ‘appuntamento’ a qualcosa di più particolare. Successivamente con la cena a casa della sua famiglia si era passati ad una sorta di intimità familiare difficile da spiegare, qualcosa che ora mentre preparavano la sua stanza insieme era diventato ancora più profondo ed elettrizzante.
Come passare dal corteggiamento allo status di coppia.
Ma lui sapeva che non lo erano, la parte razionale di Jannik che spiccava particolarmente, glielo ripeteva ogni cinque minuti.
“Guarda che non è veramente il tuo ragazzo.”
Era stato quasi meno shoccante realizzare che gli piaceva un ragazzo, piuttosto che gestire il fatto che quel ragazzo che gli piaceva era nella fattispecie Carlos Alcaraz.
Non capiva perché, ma gli sembrava d’aver scelto male la sua prima cotta gay. Forse perché tendeva alla negatività. O meglio, riteneva di essere un realista che tendeva al pessimismo, al contrario di Carlos che era sempre e solo ottimista.
Perciò in quella traumatica consapevolezza, Jannik era convinto sarebbe finita male e di non poter essere ricambiato.
- Sicuro che non disturbo? Sono sicuro che in questa splendida valle è pieno di posti dove dormire.
Jannik sorrise tirando fuori le lenzuola nuove da mettere nel letto di Mark.
- A parte che in questo periodo chiudono quasi tutti prima della stagione invernale, non è detto avresti trovato facilmente come pensi. Comunque i miei si offenderebbero ormai se te ne andassi. Vuoi offenderli? - chiese provocatore e abile.
Carlos spalancò gli occhi terrorizzato all’idea di offenderli, era inaccettabile per lui e la sua formazione.
- No no, guai! Davvero? No allora resto! Grazie! Saprò ricambiare! Gli spedirò un cesto con prodotti tipici spagnoli, gli farà piacere?
Carlos era già partito con estrema naturalezza e Jannik proseguì la conversazione felice di quello che continuavano sempre più a sembrare.
“Non stiamo insieme. Ma cazzo, quanto sembra!”
E quanto era bello.
“Finirà male. Malissimo. Domani lo accompagnerò in aeroporto e lo saluterò in modo assolutamente normale, come due rivali che sono appena diventati amici effettivi e non solo a parole. Starò di merda. Così di merda. Perché ho accettato tutto questo?”
Mentre faceva il letto aiutato da Carlos, con lui che parlava a macchinetta rivelando ancora meglio quanto fosse imbarazzato della situazione e quanto odiasse i silenzi, il cuore di Jannik continuava a battere impazzito in gola, come non gli era mai successo. La frenesia aumentava di secondo in secondo.
Quando mai aveva provato emozioni così potenti? Mai, non lo ricordava.
“Non succederà niente, è solo imbarazzato perché è in una situazione strana, a casa di qualcuno che fino a sei mesi fa riteneva solo un rivale. È strano dormire sotto lo stesso tetto, è legittimo il suo imbarazzo. Dolcissimo, tenerissimo, ma legittimo. Non mi dice niente su ciò che prova per me. Assolutamente niente. Perciò tu non farai domande strategiche, non indagherai oltre e non ti metterai in situazioni pericolose. Lui dormirà qua, io di là e tutto andrà benissimo.”
Una volta finito il letto e perso nella risata di Carlos su qualcosa che nemmeno aveva sentito bene, ma a cui rispondeva di riflesso, si corresse.
“‘Dormire’ si fa per dire, chi cazzo mai dormirà?”
NOTE: Ho quest'idea di Carlos, che fuori dal suo ambiente solito diventa timido e credo che a quel punto o si imbarazza e o ride un sacco senza motivo, o parla a macchinetta. Mentre Jannik è chiaramente bravissimo a nascondere la sua agitazione, ma siccome in realtà è normale, anche lui muore dentro come tutti quelli che sperano tanto in qualcosa, solo che è bravo a gestire la sua faccia, al contrario di Carlos. Sui genitori ho inventato tutto, nel senso che a parte le loro professioni, so solo che lei è ansiosa, ma mi sono ispirata ai miei nonni friulani (nord Italia) che una volta quando ero più giovane (sembra una vita fa) gli abbiamo portato a cena a sorpresa due persone in più e lei è andata completamente fuori di testa, ma alla fine è stata super ospitale. Il prossimo è il capitolo decisivo, il mio preferito e sicuramente quello più atteso. Alla prossima. Baci Akane